Persona, diritti personalità - Identità personale -  Redazione P&D - 22/02/2019

Il diritto alla scoperta delle proprie origini - Biagio Vigorito

L’evoluzione normativa e giurisprudenziale configura il diritto a conoscere chi si è sempre più come un diritto fondamentale

Ognuno ha diritto a conoscere le proprie origini. La scoperta delle proprie radici è infatti un fattore fondamentale nello sviluppo della personalità di un individuo.
La conoscenza di chi in realtà si è assume particolare rilevanza per coloro i quali sono stati adottati, e quindi sono cresciuti in una famiglia che non è quella biologica; rispetto a costoro, infatti, il desiderio di conoscere le proprie origini e la propria stessa identità assume una particolare forza.
Nel nostro ordinamento la disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori è contenuta all’interno della legge 4 maggio 1983, n. 184 (c.d. Legge Adozioni).

La situazione normativa previgente

In particolare la disposizione che disciplina l’accesso alle proprie origini è l’art. 28 della richiamata legge. Esso è stato oggetto di modifica ad opera della legge n. 149/2001 e di svariate pronunce giurisprudenziali in quanto, nella sua formulazione originaria, apprestava una tutela estremamente forte ai genitori biologici a scapito dell’adottato. Era infatti previsto che il minore non potesse né accedere alle informazioni riguardanti i propri genitori naturali né essere portato a conoscenza della propria condizione. L’adozione del minore, dunque, nell’impianto originario della l. n. 184/1983, veniva configurata come una “seconda nascita”, poiché venivano completamente recisi i legami ed i rapporti con la propria famiglia biologica, e veniva addirittura impedito al minore di conoscere la sua condizione di adottato.

Le modifiche apportate dalla legge 28 marzo 2001, n. 149

È evidente come la precedente formulazione dell’art. 28 della legge sulle adizioni creasse un vulnus di tutela per il minore, poiché veniva garantita una tutela estremamente forte ai genitori biologici a scapito del minore, che si trovava nell’impossibilità di accedere a qualsiasi informazione non solo sulla sua famiglia biologica ma sul suo stesso status di adottato.
Per queste ragioni, con la legge n. 149/2001, è stato operato un vero e proprio cambio di rotta. Il legislatore infatti è intervenuto al fine di conformare l’ordinamento italiano ai principi sanciti a livello internazionale e, in particolare, per dare attuazione alla Convenzione sui diritti del fanciullo di New York del 1989 ed all’art. 30 della Convenzione dell’Aja del 1993. Quest’ultimo infatti, prevede che ogni Stato contraente debba conservare con cura le informazioni sulle origini del minore di cui sia in possesso, ed in particolare di conservare le informazioni relative alla madre ed al padre, nonché i dati sul precedente quadro sanitario del minore e della sua famiglia. Queste informazioni devono essere accessibili per il minore o per il suo rappresentante.
Alla luce di questi nuovi principi, l’art. 24 della legge n. 149/2011 ha completamente riscritto l’art. 28 della legge n. 184/1983, il quale oggi prevede che i genitori adottivi debbano, nei modi e termini che ritengono più opportuni, informare il minore adottato della sua condizione e il diritto per l’adottato di accedere alle informazioni riguardanti la propria origine e l’identità dei propri genitori biologici.

Il c.d. “diritto di accesso alle origini”

Il nuovo testo dell’art. 28 della l. n. 184/1983 quindi, uniformandosi ai principi internazionali in materia, riconosce all’adottato il diritto di accedere alle proprie origini. Esso infatti, al quinto comma, riconosce la possibilità di accedere ad informazioni riguardanti le proprie origini e l’identità dei propri genitori biologici all’adottato che abbia compiuto i 25 anni di età o, in presenza di gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica, anche all’età di 18 anni.
L’adottato che intenda arrivare alla conoscenza di queste informazioni deve rivolgere una specifica istanza al Tribunale per i Minorenni competente in base alla sua residenza ed attivare un apposito procedimento che, al fine di evitare qualsiasi turbamento all’equilibrio psico-fisico dell’istante, prevede l’audizione delle persone di cui si ritenga opportuno l’ascolto e l’assunzione di tutte le informazioni di carattere sociale e psicologico necessarie. Al termine di questa procedura, il Tribunale per i Minorenni autorizza l’accesso alle informazioni richieste con decreto.
Nessuna autorizzazione è invece necessaria ove la richiesta provenga da un adottato maggiorenne (anche se non ha ancora compiuto i venticinque anni) i cui genitori adottivi risultino deceduti o irreperibili (art. 28, comma 8).
Residuano però, anche nell’attuale formulazione della disposizione, due limiti all’accesso alle suddette informazioni. Il comma 7 dell’art. 28 afferma infatti che “l’accesso alle informazioni non è consentito se l’adottato non sia stato riconosciuto alla nascita dalla madre naturale e qualora anche uno solo dei genitori biologici abbia dichiarato di non voler essere nominato, o abbia manifestato il consenso all’adozione a condizione di rimanere anonimo”. In questi due casi dunque, al minore sarà preclusa qualsiasi informazione circa le proprie origini e l’identità dei propri genitori naturali a fronte del privilegio dell’anonimato ad essi riconosciuto. Si tratta di una previsione che si pone l’obiettivo di realizzare una duplice tutela: da un lato infatti viene tutelata la madre, che potrà così partorire in una struttura sanitaria, e dunque con tutta l’assistenza e tutte le cautele necessarie, senza lasciar traccia della propria identità, dall’altro è invece tutelato il bambino, giacché la madre, proprio in virtù dell’anonimato che le viene garantito, eviterà di ricorrere a soluzioni estreme quali l’aborto, l’abbandono del neonato o, addirittura, l’infanticidio.

Il comma 7 dell’art. 28 ed il vulnus di tutela per l’adottato: la risposta della giurisprudenza

Malgrado il legislatore del 2001 abbia compiuto un notevole passo in avanti nella direzione della tutela dell’adottato, il settimo comma dell’art. 28 della legge sulle adozioni continua a prevedere un vuoto di tutela per l’adottato poiché, nei due casi indicati, riconosce una forte tutela ai genitori biologici a scapito del figlio.
Questa disparità di tutela è stata censurata dalla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo prima e, sulla base di questa, dalla Corte Costituzionale poi.
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo infatti, con la sentenza del 25 settembre 2012 (sentenza Godelli c. Italia), ha “bacchettato” il nostro legislatore, sottolineando come la legge italiana si ponga in contrasto con l’art. 8 CEDU, poiché nel contemperare l’interesse della madre a restare nell’anonimato e quello del figlio a conoscere le proprie origini biologiche, non effettua un corretto bilanciamento, lasciando protendere l’ago della bilancia incondizionatamente verso la madre, senza tener conto del fatto che potrebbe essere intervenuto, nel tempo, un cambiamento di volontà della stessa, volendo ella rinunciare a mantenere l’anonimato.
I Giudici europei dunque hanno rivolto un importante monito all’Italia, che è stato prontamente recepito dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 278/2013. Con questa pronuncia, infatti, la Consulta si è conformata alla pronuncia di Strasburgo ed ha dichiarato incostituzionale l’art. 28 della legge n. 184/1983 nella parte in cui non prevede, in caso di istanza da parte del figlio, l’obbligo per il Tribunale per i Minorenni di rintracciare riservatamente la madre biologica al fine di verificare la persistente la volontà della madre di mantenere l’anonimato o, al contrario, il sopraggiungere di una diversa volontà. Ciò vuol dire che il Tribunale per i Minorenni adito dall’adottato dovrà, riservatamente, identificare e rintracciare la madre biologica dell’istante per permetterle l’eventuale revoca del segreto sulla propria identità. Viene così introdotto, a tutela dell’adottato, il c.d. interpello, che costituisce una novità assoluta, poiché consente alla madre biologica di tornare sui suoi passi e di rivelare al figlio la propria identità.
È però opportuno precisare che lo strumento dell’interpello non è stato introdotto dal legislatore, ma dall’evoluzione giurisprudenziale. Questo vuol dire che non è disciplinato il procedimento per mezzo del quale esso deve essere realizzato, per cui l’individuazione delle fasi e delle modalità attraverso le quali verificare se la madre biologica intende rivelare la propria identità sono rimesse alla discrezionalità ed alla sensibilità dell’ufficio giudiziario adito.
In attesa di un intervento legislativo in materia, i vari uffici giudiziari hanno cominciato ad instaurare delle prassi. Una interessante ricostruzione è stata all’uopo offerta dal Tribunale di Trieste, il quale, con decreto del 5 maro 2015, ha cercato di sintetizzare le prassi formatesi nei vari Uffici ed ha individuato i seguenti passaggi:
1) recapito alla madre biologica, in forma assolutamente riservata e per il tramite di un operatore dei Servizi Sociali, di una lettera di convocazione proveniente dal Tribunale;
2) colloquio con la donna alla presenza del Giudice Onorario delegato dal Giudice Togato;
3) richiesta alla madre biologica del consenso al disvelamento della sua identità;
4) in caso di consenso della madre biologica, rivelazione alla stessa dell’identità del figlio o della figlia ricorrente.

Conclusioni: le Sezioni Unite del 2017 e il definitivo recepimento dei nuovi principi

Alla luce della ricostruzione effettuata si evince come gli interventi della Corte di Strasburgo e della Corte Costituzionale siano stati di importanza assoluta per garantire un equo bilanciamento di interessi ed una tutela opportuna in un ambito così delicato come quello delle adozioni. Esse hanno rappresentato una vera e propria rivoluzione in questo ambito, ed hanno posto dei principi fondamentali ai quali l’attività del giudice deve sempre tendere.
Il recepimento totale e completo dei principi affermati dalla giurisprudenza europea e costituzionale ha avuto la sua consacrazione con due interventi della Corte di Cassazione, il primo a sezione semplice, il secondo a Sezioni Unite.
In particolare le Sezioni Unite, con la sentenza n. 1946 del 25 gennaio 2017, a completo e definitivo recepimento degli orientamenti emersi nel 2013 dalla giurisprudenza della Consulta, hanno posto un fondamentale principio di diritto: “In tema di parto anonimo, per effetto della sentenza della Corte Costituzionale n. 278 del 2013, ancorché il legislatore non abbia ancora introdotto la disciplina procedimentale attuativa, sussiste la possibilità per il giudice, su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini di accedere alla propria storia parentale, di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, ai fini di un'eventuale revoca di tale dichiarazione e ciò con modalità procedimentali, tratte dal quadro normativo e dal principio somministrato dalla Corte costituzionale, idonee ad assicurare la massima riservatezza e il massimo rispetto della dignità della donna; fermo restando che il diritto del figlio trova un limite insuperabile allorché la dichiarazione iniziale per l'anonimato non sia rimossa in seguito all'interpello e persista il diniego della madre di svelare la propria identità”.
Le Sezioni Unite hanno pertanto ribadito la diretta applicabilità della sentenza n. 278 del 2013 nei confronti degli organi giurisdizionali, ed hanno riconosciuto alla sentenza della Corte Costituzionale natura di sentenza additiva di principio.
Il quadro della tutela è stato poi completato con la sentenza n. 6963 del 20 marzo 2018, con la quale i Giudici di Piazza Cavour hanno dato una lettura estensiva dei principi enunciati nel 2013, ed hanno enunciato un nuovo principio di diritto: “L’adottato ha diritto, nei casi di cui all’art. 28 c. 5 L. 184 del 1983, di conoscere le proprie origini accedendo alle informazioni concernenti, non solo l’identità dei propri genitori biologici, ma anche quella delle sorelle e fratelli biologici adulti, previo interpello di questi mediante procedimento giurisdizionale idoneo ad assicurare la massima riservatezza ed il massimo rispetto della dignità dei soggetti da interpellare, al fine di acquisirne il consenso all’accesso alle informazioni richieste o di costatene il diniego, da intendersi impeditivo dell'esercizio del diritto”. La Corte ha fatto discendere il diritto a conoscere l’identità dei propri fratelli e sorelle biologici direttamente da quello all'identità personale, poiché il primo costituisce una componente essenziale del secondo, e permette uno sviluppo pieno e completo della propria personalità, attraverso la costruzione della propria identità esteriore ed interiore.
A questo punto non rimane che attendere un intervento del legislatore.

In allegato il testo integrale dell'articolo con note.