Interessi protetti - Successioni, donazioni -  Riccardo Mazzon - 12/04/2018

Eredità: l'accettazione con beneficio d'inventario fatta da uno dei chiamati giova anche a tutti gli altri?

Premesso che l'accettazione d'eredità con beneficio di inventario, fatta da uno dei chiamati, non determina l'acquisto della qualità di erede, seppur beneficiato, in capo agli altri, non potendosi prescindere da un loro atto di accettazione (cfr. anche Cass., sez. II, 19 marzo 1999, n. 2532, GI, 2000, 735: “l'art. 510 c.c. non ha tale vis espansiva”), è vero però che l'accettazione con beneficio d'inventario, fatta da uno solo dei chiamati, giova anche a tutti gli altri, anche se l'inventario sia compiuto da un chiamato diverso da quello che ha fatto la dichiarazione.

Peraltro - come osserva Cass., sez. trib., 10 maggio 2013, n. 11150, GCM, 2013 in tema di imposta di successione -, l'art. 510 cod. civ. (secondo il quale, per l’appunto, possono giovarsi dell'inventario anche chiamati diversi da quello che ha fatto la dichiarazione) deve essere interpretato nel senso che i beneficiari non sono quelli che hanno accettato l'eredità puramente e semplicemente, né quelli decaduti dal beneficio, perché la redazione dell'inventario non può attribuire agli altri coeredi una posizione giuridica che essi non siano più in grado di acquistare (ne consegue, nell’ esempio tratto dalla pronuncia citata, che la contribuente che abbia accettato con beneficio di inventario ma solo per conto dei figli ed invece puramente e semplicemente per sé, era tenuta, ai sensi dell'art. 31, comma 1, del d.lgs n. 346 del 1990 (nel testo vigente "ratione temporis"), a presentare la dichiarazione di successione entro sei mesi dalla devoluzione ereditaria, non potendo perciò godere del trattamento più favorevole di cui all'art. 69 della legge n. 342 del 2000, riservato alle dichiarazioni di successione con scadenza posteriore al 31 dicembre 2000).

Ulteriormente, premesso che l'accettazione dell'eredità con beneficio d'inventario integra una eccezione in senso lato, in quanto il legislatore non ne ha espressamente escluso la rilevabilità d'ufficio e tale condizione non corrisponde all'esercizio di un diritto potestativo, ma rileva quale fatto da solo sufficiente ad impedire la confusione del patrimonio dell'erede con quello del defunto; e premesso altresì che, ove tale fatto sia già documentato in atti, il beneficio è liberamente invocabile dalla parte - anche in assenza di specifica allegazione e con forme diverse da quelle previste dall'art. 484 cod. civ.,

“poiché, se in ogni caso fosse necessaria l'accettazione formale, nessun giovamento deriverebbe dall'accettazione dell'altro chiamato: principio enunciato dalla Suprema Corte nel caso di coeredi accettanti con beneficio d'inventario e decaduti dal diritto, quali pretendevano di giovarsi dell'inventario legittimamente effettuato, dopo il raggiungimento della maggiore età, dal coerede minorenne al momento dell'apertura della successione” (Cass., sez. lav., 4 settembre 2008, n. 22286, GCM, 2008, 9, 1313) -

pure nel giudizio d'appello, ne consegue che esso è rilevabile d'ufficio dal giudice anche a favore degli altri chiamati all'eredità, senza che rilevi l'eventuale contumacia degli stessi, operando l'effetto espansivo previsto dall'art. 510 cod. civ. fino a quando essi non abbiano manifestato una accettazione pura e semplice ovvero siano decaduti dal beneficio, salva la facoltà di accettare avvalendosi espressamente del beneficio, ovvero di rinunciare all'eredità (così, recentemente, Cass., sez. un., 7 maggio 2013, n. 10531, FI, 2013, 12, I, 3500; inoltre, ovviamente, il principio non opera a favore di chi, mediante accettazione espressa, tacita o presunta, abbia già acquistato la qualità di erede puro e semplice al momento di detta accettazione beneficiata (Cass., sez. II, 9 febbraio 1982, n. 782, GCM, 1982, fasc. 2),

“non potendo la redazione dell'inventario attribuire agli altri coeredi - che siano divenuti tali per essere decaduti dalla facoltà di accettare con beneficio di inventario - una posizione giuridica che essi non siano più in grado di acquistare” (Cass., sez. II, 19 luglio 1993, n. 8034, VN 1994, I, 249).

E in caso di pluralità di eredi, di cui alcuni soltanto siano qualificabili come eredi beneficiati, la vendita dei cespiti, a fini liquidatori, non dovrà necessariamente avvenire per intero ed, in ogni caso, il giudice avrà titolo ad autorizzare l'alienazione delle sole quote dei beni appartenenti agli eredi beneficiati; mentre gli eredi puri e semplici, che per l'opzione compiuta rispondono dei debiti ereditari con l'intero personale patrimonio, resteranno liberi di alienare o meno le quote dei beni oggetto del loro acquisto "mortis causa" (così anche Trib. Salerno, 21 aprile 1999, VN, 2000, 130).

In virtù dei principi descritti (per un approfondimento, cfr., amplius, il capitolo quarto del volume "MANUALE PRATICO PER LA SUCCESSIONE EREDITARIA", Riccardo MAZZON 2015), è stato anche deciso che, a norma dell'art. 22 comma 2 d.P.R. 26 ottobre 1972 n. 637, il verbale di inventario e di stima della situazione patrimoniale di società non azionaria caduta in successione - verbale fatto redigere da coerede accettante con beneficio d'inventario - è idoneo a dimostrare il valore venale della società, e giova anche agli altri coeredi,

 “ai sensi dell'art. 510 c.c.” (Comm. trib. centr. sez. XXI, 6 maggio 1991, n. 3549, Comm. trib. Centr., 1991, I,397).