Danni - Danni non patrimoniali, disciplina -  Emanuela Foligno - 26/02/2019

Il danno non patrimoniale in caso di morte

Cass. Civ., Ordinanza N. 32372 del 13 dicembre 2018

Complessa e articolata Ordinanza della Suprema Corte ancora una volta dalla illustre penna del Cons. Dott. Rossetti.

La vicenda approda in Cassazione dalla Corte d’Appello di Napoli chiamata a decidere su un caso di sinistro stradale nel quale perdevano la vita due persone.

I congiunti di una delle vittime adivano il Tribunale di Torre Annunziata e invocavano il risarcimento dei danni patiti in conseguenza della morte del familiare. Nel giudizio intervenivano anche i congiunti dell’altra persona deceduta che contestavano l’an debeatur  e invocavano il risarcimento dei danni patiti in conseguenza della morte del familiare sia nei confronti del proprietario del veicolo antagonista che del suo assicuratore.

Il Giudice di prime cure in punto di an statuiva una corresponsabilità del sinistro al 50%, gli attori originari venivano estromessi per avvenuta transazione e condannava l’altro conducente e la Compagnia d’Assicurazione al risarcimento del danno patito dagli interventori nella misura di: a) Euro 161.807 a favore del padre della vittima; b) Euro 176.100 a favore della madre della vittima; c) Euro 70.000 a favore del fratello della vittima; d) Euro 15.000 a favore dell’ava della vittima.

Tale pronunzia veniva appellata dai beneficiari del risarcimento e in via incidentale dalla Compagnia assicuratrice.

La Corte d’appello di Napoli rigettava l’appello incidentale, accoglieva in parte l’appello principale e decideva che: “a) la stima del danno non patrimoniale patito dai genitori e dal fratello fu erronea per difetto, tenuto conto delle circostanze del caso concreto e dei valori previsti dalle più diffuse tabelle usate dalla giurisprudenza di merito per l'aestimatio del danno in esame; b) il risarcimento del danno non patrimoniale andasse perciò liquidato nella misura di euro 280.000 per ciascun genitore, ed euro 130.000 per il fratello della vittima; c) gli interventori non avevano nè dedotto, nè provato, alcuna circostanza peculiare che giustificasse la liquidazione di ulteriori pregiudizi non patrimoniali, oltre la sofferenza morale; d) non vi era prova che il padre della vittima avesse cessato la propria attività commerciale a causa della morte della figlia, piuttosto che per altre ragioni; e) la vittima se pur deceduta due ore dopo il ferimento, in quel breve lasso di tempo non acquisì, e perciò non trasmise agli eredi, alcun credito risarcitorio per il "danno biologico e morale".

Il padre e il fratello della vittima impugnavano la sentenza d’Appello in Cassazione.

Con il primo motivo i ricorrenti sostenevano la violazione di legge da parte della Corte d'Appello per avere negato, in quanto non decorso un apprezzabile lasso di tempo, che la vittima nelle due ore di tempo intercorso tra il ferimento e la morte avesse patito un danno non patrimoniale, ed avesse perciò trasmesso il relativo credito risarcitorio ai suoi eredi.

Gli Ermellini ritengono il primo motivo infondato. Con il secondo motivo i ricorrenti lamentano che la Corte territoriale sarebbe incorsa in vizio di violazione di legge e di omesso esame di un fatto decisivo.

I ricorrenti nello specifico lamentano il mancato riconoscimento del pregiudizio definito “danno tanatologico” e osservano: che tale danno vada risarcito a prescindere dalla durata della sopravvivenza della vittima, nel periodo tra le lesioni e la morte; che anche la morte  immediata costituisce posta risarcitoria in quanto la vittima viene comunque privata della possibilità di vivere e che accordare il risarcimento del danno solo a chi sia sopravvissuto per un certo spazio di tempo violerebbe l'art. 3 Cost., perché quanto più sono gravi le lesioni, tanto più la morte sopraggiunge precocemente, sicché a seguire la tesi della Corte d'Appello si finirebbe per risarcire in maniera inferiore i pregiudizi più gravi, e viceversa.

La Suprema Corte dichiara manifestamente inammissibile la doglianza circa l’errata negazione ai familiari della vittima del risarcimento del danno da perdita della vita.

Ribadisce, al riguardo, come la questione sia già stata risolta dalle Sezioni Unite nel 2015 che statuivano: "in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicché, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità "iure hereditatis" di tale pregiudizio, in ragione - nel primo caso - dell'assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero - nel secondo - della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo" , e che tale principio sia stato ripetutamente  seguito negli anni successivi.

Tale principio, rammentano gli Ermellini, è stato a seguire ripetutamente ribadito (Sez. 3, Sentenza n. 24558 del 5.10.2018; Sez. 3, Ordinanza n. 18328 del 12.7.2018; Sez. 3, Sentenza n. 17043 del 28.6.2018; Sez. 3, Sentenza n. 22451 del 27.9.2017).

L’altra doglianza inerente l’errata negazione che la vittima abbia acquistato in vita, e quindi trasmesso agli eredi, il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale biologico terminale e morale tanatologico, patito nelle 2 ore di sopravvivenza, viene egualmente dichiarata  manifestamente infondata.

I Supremi Giudici, significativamente, evidenziano che  “ i ricorrenti  più che prospettare fatti, formula teorie, e muove dall'assunto - inespresso, ma inequivoco - che esistano categorie a priori di danni ("danno biologico terminale", "danno esistenziale", "danno tanatologico"), e pretende - invece di applicare la legge ai fatti - di accomodare questi a quella, deformando la realtà per farla rientrare nelle categorie astratte.”

Dopo tale presa di posizione viene ribadito che la vittima di lesioni che deceda dopo una sopravvivenza quodam tempore può patire un pregiudizio di tipo non patrimoniale costituito dalla sofferenza provocata dalla consapevolezza del dover morire. Questo pregiudizio presuppone che la vittima sia cosciente, e poiché il danno risarcibile è rappresentato non dalla perdita delle attività cui la vittima si sarebbe dedicata ma da una sensazione dolorosa, la durata della sopravvivenza non è un elemento costitutivo del danno e non incide sulla sua gravità.

In definitiva le espressioni danno terminale, danno tanatologico, danno catastrofale non corrispondono a nessuna categoria giuridica ma sono meramente descrittive, e la paura della morte patita dal lesionato cosciente è un danno non patrimoniale da accertare con gl ordinari mezzi di prova e da liquidarsi in via equitativa caso per caso.

Nel caso scrutinato quindi la Corte non ha errato nel negare alla vittima il risarcimento del danno alla salute in quanto ritenuto che la vittima nelle 2 ore di sopravvivenza avesse patito un danno alla salute suscettibile di accertamento medico-legale perché l’esistenza del danno biologico temporaneo non può presumersi solo perché la vittima non sia deceduta immediatamente.

Eguali considerazioni per il rigetto del riconoscimento del danno morale patito dalla vittima che giunta in ospedale veniva immediatamente sottoposta a intervento chirurgico con la conseguenza che la stessa non ha potuto percepire il proprio stato.