Danni - Danni -  Michela Del Vecchio - 20/04/2018

Il danno parentale tra danno biologico e danno esistenziale – Cass., III Sez. Civ., ord. 13 aprile 2018 n. 9196

La Suprema Corte, dopo le c.d. sentenze S. Martino, torna a discernere tra danno biologico e danno patrimoniale non disattendendo l’orientamento – espresso nelle decisioni citate – in merito alla necessaria unitarietà delle voci di danno non patrimoniale da distinguersi dal danno biologico vero e proprio ma puntualizzando ulteriormente che, fermo il principio dell’integralità del ristoro del danno, occorre sempre verificare nel caso concreto quali aspetti relazionali siano stati lesi assegnando, in particolare, rilievo ai cambiamenti (anche radicali) di vita, all’alterazione / cambiamento della personalità del soggetto, allo sconvolgimento dell’esistenza. Conseguente a tale affermazione è l’opportunità, in termini di accertamento prima e liquidazione poi del danno non patrimoniale, di conoscere gli aspetti relazionali della vita del danneggiato (la sua sofferenza / dolore che non necessariamente si deve tradurre in una lesione del diritto alla salute; la sua affettività e la sua vita – come detto  - di relazione familiare e sociale). E così, nella determinazione del danno parentale, definito dalla decisione in commento come il danno – causato dalla perdita di un congiunto – concretizzantesi nel “vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anno si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti”, la Cassazione ha raggiunto ben 8 punti fermi in merito alla qualificazione e quantificazione del danno.

  1. L’ordinamento riconosce e disciplina solo due fattispecie di danno: il danno patrimoniale (nelle due forme di danno emergente e lucro cessante) ex art. 1223 c.c.; ed il danno non patrimoniale (ai sensi dell’art. 2059 c.c.)
  2. Il danno non patrimoniale, sul piano delle categorie giuridiche, va inteso nel senso di unitarietà (rispetto a qualsiasi lesione di un interesse o valore costituzionale protetto) e, appunto, di omnicomprensività in ragione della quale il giudice, nella liquidazione del danno, dovrà tener conto di tutti i pregiudizi sofferti con accertamento concreto del danno stesso da compiersi dopo articolata e compiuta attività istruttoria senza escludere alcun mezzo di prova (e dunque tenendo conto anche del fatto notorio, della massima di esperienza e delle presunzioni)
  3. Nell’accertamento e nella quantificazione del danno vanno ben distinti due aspetti dello stesso: quello morale (aspetto interiore) relativo al dolore, sofferenza, disistima, vergogna, paura e simili; e quello dinamico – relazionale (aspetto esteriore) che incide su tutte le relazioni di vita del danneggato
  4. Nella valutazione del danno alla salute, dunque, non ci si può soffermare solo alla considerazione dei danni alla persona quali lesioni di interessi costituzionalmente protetti ma andranno valutate anche tutte le conseguenze subite dal soggetto leso in termini appunto dinamico – relazionali (ovvero in relazione a tutte le situazioni di confronto con l’ “altro da sé”)
  5. Procedendo alla quantificazione del danno permanente alla salute, poi, il giudice sarà chiamato ad aumentare l’importo risarcitorio (indicato secondo gli standard normativi e giurisprudenziali) tenendo conto della componente dinamico relazionale e ciò solo “in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale, eccezioni ed affatto peculiari: le conseguenze dannose da ritenersi normali e indefettibili secondo l’id quod prelumque accidit (ovvero quelle che qualunque persona con la medesima invalidità non potrebbe non subire) non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento)”
  6. Continua a costituire una duplicazione risarcitoria la congiunta liquidazione del danno biologico e del danno esistenziale in quanto entrambi ledono lo stesso interesse costituzionalmente protetto indicato dall’art. 32 Cost.
  7. In assenza di lesione della salute, dovrà essere comunque valutato qualunque vulnus arrecato ad altro valore costituzionalmente tutelato e tale valutazione andrà compiuta con riferimento alle singole fattispecie concrete in relazione, come chiarito al punto 3, non tanto dell’aspetto “morale” quanto della lesione alla vita dinamico – relazionale
  8. La liquidazione finalisticamente unitaria del danno” dovrà pertanto tener conto del pregiudizio complessivamente subito dal soggetto ed, in particolare, anche “dell’alterazione / modificazione peggiorativa della vita di relazione in ogni sua forma e considerata in ogni suo aspetto, senza ulteriori frammentazioni nominalistiche”

Le linee guida, se così possono definirsi, dettate dalla decisione in commento non possono però che far emergere una insita contraddizione in termini di valutazione del danno non patrimoniale. Ed invero, dovendo ritenersi danno non patrimoniale sia la sofferenza del soggetto (quale dimensione del rapporto con se stesso) che l’alterazione della vita relazionale dello stesso (quale dimensione del rapporto con l’ “altro da sé”), come può affermarsi duplicato il danno biologico con quello esistenziale ritenuta la personalizzazione del danno esistenziale che non lede solo l’interesse costituzionalmente protetto di cui all’art. 32 Cost ma anche altri interessi costituzionalmente rilevanti (come ad esempio i diritti inviolabili della famiglia, il diritto a esprimere la propria personalità nella società di cui agli artt 2, 29 e 30 Cost)?