Danni - Generalità, varie -  Luca Tortora - 07/10/2019

Il c.d. danno differenziale: il ritorno al criterio dello scomputo per poste omogenee

Il quadro normativo del danno differenziale a carico del datore di lavoro per gli infortuni sul lavoro subiti dal prestatore di lavoro ha subito una ulteriore modifica a seguito dell’abrogazione dell’art. 1, comma 1126, lett. a), L. 30 dicembre 2018, n. 145, avvenuta attraverso l’ art. 3-sexies, comma 1, D.L. 30 aprile 2019, n. 34, convertito, con modificazioni, dalla L. 28 giugno 2019, n. 58. La legge n. 58/2019  ha abrogato la  lettera a) del comma 1126 della ultima legge di bilancio e ha stabilito che le disposizioni ivi indicate riacquistino efficacia nel testo vigente prima del 1° gennaio 2019 data di entrata in vigore della citata Legge n. 145/2018.  La legge di bilancio del 2018 modificando l’art. 10 del Dpr 30 giugno 1965 n.1124 aveva inciso sui criteri di calcolo del c.d. danno differenziale, ed in particolare aveva indicato un criterio per determinarne il quantum in quanto l’art. 10 comma 6 (“Non si fa luogo a risarcimento qualora il giudice riconosca che questo complessivamente calcolato per i pregiudizi oggetto di indennizzo, non ascende a somma maggiore dell'indennita' che a qualsiasi titolo e indistintamente per effetto del presente decreto è liquidata all'infortunato o ai suoi aventi diritto) aveva  previsto specificamente che la somma liquidata a titolo di indennità dall’Inail dovesse essere scomputata integralmente dalla somma eventualmente liquidata in sede civilistica a carico del datore di lavoro senza fare alcuna distinzione relativamente al titolo e alla specie di danno liquidato; difatti il legislatore usando l’avverbio “indistintamente” intendeva introdurre il concetto sopra richiamato con l’intenzione di evitare una duplicazione delle somme liquidate all’infortunato o agli eredi del decuius dall’Inail e dal datore di lavoro. In buona sostanza si era fatto applicazione nel testo normativo del principio della compensatio lucri cum damno elaborato dalla Suprema Corte nella sentenza a sezioni unite n. 12564/2018. La legge di bilancio del 2018, ai fini del calcolo del danno differenziale, aveva adottato un criterio di scomputo "integrale", anzichè "per poste", con conseguente diritto di regresso dell'Istituto per "le somme a qualsiasi titolo pagate. Nel mentre la dottrina stava tacciando di incostituzionalità la modifica introdotta dalla finanziaria del 2019 perché riteneva che il criterio di calcolo del quantum del c.d. danno differenziale, diminuendo senz’altro la somma dovuta al lavoratore, in forza dello scomputo integrale,  violasse l’art. 38 della Costituzione a mente del quale “ i lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità,..” mettendo a repentaglio i mezzi di sostentamento del lavoratore in caso di infortunio sul lavoro (cfr. R. Pardolesi – P. Santoro,  Sul nuovo corso della compensatio, in danno e responsabilità, 4/2018, 424 e ss.)  e la giurisprudenza di legittimità ne limitava fortemente l’applicabilità stabilendo la irretroattività della norma (cfr. Corte di Cassazione sentenza n. 8580/2019 : “Poste tali premesse, l'analisi della questione di applicabilità o meno dell'art. 1, comma 1126 cit. ai giudizi pendenti deve essere svolta considerando quest'ultima disposizione come norma innovativa della disciplina dettata dal D.P.R. n. 1124 del 1965, artt. 10 e 11. La successione di norme giuridiche nel tempo è regolata nel nostro ordinamento dall'art. 11 preleggi, che fissa il principio di irretroattività. Tale principio "comporta che la norma sopravvenuta è inapplicabile, oltre che ai rapporti giuridici già esauriti, anche a quelli ancora in vita alla data della sua entrata in vigore, ove tale applicazione si traduca nel disconoscimento di effetti già verificatisi ad opera del pregresso fatto generatore del rapporto, ovvero in una modifica della disciplina giuridica del fatto stesso", (Cass. n. 3845 del 2017)”), il legislatore è intervenuto con la legge 58/2019 e ha eliminato con un colpo di spugna la riforma ed il “principio dello scomputo integrale” reintroducendo di fatto quello per “poste omogenee” a cui era giunta la giurisprudenza di legittimità non senza difficoltà o ripensamenti. Pertanto, l’attuale sistema vigente a tutela del lavoratore infortunato è duplice, indennitario a carico dell’Inail, e risarcitorio a carico di quel datore di lavoro per cui non opera l’esonero dalla responsabilità. E’ necessario per ben comprendere l’istituto , innanzitutto, richiamare l’art. 10, comma 1,2,3,4 e 5 comma, del DPR 30/06/1965 n. 1124, oggetto anche di interventi della Corte Costituzionale: “  1)L'assicurazione a norma del presente decreto esonera il datore di lavoro dalla responsabilità civile per gli infortuni sul lavoro. 2)Nonostante l'assicurazione predetta permane la responsabilità civile a carico di coloro che abbiano riportato condanna penale per il fatto dal quale l'infortunio è derivato. 3)Permane, altresì, la responsabilità civile del datore di lavoro quando la sentenza penale stabilisca che l'infortunio sia avvenuto per fatto imputabile a coloro che egli ha incaricato della direzione o sorveglianza del lavoro, se del fatto di essi debba rispondere secondo il Codice civile. (La Corte costituzionale, con sentenza 9 marzo 1967, n. 22 ha dichiarato l'illegittimità del presente comma nella parte in cui riproduce le norme dell'art. 4, commi 3 e 5, R.D. 17 agosto 1935, n. 1765, anch' esse dichiarate incostituzionali con la stessa sentenza). 4)Le disposizioni dei due commi precedenti non si applicano quando per la punibilità del fatto dal quale l'infortunio è derivato sia necessaria la querela della persona offesa.5)Qualora sia pronunciata sentenza di non doversi procedere per morte dell'imputato o per amnistia, il giudice civile, in seguito a domanda degli interessati, proposta entro tre anni dalla sentenza, decide se, per il fatto che avrebbe costituito reato, sussista la responsabilità civile a norma dei commi secondo, terzo e quarto del presente articolo. (La Corte costituzionale, con sentenza 24-30 aprile 1986, n. 118 (Gazz. Uff. 7 maggio 1986, n. 20, Serie speciale), ha dichiarato l'illegittimità del presente comma: a) nella parte in cui non consente che, ai fini dell'esercizio dell'azione da parte dell'infortunato, l'accertamento del fatto di reato possa essere compiuto dal giudice civile anche nel caso in cui, non essendo stata promossa l'azione penale nei confronti del datore di lavoro o di un suo dipendente, vi sia provvedimento di archiviazione; b) nella parte in cui non consente che ai fini dell'esercizio dell'azione da parte dell'infortunato l'accertamento del fatto di reato possa essere compiuto dal giudice civile anche nel caso in cui il procedimento penale, nei confronti del datore di lavoro o di un suo dipendente si sia concluso con proscioglimento in sede istruttoria)”. L’attuale art. 10 del DPR n.1164/1965 con le innovazioni apportate D.Lgs. n. 38 del 2000, che ha immesso nella tutela indennitaria Inail una componente di danno biologico, costituisce il primo punto di riferimento normativo in tema di danno differenziale. Premesso che non è consentito, per evitare un indebito arricchimento della vittima, una duplicazione delle somme da ricevere secondo lo stesso titolo di danno, allorquando un lavoratore subisca un infortunio sul lavoro, (potrebbe trattarsi non solo di lesioni, lievi o gravi, ma anche con esito mortale), il datore di lavoro può essere obbligato al risarcimento del danno, nonostante sia operante l’assicurazione sociale e anche quando l’Inail abbia già indennizzato la vittima,  quando non opera  l’esonero di responsabilità di cui al primo comma dell’art. 10 del d.P.R. 1125/1965  e per le voci di danno non coperte  dall’assicuratore sociale. E’ necessario chiarire che l’Inail quando indennizza l’infortunato non segue le regole sulla responsabilità civile né applica i criteri risarcitori previsti da queste ultime regole: l’assicuratore sociale verifica che le modalità di accadimento dell’evento possano farlo considerare un infortunio sul lavoro e opera la liquidazione secondo i criteri predefiniti dalla legge sia  per il danno biologico permanente che per il danno da perdita della capacità di lavoro e di guadagno, nel caso l’invalidità superi il 16% applicando il criterio di calcolo di cui all’art. 13, comma2, lett. B, del D.Lgs. 23 febbraio 2000 n. 38, sia per il rimborso delle spese di cura e riabilitazione. Quando non opera l’esonero dalla responsabilità, e ciò accade quando il datore di lavoro, o un suo dipendente, ha posto in  essere una condotta penalmente rilevante o in violazione  delle norme antinfortunistiche (cfr. art. 2087 c.c.v.) o del generale obbligo del neminem ledere di cui all’art. 2043 c.c. (che presuppone l’imputabilità del fatto lesivo per dolo o colpa) o del principio della responsabilità aggravata per fatto del dipendente di cui all’art. 2049 c.c., il datore di lavoro risponde del danno  secondo i criteri risarcitori stabiliti dal codice civile  in materia di responsabilità contrattuale o extracontrattuale. Dovrebbe essere chiaro da quanto sin qui detto che le prestazioni dovute dall'INAIL a titolo di indennizzo in seguito all'entrata in vigore del D.Lgs. n. 38 del 2000 non sono a priori integralmente satisfattive del diritto al risarcimento del danno in capo alla vittima dell’infortunio sul lavoro; il datore di lavoro, anche ove ricorra una ipotesi in cui è operante l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali, resta debitore e titolare dal lato passivo dell'obbligazione di risarcire il danno differenziale che la giurisprudenza ha poi distinto in danni complementari e danni differenziali in senso stretto. I danni complementari sono quelli richiesti dal lavoratore che non siano riconducibili alla copertura assicurativa; per essi non opera l'esonero del datore di lavoro di cui al D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 10, comma 1 e quindi gli stessi andranno risarciti secondo le comuni regole della responsabilità civile, anche in punto di presunzione di colpa; a titolo di esempio potremmo indicare il danno non patrimoniale riconosciuto iure hereditatis agli eredi della vittima il cui accertamento e liquidazione seguirà come si è detto le regole civilistiche sulla responsabilità civile (“Il danno non patrimoniale spettante iure hereditatis non rientra tra le voci indennizzabili dall'Inail e si colloca, pertanto, tra i danni cd. complementari, rispetto ai quali non si pone un problema attinente ai criteri di scomputo; peraltro, la prestazione economica che la legge pone a carico dell'ente previdenziale in caso di morte del lavoratore assicurato, cioè la rendita in favore dei superstiti, costituisce risarcimento del danno patrimoniale subito in dipendenza della morte del congiunto (cfr. Cass. n. 6306 del 2017; n. 19560 del 2003), ed attiene quindi ad una voce eterogenea rispetto al danno non patrimoniale riconosciuto nel caso in esame iure hereditatis, come tale neanche astrattamente scomputabile secondo l'indirizzo consolidato sopra richiamato che esige, comunque, la omogeneità dei pregiudizi e delle corrispondenti poste” in Cassazione ciivle 8580/2019) ovvero al danno biologico quantificato fino a 5 punti che non è indennizzato dall’Inail.I danni differenziali in senso stretto sono quelli coperti dall’assicurazione sociale ma non in misura esaustiva. La Corte di Cassazione nella sentenza n. 13222 del 26.06.2015 ha dettato dei criteri per determinare il c.d. “danno biologico differenziale” specificando, poi, il criterio dello scomputo per poste omogenee: “Quest'ultimo (rectius danno biologico), infatti, consiste nella "lesione all'integrità psicofisica, suscettibile di valutazione medico legale, della persona", e deve essere indennizzato in misura indipendente dalla capacità di produzione del reddito del danneggiato (così il D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, comma 1, cit.). Da tali principi deve desumersi che qualsiasi incremento del risarcimento dovuto dall'INAIL per il danno biologico patito dal lavoratore, che sia agganciato al reddito della vittima, abbia lo scopo di ristorare il pregiudizio patrimoniale da compromissione della capacità di lavoro e di guadagno, perchè sarebbe altrimenti incompatibile con la natura areddituale del risarcimento del danno biologico. Pertanto, quando ricorrano i presupposti di fatto di cui D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, comma 2, lett. (b), l'INAIL liquida all'avente diritto un indennizzo in forma di rendita che ha veste unitaria, ma duplice contenuto: con quell'indennizzo, infatti, l'INAIL compensa sia il danno biologico, sia il danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro e di guadagno. Da quanto esposto consegue che quando la vittima di un illecito aquiliano abbia percepito un indennizzo da parte dell'INAIL, per calcolare il c.d. "danno biologico differenziale" è necessario:(a) determinare il grado di invalidità permanente patito dalla vittima e monetizzarlo, secondo i criteri della responsabilità civile; (b) sottrarre dall'importo sub (a) non il valore capitale dell'intera rendita costituita dall'INAIL, ma solo il valore capitale della quota di rendita che ristora il danno biologico. La sentenza impugnata non si è attenuta a questi principi, poichè ha determinato il credito residuo del danneggiato nei confronti del terzo responsabile sottraendo dall'importo complessivo del danno il valore (W) capitalizzato dell'intera rendita INAIL, invece che il valore capitale della sola quota di rendita erogata per indennizzare il danno biologico. La sentenza va dunque cassata anche su questo punto, con rinvio ad altra sezione della Corte d'appello di Roma, la quale nel riesaminare il caso applicherà il seguente principio di diritto:La rendita pagata dall'INAIL per invalidità superiori al 16% indennizza in parte il danno biologico, ed in parte il danno patrimoniale da incapacità di lavoro e di guadagno, che viene liquidato forfettariamente in base ai criteri di cui all'Allegato 5 del D.M. 12 luglio 2000. Ne consegue che per calcolare il c.d. "danno biologico differenziale", spettante alla vittima nei confronti del terzo civilmente responsabile, dall'ammontare complessivo del danno biologico deve essere detratto non già il valore capitale dell'intera rendita costituita dall'INAIL, ma solo il valore capitale della quota di essa destinata a ristorare il danno biologico”. Il calcolo del c.d. danno differenziale in senso stretto va eseguito distinguendo quanto ha erogato l’Inail a titolo di danno biologico (secondo la definizione tra l’altro contenuta nell’art. 142 cod. ass.) e/o quanto ha erogato a titolo di danno patrimoniale potendo la vittima richiedere al datore di lavoro “un surplus” sia per il danno biologico provato e quantificato secondo le regole civilistiche se superiore alla liquidazione effettuata dall’Inail sia per il danno patrimoniale sempreché sia accertato in misura superiore a quanto indennizzato dall’Inail, senza però confondere le due “poste” diverse per natura giuridica; ad esempio, la somma liquidata dall’Inail a titolo di danno patrimoniale “non può andare a coprire” la somma in surplus dovuta dal datore di lavoro per il danno biologico liquidato in sede civilistica maggiore di quello erogato dall’assicuratore sociale. Il criterio dello scomputo per poste omogenee è estremamente importate basti pensare al nuovo orientamento giurisprudenziale della Corte di Cassazione in tema di danno esistenziale e danno morale considerati ontologicamente diversi dal danno biologico e quindi, anche questa tipologia di danno  non potrà essere scomputata dalle somme indennizzate dall’Inail (cf. le sentenze della Cassazione n. 901/208, n. 7513/2018, n. 13770/2018).
Quanto detto vale ovviamente anche quando l’Inail agisce in via di regresso ai sensi dell’art. 11  del Dpr 30 giugno 1965 n.1124. la Corte di Cassazione nell’ordinanza del 30.08.2016 n.17407 fa corretta applicazione dei principi sin qui esposti ed enuncia il seguente principio di diritto: “La corretta interpretazione da dare al combinato disposto dell'art. 1916 c.c., e art. 142 cod. ass., per contro, è la seguente: (a) il risarcimento del danno biologico non può essere decurtato di quanto pagato alla vittima dannai, a titolo di danno patrimoniale; (b) se l'Inail ha pagato alla vittima un indennizzo a titolo di ristoro di danni patrimoniali, l'Istituto avrà diritto di surrogarsi nei confronti del responsabile se e nei limiti in cui un danno patrimoniale sia stato da questi effettivamente causato; (c) nell'ipotesi sub (b), il responsabile sarà tenuto sia a risarcire per intero il danno biologico alla vittima, sia a rivalere l'Inail nei limiti del danno patrimoniale effettivamente causato; in questa seconda ipotesi la vittima perderà ovviamente il diritto al risarcimento del danno patrimoniale, trasferito all'Inali per effetto di surrogazione”; ancora esemplare in tema è la pronunzia sempre della Suprema Corte n. 21961/2018: “ In tema di infortunio sul lavoro, sussiste il diritto dell'INAIL di surrogazione nei confronti del responsabile dell'infortunio anche nel caso in cui l'Istituto si sia limitato a corrispondere al lavoratore solo l'indennità giornaliera ex art. 68, D.P.R. n. 1124/1965 e le spese mediche ex art. 86 del medesimo d.P.R. Infatti, se la vittima dell'illecito è stata costretta ad assentarsi dal lavoro per curarsi, essa ha acquisito un credito risarcitorio nei confronti del responsabile, credito che, per effetto della percezione dell'indennizzo da parte dell'INAIL si trasferisce in capo quest'ultimo, ai sensi dell'art. 1916 c.c., con la conseguenza che per le somme pagate a titolo di inabilità temporanea e di anticipazione di spese di cura l'INAIL ha sempre diritto di surrogarsi. La domanda di surroga proposta dall'INAIL per gli importi pagati a titolo di incremento della rendita per danno patrimoniale presunto presuppone, invece, l'accertamento che la vittima abbia effettivamente patito un danno civilistico alla capacità di lavoro; occorre, quindi, dimostrare lo svolgimento, al momento dell'infortunio, di un'attività produttiva di reddito ed il venir meno della capacità generica di attendere ad altri lavori confacenti alle attitudini personali, essendo a tali fini irrilevante che la vittima, avendo continuato a ricevere la retribuzione durante l'assenza dal lavoro, non abbia richiesto il risarcimento al responsabile”.