Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 25/03/2020

Furono giorni strani - Anna Berghella

Milano, 8 marzo 2040

Piccola nipotina mia,
Che giorni strani.
Quello fu un tempo che nessuno avrebbe mai potuto prevedere avremmo vissuto. Eppure si fermò tutto. Come si fermano gli ingranaggi nelle favole. Tutto ciò che era stato ritenuto dall’uomo fino al giorno prima indispensabile, irrinunciabile, quello per cui sacrificavamo il nostro tempo, svanì improvvisamente. La macchina in garage inutile, i bei vestiti nell’armadio superflui, l’amante irraggiungibile, smalto e messa in piega inservibili, addio alle cene, ai viaggi, disco, pub, teatro, palestre e piscine.
Si stava a casa, chiusi a coabitare obbligatoriamente con la propria famiglia.
O con la propria solitudine.

E ci si lamentava di continuo, sai. Si si, il lamento divenne un guaito instancabile di quei giorni, un gemito più forte della paura del contagio. Anche chi era stato messo in cassa integrazione, anche chi godeva del reddito di cittadinanza, o la pensione immeritata da 40 anni. Si, tutti recriminavano non solo di non poter lavorare ma di non poter abbracciare la nonna, di non poter andare a correre, di non poter andare alla casa al mare.
Ma c’erano anche i silenziosi, pochi a dire il vero, o almeno invisibili come il maledetto virus, quelli che, allora ancora per un atavico pregiudizio, non erano ritenuti “lavoratori” e pertanto meritevoli di tutele. Gli autonomi, le partite iva, i rappresentati che non rappresentavano più nessuno, i negozianti. I coltivatori di fiori che ne buttarono a quintali. I muti attoniti. Zitti a pensare a quanto avrebbero corso appena la porta di casa si fosse aperta.
Ecco piccola mia. Un funambolo vola più felice senza rete perché crede in se stesso. Ma fu la società da quel virus in poi a farsi carico del pericolo ingiusto che quelle persone portavano ancora sulle loro spalle. Fino ad allora nessuno se n’era accorto. In un mondo di corsa il rischio è che si perda il senso della giustizia.

E si sognava, si fantasticava di quando sarebbe finita l’emergenza e saremmo tornati alle nostre attività quotidiane. Perdemmo una grande occasione allora. Era quello, piccola mia, il momento di riflettere. Non dopo, quando la vita riprese come prima, più frenetica di prima.

Era quello della reclusione il tempo di capire il fuori di noi innanzitutto.
Tornarono i delfini nei mari e le acque limpide a Venezia, l’aria si fece meno inquinata e le città, ohhh le città, erano meravigliose e visibili, senza tutto quell’arrembaggio di auto. Ed era primavera, con i fiori e l’aria tiepida, ma eravamo in punizione, e nessuno ne poteva godere: o aveva l’animo per goderne.

Ma era il tempo, anzi sarebbe dovuto essere, di capire il dentro di noi, il senso delle cose, della nostra vita personale, del nostro essere. Tanta tecnologia non ci aveva concesso più tempo, più libertà. Più lusso per tutti e più comodità. Ma un tempo così delirante e frenetico ci aveva tolto la possibilità di focalizzare l’obiettivo finale. Non eravamo più disposti a tollerare la calma, la serenità e la rilassatezza. Esaltati tutti dalla corsa al sembrare, avevamo perso il senso dell’essere.
L’avevamo già vissuto in altre occasioni, questa possibilità di ripensamento, col terremoto per esempio. Tutti più buoni, solidali, pronti a tendere la mano. Tutti a proclamare: “Nulla sarà più come prima”, “Da oggi tutto cambierà”.
Ma il tempo, si sa, rimargina le ferite ma soprattutto richiude i cuori. E l’inutile è tornato affascinante, il superfluo la carota da ottenere ad ogni costo.

Furono giorni strani, amore mio, furono giorni persi,

Nonna Anna

Articolo già pubblicato in https://laberghy.wordpress.com/2020/03/22/furono-giorni-strani/