Deboli, svantaggiati - Malati fisici, psichici -  Mario Iannucci - 04/07/2019

Hikikomori, kodokushi e alti tassi di prisonizzazione degli anziani in Giappone (e non solo). Seclusione, suicidi e ritiro sociale. - Gemma Brandi e Mario Iannucci

Un diciannovenne è chiuso nella sua stanza da alcuni mesi, dopo avere abbandonato la scuola. La madre minaccia di precludergli l’uso del computer, lo strumento col quale egli mantiene le sue frequentazioni sociali (forse solo virtuali).  Lui, post hoc, si lancia nel vuoto dal quinto piano. I media descrivono il ragazzo come un esempio di hikikomori. E’ questo il termine che viene usato in Giappone, dove il fenomeno del quasi totale isolamento sociale dei giovani (specie degli adolescenti) è noto da alcuni decenni. Per essere identificata come hikikomori, occorre che una persona sia chiusa nel suo ambiente domestico (in genere nella sua camera) da oltre sei mesi, abbia smesso di frequentare la scuola o altri ambiti sociali, mantenga delle limitate relazioni sociali solo attraverso il computer o il cellulare. Il governo nipponico ha stimato in 540.000 gli hikikomori presenti nel 2015 in Giappone, prevedendo che diventino 1.500.000 entro il 2030.
    Un altro fenomeno che si sta sempre più diffondendo in Giappone è quello del kodokushi. Si tratta di persone, in genere anziane, la cui morte viene accertata solo dopo diversi giorni (a volte settimane o mesi): vivono infatti da sole, senza alcun contatto sociale. Anche il fenomeno del kodokushi è conosciuto in Giappone da diversi decenni. Nel 2009 vennero stimate in oltre 30.000 le “morti solitarie” scoperte solo dopo molto tempo.
    Un terzo fenomeno, rilevantissimo in Giappone ma che riguarda anche tutto il mondo western, Italia compresa, è quello relativo al numero rilevantissimo e crescente di persone anziane che finiscono in carcere. Gli anziani over 65 detenuti in Giappone, che negli anni 60 si aggiravano sul 2% di tutti i reclusi, ora hanno raggiunto e superato il 20%. Non è che in Italia vada molto meglio: dai dati del Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria apprendiamo che i carcerati over 60, che nel 2005 erano 2.136, nel 2017 sono diventati 4.476, con un incremento percentuale (rispetto al totale dei detenuti, pressoché invariato in quei due anni) del 116%.
    Cosa accomuna gli hikikomori, il kodokushi e la crescita esponenziale dei detenuti anziani, fenomeni che, macroscopici in Giappone, si stanno diffondendo anche nel mondo western? Li accomuna, di sicuro, il fatto di essere tutti espressione della fortissima tensione seclusiva e autodistruttiva che, presente in tutti gli uomini, diviene talora incontrollata nelle fasce più deboli della popolazione. Una tendenza seclusiva che, nei secoli passati, poteva spingere ad esempio uomini e donne a isolarsi in monasteri e conventi, alcuni più “confortevoli” (come per i “ricchi” cistercensi) e altri davvero “ristretti” (come gli eremi dei camaldolesi), alcuni infine rigidamente di clausura. Una tendenza autodistruttiva che non può essere ignorata, visto che diversi studi documentano un significativo elevarsi del rischio di suicidio fra gli hikikomori(1). Così come documentano in questa popolazione una indubbia pregressa incidenza di cure psichiatriche.
    L’umanità ha bisogno -non lo dobbiamo ignorare dopo gli insegnamenti di Groddeck e di Freud- delle sue malattie e delle sue guerre. Con le malattie che, inevitabilmente, assumono un carattere mutante e mimetico proprio per rendere meno agevoli gli sforzi di “cura” (teniamo a mente le splendide osservazioni di Freud sulla “reazione negativa alla terapia”). Con un corpo sociale che dovrebbe invece moltiplicare i suoi sforzi, la sua creatività e il suo “occhio alato” per rinvenire tempestivamente quelle debolezze che causano l’esclusione sociale, la seclusione e il precoce “avviarsi verso l’uscita”. Ma in una società civile che sembra avviarsi verso la cecità, abbagliata com’è dalla ostentata superfetazione dei contatti sociali e dall’assillante gioco di specchi nel quale si riverbera la falsità del Moi, le debolezze non solo sbiadiscono fino a scomparire, ma quando rinvenute rischiano di essere negate, manipolate o perseguitate fino alla (impossibile) cancellazione, poiché rappresentano quelle “mancanze” che non sono ammissibili nella poco credibile rappresentazione di una immagine perfetta. Per taluni questa cieca pressione diviene talora insostenibile: to give up and leave rappresenta allora l’unica soluzione.

 1. Cfr., ad esempio, Yong R. e Nomura K., Hikikomori Is Most Associated With Interpersonal Relationships, Followed by Suicide Risks: A Secondary Analysis of a National Cross-Sectional Study, Front. Psichiatry, 16 April 2019
https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fpsyt.2019.00247/full