Interessi protetti - Successioni, donazioni -  Francesca Zanasi - 27/07/2018

I diritti ereditari dei coniugi in seconde nozze

La questione posta all’attenzione della giurisprudenza riguarda la suddivisione dell’eredità del coniuge (in seconde nozze) nell’ipotesi in cui dal primo matrimonio siano nati dei figli e il de cuius, prima di convolare a nuove nozze, abbia disposto in favore dei figli una o più donazioni, sottraendo di fatto alla massa ereditaria beni o somme di denaro. Al riguardo, la giurisprudenza si è interrogata se il coniuge superstite, erede legittimario, avesse delle aspettative tutelate sulla propria quota ereditaria solo con riferimento agli atti di liberalità posti in essere dal defunto dopo il matrimonio o anche su quelli compiuti prima, escludendo o meno la legittimazione del coniuge superstite all’azione di riduzione relativamente agli atti a titolo gratuito compiuti prima di tale momento.
La Cassazione, intervenuta più volte sull’argomento, ha focalizzato l’attenzione sul profilo temporale degli istituti della collazione ereditaria e dell’azione di riduzione e cioè sulla loro estensibilità ad atti di disposizione del patrimonio compiuti dal de cuius prima dell’acquisizione della qualità di legittimario.

I precedenti giurisprudenziali
Con sentenza del 28 ottobre 2008-20 gennaio 2009 n. 1373 la Suprema Corte, uniformandosi al dettato codicistico, ha sottolineato che la determinazione della quota di riserva spettante al legittimario non distingue tra donazioni anteriori e donazioni successive al momento in cui è sorto il rapporto dal quale deriva la qualità di legittimario e quindi la legittimazione attiva ad agire per ottenere, in caso di lesione ovvero di pretermissione, la quota riservata dalla legge.
Potrebbe, infatti, accadere che la qualità di legittimario venga acquisita successivamente alla stipula dell’atto di donazione, come nel caso in esame ove, successivamente al (secondo) matrimonio del donante, il di lui coniuge diviene legittimario ex art. 536 c.c. e, pertanto, ha diritto alla quota di riserva. Di conseguenza, nel caso in cui il coniuge donante era proprietario solo ed esclusivamente del bene donato anteriormente alla celebrazione del matrimonio, alla sua morte tale donazione risulterà riducibile anche se al momento della donazione il coniuge superstite non era ancora legittimario (così Cass. 23 febbraio 1982 n. 1122).
La Suprema Corte ha evidenziato, in particolare, l’irrilevanza del momento in cui si acquista la qualità di legittimario rispetto al tempo in cui sono state effettuate le liberalità oggetto di riduzione. Il dispositivo dell’art. 737 c.c. non pone, invero, alcun limite temporale ai soggetti tenuti alla collazione, non facendo alcuna distinzione tra le donazioni effettuate prima o dopo il secondo matrimonio. Sul punto, concordemente alla dottrina, la giurisprudenza è pacifica nell’affermare che non rileva il momento in cui è stata effettuata la donazione, poiché la lesione della legittima, a cui consegue l’assoggettabilità a riduzione degli atti di liberalità compiuti dal de cuius, si verifica soltanto con la morte di quest’ultimo, non potendosi fare riferimento neanche alla situazione che si viene a determinare per effetto del mancato esperimento dell’azione di riduzione da parte di qualcuno dei legittimari (cfr. Cass. civ., Sez. Unite, 12 giugno 2006, n. 13524).

L’intervento della Cassazione con la sentenza n. 4445/2016
La Cassazione si è nuovamente pronunciata sulla medesima questione, avallando i precedenti orientamenti e sottolineando che l’equiparazione delle donazioni anteriori al sorgere del rapporto da cui deriva la qualità di legittimario a quelle posteriori risponde alla ratio della riunione fittizia che ha lo scopo di determinare la quota della quale il defunto poteva disporre e, correlativamente, la quota di riserva spettante al legittimario.
“Non diversa, ai fini della determinazione della quota di riserva (art. 556 cod. civ.), è la posizione del coniuge rispetto a quella dei figli”afferma la Corte.
Infatti, come il figlio sopravvenuto può chiedere la riduzione di tutte le donazioni compiute in vita dal genitore ed anche di quelle compiute prima della sua nascita in favore del coniuge, allo stesso modo il coniuge sopravvenuto rispetto ai figli può chiedere la riduzione di tutte le donazioni compite dal de cuius in favore dei figli “anche di quelle precedenti il matrimonio poste in essere in favore dei figli nati da altro coniuge o nati fuori dal matrimonio”.
Interessante anche il ragionamento dei giudici di legittimità ove emerge che non bisogna far confusione tra l’equiparazione del coniuge e dei figli ai fini della determinazione della quota ereditaria - e quindi del computo delle donazioni – e l’istituto della revocazione delle donazioni per sopravvenienza di figli di cui all’art. 803 c.c.
In tale ipotesi il diverso trattamento riservato ai figli rispetto al coniuge trova la sua ratio nel “particolare legame che unisce il genitore ai figli, laddove il genitore ha il dovere di mantenere i figli e di assicurarne l’istruzione e l’educazione per una futura vita consapevole e indipendente (art. 315 bis c.c.); ragioni queste che mancano nel matrimonio, fondato su un rapporto paritario tra i coniugi”. E’, dunque, la diversa natura del rapporto tra genitori e figli rispetto al rapporto tra coniugi a giustificare la speciale disciplina della revocazione delle donazioni ed escludere la comparabilità di quest’ultima con la previsione di cui all’art. 556 c.c..
Sulla scorta di tali argomentazioni può affermarsi che la posizione ereditaria del coniuge in seconde nozze deve essere equiparata a quella dei figli (anche se nati da prime nozze) e per calcolare la quota di legittima ad esso spettante bisognerà tenere conto delle donazioni e delle liberalità poste in essere durante l’intera vita del de cuius in favore dei figli, senza che si debba distinguere tra quelle precedenti o posteriori al secondo matrimonio.