Cultura, società - Formazione -  Redazione P&D - 01/09/2019

I primi della classe ... - Rosa Palma

A pochi giorni dalla ripresa della scuola è doveroso esprimere da parte di chi scrive il proprio  modesto parere su quella che in tanti addetti ai lavori hanno già definito “sindrome da primo della classe”.Molti bambini vivono con agitazione la vita scolastica e spesso anche sportiva a causa di un'interrogazione andata male, di un compito sbagliato, di una gara persa e si sentono delusi, dispiaciuti e preoccupati, soprattutto perché temono la reazione dei genitori. Nella mia ventennale  esperienza di insegnamento ho avuto modo di confrontarmi con tanti genitori,sia con quelli andati in panico, preoccupati o arrabbiati per un voto basso sia con quelli che hanno invece banalizzato la situazione, sottovalutando le emozioni dei figli in quel momento. Corrono in nostro soccorso i saggi Romani che, giustamente, affermavano “in medio stat virtus”, una locuzione che invita a ricercare l' equilibrio che si pone sempre tra due estremi, pertanto al di fuori di ogni esagerazione. In primo luogo va detto che ,per la scrivente e per tantissimi  colleghi, attribuire un voto a un alunno è operazione delicatissima e complessa. Il bambino non è un numero, il voto non è indicativo dell'intelligenza né tantomeno delle competenze eppure, soprattutto per i genitori, resta qualcosa a cui aspirare. Non è così che funziona! Liberiamo la mente dall'idea che un voto alto è sinonimo di figlio più intelligente o più competente e puntiamo invece a educare bambini e adolescenti capaci di affrontare anche la sconfitta  e cerchiamo di trasmettere il messaggio che quello che conta davvero è arrivare fino in fondo, migliorare, divertirsi, saper accettare che un altro possa fare meglio di noi in un determinato momento o, perché no, sempre! Si impara sin da piccoli anche a saper perdere e in questo caso risultano essere molto importanti il comportamento dei genitori e le modalità con cui essi stessi affrontano la sconfitta. Paragoni e confronti non vanno mai fatti semplicemente perché ogni individuo é un essere a sé, dotato della propria individualità, delle proprie peculiarità e della propria personalità. Si rischia di trasmettere ai figli, anche inconsapevolmente, il messaggio che si è importanti solo se si vince, concentrandosi sui risultati e sul profitto , mentre ciò che conta è sentirsi amati per quello che si è con i propri limiti e le proprie difficoltà anche se non si é bravi in tutto e se non si arriva sempre al primo posto a scuola, nello sport e in qualsiasi altra attività praticata. Bambini e ragazzi che si sentono amati in modo incondizionato avranno un' autostima adeguata,  non avranno paura di provare, di mettersi in gioco e magari anche di sbagliare perché riusciranno ad affrontare e tollerare di più le sconfitte. Per aiutare i figli ad affrontare un insuccesso è utile anche valorizzare gli aspetti positivi presenti in un fallimento. Occorre poi lasciar loro un tempo per digerire l' insuccesso, non dobbiamo banalizzare i sentimenti che provano e allo stesso tempo dobbiamo evitare di umiliarli o di trasmettere l' idea che siano dei falliti perché non hanno raggiunto un determinato obiettivo. I bambini e i ragazzi devono sapere che perdere non significa essere dei perdenti o non avere gli strumenti e le capacità per competere, ma che l'insuccesso fa parte dell'esperienza : essere una persona e poi un adulto di successo sta anche nel riuscire ad accettare le piccole sconfitte e imparare da esse.