Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Maria Rosa Pantè - 09/09/2019

Il desiderio di essere inumana

In certi giorni trovo molto difficile essere un esemplare della specie homo sapiens. Preferirei essere un seme o uno stelo, una farfalla, un’ape o anche un elefante, un codirosso o persino un lombrico che solca e arricchisce la terra.
Anche una roccia là dove talvolta posano le radici degli alberi.
Ci sono dei momenti in cui faccio fatica ad appartenere alla famiglia dell’essere umano.
Capisco che, mentre scrivo, ascolto Monteverdi o Bach suonato da Gould, tutti homo sapiens e che uso un computer progettato dall’intelligenza di quelli della mia specie.
Non so perché abbiamo preso questa brutta piega. Immagino sia un’atavica paura da predati che chissà come sono diventati così intelligenti da essere predatori ma ancora impauriti e risentiti. Una brutta bruttissima miscela, senza grandezza. Se non in alcuni casi luminosi. Ma troppo pochi, non vi sembra?
Mi sta stretto appartenere a una specie che fa soffrire, per un gusto sadico, che per il proprio tornaconto e uno sguardo miope che non vede il futuro, distrugge la terra e gli altri esseri che la abitano.
Mi tormenta il dolore degli animali negli allevamenti lager, per sostenere questi luoghi di dolore indicibile, di orrore, noi distruggiamo noi stessi, basti pensare alle foreste che vanno in fumo… il nostro respiro.
Non mi consola che il dolore altrui ci uccida, perché il dolore altrui non ha prezzo.
E adesso in Italia si è riaperta la caccia con tre settimane di anticipo e già ci sono le prime vittime innocenti (oltre agli stessi cacciatori che muoiono sul campo) e anche noi quando andiamo nei boschi abbiamo paura e io canto e chiedo a mio marito di andare in bicicletta ma non nei boschi, non nei boschi. Figuratevi, noi abitiamo al limitare di un bosco, che macabra ironia.
E quando escono i gatti sto a guardare che qualche cacciatore, spesso sono molto anziani, non lo scambi per chissà quale preda sventurata oppure non lo uccida così perché ha in mano un fucile.
E ricomincia il concerto delle motoseghe, e le pareti delle montagne si fanno pericolosamente nude senza alberi e tutto questo nell’incoscienza e nell’arroganza generale.
Sono triste e abbastanza disgustata, mi scuso, forse la prossima volta grazie a proteste di massa invincibili, a scelte nuove di noi, consumatori potentissimi, avranno abolito la caccia, aperto le gabbie degli allevamenti e piantato alberi, usando l’energia del sole invece dei fuochi.
Forse. Se sarà così sarò felice e orgogliosa di essere della specie di Monteverdi e Jane Austen ed Einstein ed Emmy Noether e di mia madre e mio padre e degli uomini e donne di buona volontà.
Uniamoci e salviamoci.