Responsabilità civile - Generalità, varie -  Redazione P&D - 08/12/2018

Fotocopie non contestate e portata diffamatoria delle dichiarazioni di una ex dipendente - Cass. civ. n. 31244/18 - C.C.

Una ex dipendente di una cooperativa rivela ad un giornalista, che in seguito pubblicherà la notizia su un giornale locale, delle carenze trattamentali, degli ospiti, nella struttura presso la quale svolgeva le proprie mansioni.

Non è dato sapere di che tipologia di struttura si tratti (forse intuibile dalle caratteristiche degli stessi ospiti) ma nell’intervista si parla di gravi disservizi ed omissioni quali l’insufficienza di lenzuola e la mancata mobilizzazione di degenti impossibilitati a muoversi.

I fatti così denunciati danno luogo ad un’azione giudiziaria intentata dalla cooperativa per ottenere il risarcimento dei danni conseguenti alla ritenuta diffamazione.

La richiesta non trova accoglimento nei gradi di merito e nel proposto ricorso in cassazione si deduce, fra i motivi, la carenza di motivazione della sentenza impugnata in ordine alla doglianza relativa alla impropria acquisizione della documentazione prodotta (le dichiarazioni della ex dipendente risultavano fondate sulla copia di un quaderno di servizio).

Nell’occasione, la corte, premessa l’esaustività della motivazione “rimprovera” al ricorrente che tale censura non abbia prospettato in modo autosufficiente le argomentazioni spese a sostegno di un eventuale trafugamento di tale quaderno di servizio, la cui sparizione non risultava nemmeno denunciata.


ORDINANZA Sez. 3   Num. 31244  Anno 2018 Presidente Spirito, Relatore Di Florio

sul ricorso omissis proposto da:
M. in proprio, omissis COOPERATIVA SOCIALE in persona del legale rappresentante pro tempore M., elettivamente domiciliati in omissis, presso lo studio dell'avvocato omissis, che li rappresenta e difende unitamente all'avvocato omissis giusta procura speciale in calce al ricorso;
- ricorrenti -
contro
G. elettivamente domiciliata in omissis, presso lo studio dell'avvocato omissis, rappresentato e difeso dall'avvocato omissis giusta procura speciale in calce al controricorso;
- controricorrente
- avverso la sentenza n.omissis della CORTE D'APPELLO di MILANO, depositata il 30/06/2014; udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 06/11/2018 dal Consigliere
Dott. ANTONELLA DI FLORIO;
Ritenuto che
1. La Cooperativa omissis a r.l. ( da ora omissis ) e omissis (in proprio) ricorrono, affidandosi a tre motivi illustrati anche da memoria, per la cassazione della sentenza della Corte d'Appello di Milano che aveva confermato la pronuncia del Tribunale di rigetto della domanda proposta nei confronti della ex dipendente G. per ottenere il risarcimento del danno derivante dalla diffamazione che sarebbe stata commessa attraverso un'intervista da lei rilasciata ad un quotidiano locale, nel corso della quale aveva denunciato carenze trattamentali degli ospiti della struttura e la discriminazione alla quale erano sottoposti i dipendenti stranieri rispetto ai turni da svolgere.
2. L'intimata ha resistito con controricorso.
Considerato che
1. Con il primo motivo, i ricorrenti deducono la violazione e falsa applicazione:
a. dell'art. 132 co 2 n° 4 cpc nonché dell'art. 111 co 6 ° Cost. per totale assenza di motivazione e/o per motivazione apparente e/o contraddittoria e/o manifestamente illogica/perplessa rispetto alle argomentazioni del giudice di primo grado che erano state espressamente censurate con l'atto d'appello;
b. dell'art. 113 cpc nonché del Dlgs 196/2003 "e, in particolare, dell'attinente art. 26 rispetto alla motivazione fornita dalla Corte territoriale a postumo riempimento del correlativo vuoto motivazionale del Tribunale di omissis."
1.1. Lamentano che la Corte territoriale non aveva dato riscontro alle doglianze concernenti la portata diffamatoria delle dichiarazioni che la G. aveva reso al giornalista del Giornale di omissis che le aveva poi trasfuse nell'intervista pubblicata: assumono che dette dichiarazioni - aventi per oggetto i "gravissimi disservizi ed omissioni di controllo" che avevano caratterizzato il trattamento degli ospiti della struttura - erano fondate esclusivamente sull'esame del "quaderno di servizio" prodotto in fotocopia che, da una parte era stato acquisito abusivamente e doveva pertanto essere dichiarato "inutilizzabile" e, dall'altra, conteneva informazioni riservate relative ai dati sensibili dei pazienti per la cui pubblicazione doveva essere richiesto il consenso degli interessati ex artt. 4 e 26 Dlgs 196/2003.
1.2. Assumono, ancora, che sulle specifiche contestazioni la Corte non aveva reso una motivazione congrua, essendosi limitata ad affermare che "non fosse chiaro sulla base di quale norma tale quaderno avrebbe avuto carattere riservato, con ciò esprimendo una motivazione perplessa ed inosservante del principio "iura novit curia", con violazione dell'art. 113 cpc .
1.3. Il motivo è infondato.
Premesso, infatti, che la questione - che era stata oggetto del quarto motivo d'appello - è stata specificamente esaminata dalla Corte territoriale ( cfr. pag. 6 della sentenza impugnata) che, sul punto, ha reso una motivazione sintetica ma esaustiva, si osserva che:
a. in ordine alla impropria acquisizione della documentazione prodotta, la censura non ha prospettato in modo autosufficiente le argomentazioni spese a sostegno di un eventuale trafugamento del "quaderno di servizio" la cui sparizione non risulta sia stata mai denunciata: in tale situazione, in cui, oltretutto, le fotocopie non risultano oggetto di specifico ed argomentato disconoscimento, l'assenza di motivazione della Corte sulle modalità di acquisizione di esso è perfettamente in linea con la natura devolutiva del giudizio d'appello.
b. in ordine alla riservatezza dei dati personali elencati dal ricorrente ( e cioè i dati sensibili costituiti dalle indicazioni sullo stato di salute degli anziani, individuati con le loro generalità ), si osserva, preliminarmente, che nella fattispecie si discute di risarcimento del danno conseguente alla dedotta diffamazione: la divulgabilità o meno dei dati contenuti nella documentazione prodotta dalla convenuta risulta dunque inconferente, visto che l'utilizzabilità di essa potrebbe costituire una questione rilevante soltanto in sede penale, ai fini dell'accertamento di responsabilità da reato.
1.4. Ma tanto premesso, deve precisarci che i fatti che la Corte territoriale ha ritenuto utili ai fini di valutare la condotta della G., confermando la valutazione assolutoria del primo giudice, non erano riferiti ai dati personali dei degenti, ma alle disfunzioni trattamentali genericamente descritte nel quaderno di servizio quali la mancanza di posate e stoviglie, l'insufficienza delle lenzuola da cambiare e la mancata mobilizzazione dei degenti impossibilitati ad alzarsi dal letto ( cfr. pag. 6 terzo cpv della sentenza); e che l'art. 24 co 1 lett f) e l'art. 26 co 4 lett. c ) del Dlgs 196/2003 invocato dal ricorrente esclude la necessità del consenso per il trattamento dei dati personali nel caso, come quello in esame, in cui la produzione del documento che li contenga sia finalizzata "a far valere o difendere in sede giudiziaria un diritto".
1.5. Al riguardo questa Corte, ha avuto modo di chiarire con orientamento al quale questo Collegio intende dar seguito che "in materia di trattamento dei dati personali, l'art. 24 del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196, permette di prescindere dal consenso dell'interessato quando il trattamento dei dati, pur non riguardanti una parte del giudizio in cui la produzione viene eseguita, sia necessario, per far valere o difendere un diritto, a condizione che i dati, siano trattati esclusivamente per tali finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguímento" ( Cfr. Cass. 21612/2013 ; Cass. 15327/2009 ).
2. Con il secondo ed il terzo motivo, i ricorrenti lamentano:
a. la violazione e falsa applicazione degli artt. 2727 e 2729 c.c , e dell'art. 132 co 2 n° 4 e dell'art. 111 co 6 Cost.: censurano la valutazione della Corte in ordine alla "costrizione al silenzio della G.” sulle disfunzioni denunciate ed alla affermata inattendibilità dei testi, fondata sulla "comprensibile ritrosia e timore a confermare circostanze pregiudizievoli per la reputazione della residenza".
b. la mancanza assoluta di motivazione, con conseguente violazione/falsa applicazione dell' art. 132 co 2 n° 4 cpc e dell'art. 111 co 6 Cost. anche sotto l'aspetto materiale grafico nonostante la "correlata" motivazione apparente circa la pretesa "costrizione al silenzio" ed, ex art. 360 n° 5 cpc, l'omessa ed insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
2.1. I due motivi, per lo più sovrapponibili, devono essere esaminati congiuntamente: essi sono inammissibili perché, oltre ad invocare la formulazione dell'art. 360 co 1 n° 5 cpc non più vigente, chiedono nella sostanza una rivalutazione di merito della controversia, non consentita in sede di legittimità in presenza di una motivazione che sulla specifica questione sollevata, risulta superare il vaglio di costituzionalità.
La Corte territoriale, infatti, si è sufficientemente diffusa sulla circostanza dedotta, esprimendo una valutazione plausibile sulla prevalenza delle risultanze documentali, oltretutto riconducibili ad una fonte proveniente dalla controparte, rispetto alle deposizioni di testi la cui condizione di subordinazione rendeva comprensibile la ritrosia a deporre su fatti che potevano mettere in cattiva luce il loro datore di lavoro e, quindi, plausibile la loro dubbia attendibilità: si tratta, dunque, di una valutazione congrua, logica ed insindacabile in sede di legittimità.
2.2. Il rilievo dei ricorrenti tende, pertanto, a realizzare una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito ( cfr. ex multis Cass. 8758/2017 ).
In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.
Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.
Ai sensi dell'art. 13 co. 1 quater dpr 115/2002 da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso proposto , a norma del comma ibis dello stesso art. 13.
PQM
La Corte, rigetta il ricorso.
Condanna i ricorrenti alle spese del giudizio di legittimità che liquida in complessivi C 4500,00 per compensi ed C 200,00 per esborsi, oltre al rimborso forfettario spese generali nella misura di legge.
Ai sensi dell'art. 13 co. 1 quater dpr 115/2002 da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso proposto, a norma del comma ibis dello stesso art. 13.