Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Paolo Cendon - 18/06/2019

Il barbiere di Campo Manin

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Avevo 13 anni quando mi ammalai a Venezia di una forma abbastanza grave di mononucleosi; facevo la terza media, era primavera, fra il secondo e il terzo trimestre.
Il medico di famiglia non era sicuro della diagnosi, i miei erano convinti che avessi la meningite, piangevano spesso di nascosto.
Avevo sempre più di 39 di febbre, la mattina calava un po’, alle sei del pomeriggio tornava puntualmente.
Mia madre mi faceva due punture al giorno di streptomicina. Soffrivo, smaniavo.

Unico divertimento i fumetti di quand’ero più piccolo, che mio padre aveva rilegato tempo prima in due libroni rosso-scuri, maculati, e che sfogliavo quando mi sentivo meglio, su un maestoso leggio appoggiato sopra le coperte.

Difficilmente scorderò cosa provai quell’anno, allorché dopo 60 giorni di letto (scomparsa la febbre, ritrovate un po’ le forze) uscii per la prima volta fuori casa.

Era una mattinata di fine aprile, e tutto - mentre camminavo incerto, a braccetto di mia madre - sembrava meraviglioso nelle calli intorno a campo S. Angelo.
Le carezze di un sole leggero, i turisti che incrociavo, il colore dei canali, i gradini consumati dei ponti, i colombi, le gondole di passaggio, qualche coetanea neppur lei andata a scuola, le vetrine e gli odori dei negozi.

Perfino la bottega del barbiere, in cui mi infilai per mezzora, ricordo, prima di tornare a casa.

Così per me quella mattina a Venezia.

Metà della gioia che avvertivo sotto il sole, dinanzi alle vetrine di calle della Mandola, dipendeva dal fatto che non avevo cessato di ripassarle nella memoria un solo istante, durante i mesi precedenti.
Mai mi ero rassegnato alla febbre, mai la compassione degli altri mi era bastata.
Tutto il tempo a letto ero rimasto - sentendo che ciò mi aiutava a guarire - con la mente all’odore del pane fresco là fuori, del negozio di pantofole sul ponte, della cartoleria in bacino Orseolo.

Anche del barbiere in campo Manin.
Per settimane le sue poltrone profumate - benché sederci sopra non mi fosse mai piaciuto troppo - mi erano tornate in testa ad ogni incontro con qualche specchio di casa (dove ricevevo l’immagine di un ragazzino smunto, con ciocche rosse sempre più lunghe).

Entrare nel posto dove ci si taglia i capelli, dopo esserci arrivati con le proprie gambe, non è la prova migliore che si è guariti?

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