Deboli, svantaggiati - Deboli, svantaggiati -  Alceste Santuari - 12/05/2018

I rapporti tra enti locali e organizzazioni non profit nella riforma del terzo settore

La Riforma del Terzo settore ha delineato un quadro normativo di favore in cui collocare conosciute e inedite forme di cooperazione tra enti locali ed enti non profit. Per comprendere le novità introdotte dalla l. 106/2016 e dal d. lgs. n. 117/17 è necessario rimettere al centro il ruolo degli enti locali e degli enti del servizio sanitario. Essi sono, al contempo, committenti, stazioni appaltanti, amministrazioni procedenti, supervisori delle attività svolte, finanziatori delle stesse. In quest’ottica, il Codice del Terzo settore valorizza proprio la funzione “centrale” degli enti locali nelle dinamiche collaborative con gli enti espressione della società civile e della sussidiarietà organizzata. La Riforma, infatti, riconosce agli enti locali piena autonomia organizzativa e regolamentare. In questa prospettiva, dunque, gli enti locali (e le ASL, per lo spazio di loro competenza) sono chiamati a mettere in campo la loro vision rispetto al coinvolgimento degli enti del terzo settore. Una visione che, sempre grazie alle previsione normative contenute nella riforma del terzo settore, può declinarsi in diverse modalità.

Oggi rispetto al passato, gli enti locali hanno invero a disposizione una pletora di strumenti e di procedure, che debitamente “mixate” possono contribuire ad identificare, anche in termini di innovazione e sperimentazione gestionale, interventi, servizi, progetti e prestazioni più efficaci, efficienti e sostenibili.

In quest’ottica, gli enti locali (e le ASL) possono dunque attivare le seguenti “formule”: -) co-programmazione e co-progettazione, disciplinate dal Codice del Terzo settore; -) affidamento a mezzo procedura ad evidenza pubblica, anche “temperata” in ragione di particolari clausole sociali e ambientali, la cui disciplina è contenuta nel Codice dei contratti pubblici (d. lgs. n. 50/2016); -) costituzione, anche strutturata, di partnerships sociali con i soggetti privati, costituendo società miste (d. lgs. n. 175/2016); -) legge n. 241/1990 e ss. mm. in materia di procedimento amministrativo; -) artt. 3 e 7, d. lgs. 59/2010 (Attuazione della direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno); -) l. 328/2000; -) dpcm 30 marzo 2001; -) leggi regionali.

Si tratta di una “lista positiva” di fonti normative, alla quale si può aggiungere anche la deliberazione ANAC n. 32/2016 in materia di affidamenti di servizi agli enti non profit e alle cooperative sociali, nonché le Direttive UE 2014 sugli appalti e concessioni, così come interpretate dalla giurisprudenza della Corte europea di giustizia.

Gli enti locali (e le ASL) possono allora scegliere tra un ventaglio di possibilità, anche da combinare insieme per la realizzazione dell’unico vero obiettivo che agli stessi è affidato dal sistema di welfare: garantire l’esigibilità dei livelli essenziali delle prestazioni sociali e civili.

In questo senso, anche allo scopo di rendere più “accountable” la loro azione in questo ambito, gli enti locali potrebbero dotarsi – nell’ambito della loro autonoma potestà regolamentare – di un apposito regolamento (comunale) in cui versare i contenuti delle modalità, procedure e processi che essi intendono attivare avuto riguardo ai rapporti collaborativi (co-programmazione, co-progettazione, accreditamento, convenzionamento diretto). Nel regolamento in parola, da approvarsi da parte del Consiglio comunale, possono trovare “cittadinanza”, tra gli altri, i seguenti aspetti: le procedure da attivare, i collegamenti con gli altri strumenti programmatori dell’ente locale, le forme di coinvolgimento degli enti del terzo settore, luoghi e momenti stabili di confronto e dialogo tra enti locali e organizzazioni non profit, ecc. Il regolamento, poi, potrebbe costituire una base di discussione e di riflessione anche per le zone sociali, i distretti socio-sanitari, le aree vaste, le città metropolitane in cui gli enti locali sono collocati e coinvolti. A ciò si aggiunga che un regolamento come quello proposto potrebbe essere esteso anche alle società partecipate dagli enti locali.