Deboli, svantaggiati - Deboli, svantaggiati -  Alceste Santuari - 03/01/2019

Enti locali ed enti del terzo settore: concessione di beni pubblici – d.lgs. 117/17

Il dpr n. 296/2005 stabilisce che gli enti locali che intendano concedere beni immobili devono espletare procedure di evidenza pubblica mediante pubblico incanto (art. 2, comma 1).

Questo principio giuridico ammette una deroga (art. 11), qualora la concessione sia finalizzata al perseguimento di finalità di interesse pubblico connesse all’effettiva rilevanza degli scopi sociali perseguiti in funzione e nel rispetto delle esigenze primarie della collettività e in ragione dei principi fondamentali garantiti dalla Costituzione, a fronte dell’assunzione dei relativi oneri di manutenzione ordinaria e straordinaria. I beneficiari di tale disposizione sono cooperative sociali, associazioni, fondazioni e comitati.

In linea con questa previsione, gli artt. 70 e 71 delineano un quadro giuridico favorevole alla concessione di beni pubblici da parte degli enti locali agli enti del terzo settore.

L’art. 70, comma 1 autorizza gli enti pubblici a prevedere forme e modi per l’utilizzazione non onerosa di beni mobili e immobili per manifestazioni temporanee degli enti del terzo settore. Il successivo comma 2 stabilisce che, nell’ambito di queste iniziative, gli organizzatori, previa SCIA, possano somministrare alimenti e bevande, anche in deroga agli specifici requisiti previsti dalla normativa vigente in materia.

Una ulteriore disposizione favorevole alle attività e agli interventi degli enti del terzo settore è rappresentata dall’art. 71, che consente a questi ultimi, indipendentemente dalla destinazione urbanistica tipizzata negli strumenti generali di pianificazione, di poter ubicare la propria sede in qualsiasi parte del territorio comunale. L’unica condizione che è richiesta dall’articolo in parola è l’utilizzo della sede, che non deve essere di “tipo produttivo”.

Ne consegue che gli enti locali possono, per un periodo massimo di 30 anni, concedere in comodato beni mobili e immobili di proprietà (non necessari per lo svolgimento di fini istituzionali) agli enti del terzo settore, escludendo le imprese sociali, per lo svolgimento delle loro attività statutarie. Spetta agli enti concessionari l’obbligo di provvedere, a proprie cura e spese, alla manutenzione e agli altri interventi necessari a mantenere la funzionalità dell’immobile (art. 71, comma 2).

Un’altra previsione agevolativa è prevista dall’art. 71, comma 3 a favore di quegli enti del terzo settore che operano nell’ambito culturale. A questi possono essere dati in concessione i beni culturali immobili di proprietà pubblica “per l’uso dei quali attualmente non è corrisposto alcun canone e che richiedono interventi di restauro”, contro il pagamento di un canone agevolato. Al fine di poter fruire di questa specifica agevolazione, gli enti del terzo settore devono svolgere le seguenti attività:

-) interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio;

-) organizzazione e gestione di attività culturali, artistiche o ricreative di interesse sociale, di promozione e diffusione della culturale e della pratica del volontariato (anche mediante iniziative editoriali);

-) organizzazione e gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale o religioso;

-) riqualificazione di beni pubblici inutilizzati e o di beni confiscati alla criminalità organizzata.

E’ fatto obbligo agli enti concessionari di presentare un progetto che evidenzi come intenda riqualificare, gestire e riconvertire l’immobile tramite interventi di recupero, restauro e/o ristrutturazione. All’uopo, il Codice del Terzo settore che gli enti concessionari di terzo settore possono realizzare questi obiettivi anche con l’introduzione di nuove destinazioni d’uso finalizzate allo svolgimento delle attività indicate. I costi relativi dovranno essere detratti dal canone di concessione: per questo motivo, la durata della concessione deve prevedere la possibilità di raggiungere l’equilibrio economico-finanziario dell’iniziativa, ma non può comunque superare il periodo massimo di 50 anni.

Questo per quanto riguarda l’oggetto – per così dire – della concessione. Ma come deve avvenire la scelta del soggetto concessionario? Il riferimento contenuto nel CTS è all’art. 151, comma 3, d. lgs. n. 50/2016, il quale, a sua volta, mediante il rinvio al comma 1 e all’art. 19, consente l’affidamento, per importi superiori ai 40 mila euro con la sola “previa pubblicazione sul sito internet della stazione appaltante, per almeno trenta giorni, di apposito avviso, con il quale si rende nota la ricerca di sponsor per specifici interventi, ovvero si comunica l’avvenuto ricevimento di una proposta di sponsorizzazione, indicando sinteticamente il contenuto del contratto proposto. Trascorso il periodo di pubblicazione dell’avviso, il contratto può essere liberamente negoziato, purché nel rispetto dei principi di imparzialità e di parità di trattamento fra gli operatori che abbiano manifestato interesse, fermo restando il rispetto dell’articolo 80”, che – si ricorda – dispone in ordine ai motivi di esclusione degli operatori economici dalla selezione.

Nel caso, invece, in cui l’ente di terzo settore intenda realizzare i lavori, prestare i servizi o le forniture direttamente a sua cura e spese, la stazione appaltante deve verificare il possesso dei requisiti degli esecutori. In questo caso, comunque, “non trovano applicazione le disposizioni nazionali e regionali in materia di contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, ad eccezione di quelle sulla qualificazione dei progettisti e degli esecutori” (cfr. art. 19, comma 2, Codice dei contratti pubblici). Rimane in capo all’ente concedente e proprietario dell’immobile culturale di impartire indicazioni prescrittve “in ordine alla progettazione, all’esecuzione delle opere e forniture e alla direzione dei lavori e collaudo degli stessi”.

Da ultimo, vale la pena ricordare che gli enti del terzo settore, al pari di qualsiasi soggetto privato, sono ammessi ad accedere a tutte le agevolazioni, in particolare al credito agevolato, previste per il finanziamento di programmi di costruzione, di recupero, di restauro, di adattamento, di adeguamento alle norme di sicurezza e di straordinaria amministrazione di strutture ed edifici da utilizzare per le finalità di interesse generale (non produttivo), nonché per la dotazione delle relative attrezzatture e per la loro gestione (art. 71, comma 4, d. lgs. n. 117/17).

A ben vedere, la riforma del terzo settore ha voluto individuare negli enti del terzo settore i soggetti privilegiati per utilizzare il patrimonio pubblico; e ciò proprio in ragione delle finalità di interesse collettivo che gli enti sono chiamati (obbligati) a realizzare, anche apportando risorse proprie. E’ questa una modalità di partnership tra enti del terzo settore ed enti locali che merita indubbiamente di essere maggiormente esplorata (rispetto a quelle più tradizionali) e che, dunque, richiede un approfondimento anche di carattere giuridico-legale, in specie nell’adozione di appositi regolamenti comunali che possano disciplinare l’uso degli immobili.