Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 29/08/2019

Il danno di Aiace - Milva Maria Cappellini

Se è vero – come è vero – che il danno (l’avvenimento perturbatore, la mancanza, l’infrazione) è l’indispensabile motore della narrazione, allora l’eroe tragico è il danneggiato per eccellenza. Si sa che la genesi dell’eroe tragico corrisponde a una svolta nel pensiero greco: dalla civiltà omerica della vergogna si passa alla civiltà tragica della colpa, della responsabilità, della punizione. In realtà, grava sull’eroe tragico una dolorosa aporia, un duplice danno: accade che egli si trovi di fronte a scelte dolorose e pericolose per volontà degli dei, quindi senza propria colpa, eppure sia responsabile in modo totale e radicale della propria decisione. Proprio per questo è segnato da angosce e fratture, esposto alla disperazione e – soprattutto – preda di una devastante solitudine. Aiace Telamonio è, in questo passaggio, una figura paradigmatica: danneggiato prima dall’ingiustizia degli uomini e poi dallo spregio degli dei, colpito due volte nella reputazione (la tīmé), resta in bilico tra fedeltà a valori arcaici e moderna assunzione della propria reità. La storia è ben nota: Aiace – il più grande nell’ira sanguinaria e nel coraggio - si aspetta secondo giustizia l’armatura di Achille, appena ucciso. Odisseo, con le proprie sofisticate menzogne, ottiene invece che i capi achei, riuniti per ascoltare le ragioni dei due contendenti, consegnino a lui l’ambitissimo premio. La decisione è corretta sul piano formale: le leggi sono rispettate; però la giustizia è infranta. Ed è infranto l’equilibrio interiore di Aiace: furibondo, egli esce nottetempo dalla tenda per massacrare i signori degli achei, gli Atridi arroganti e iniqui. Ma la dea Atena gli toglie il senno (quale danno maggiore?) e fa sì che egli incorra in un terribile errore (il medesimo commesso tanti secoli dopo dal povero Don Chisciotte): Aiace fa strage non di re e guerrieri bensì di buoi e montoni. Quando la nebbia si dissipa, egli contempla il proprio disastro, che la voce del Coro implacabile gli racconta: « (…) e così nella notte che s’è spenta, grandi voci ci sono giunte, voci di disonore: che tu abbia invaso il prato battuto da veloci cavalli e distrutto le greggi dei Danai, quanto ancora restava della preda conquistata, facendo strage col tuo ferro balenante. Tali voci Ulisse inventa e sussurra agli orecchi di tutti, e assai persuade: quanto ora dice di te è creduto degno di fede, e chiunque ascolta gode, ancora più di chi parla, nell’esultare ai tuoi dolori. (…) Da gente simile sei fatto oggetto di calunnie». Aiace è l’eroe dell’andréia, della forza coerente, della compatta fedeltà: egli è un uomo (andrós), come tale vulnerabile all’oltraggio, al torto, al danno. E cosa può opporre, un uomo, alla plateale scelleratezza umana, all’invincibile invidia divina? Le implorazioni della moglie Tecmessa di fronte ai suoi propositi suicidi non hanno maggior fortuna di quelle di Andromaca di fronte ai doveri politici di Ettore: Aiace si lancia sulla spada che proprio Ettore – nemico nella guerra ma fratello nella malinconia - gli aveva donato alla fine di un lunghissimo duello concluso in parità. Sarà necessario un doppio sforzo perché la lama – piegatasi ad arco al primo tentativo - penetri nel corpo poderoso dell’eroe. Privato del rogo funebre dovuto ai guerrieri - ma atteso forse dalla kléos, la gloria imperitura dopo la morte  - Aiace viene sepolto nella bara dei suicidi presso al Capo Retèo, all’ingresso dell’Ellesponto. E Ulisse tiene per sé le armi gloriose di Achille. Il trionfo del sopruso, fin qui, l’irrimediabilità del danno.
Ma il risarcimento è possibile anche nella tragedia, o poco dopo. Secondo Filostrato, Ulisse avverte il dovere di deporre le armi, acquistate in maniera fraudolenta, sulla tomba dello sventurato Telamonio; secondo Foscolo invece – autore di un Ajace disastrosamente caduta alla Scala nel 1811 – fu il mare a rapire al naufrago Laerziade lo scudo di Achille e a condurle al sepolcro di Aiace. Risarcimento, comunque: a opera di Ulisse (un uomo, sebbene da parte materna pronipote di Ermes) oppure per mezzo del mare (strumento e incarnazione di dei). Ma ancor più risarcito dai versi di Foscolo nei Sepolcri, per cui “a’ generosi / giusta di glorie dispensiera è morte”. Ahimè, sempre post mortem, dunque, il risarcimento? No, non è la morte, a ben vedere, la dispensatrice di giustizia e ristoro: è prima di tutto la parola, tessuta nel racconto, a riparare, a ricucire, a restituire dignità alle persone lese. E dopo – sarebbe meglio insieme: ma questa è un’altra storia – interviene la legge, e realizza il diritto, restaurando l’equilibrio virtuoso (e così tragicamente fragile) delle relazioni tra i viventi.