Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Riccardo Mazzon - 13/03/2018

Eccesso colposo nelle cause di giustificazione: implica sempre risarcimento del danno - seconda parte -

Volendo approfondire maggiormente alcuni aspetto dell’eccesso colposo, v’è da dire, innanzitutto, che sul piano oggettivo l’eccesso si configura come travalicamento dai limiti entro i quali la condotta dell’agente si presenta come lecita, in forza di una data norma scriminante; ciò presuppone, naturalmente, l’effettiva sussistenza (oppure una erronea supposizione nel senso che si vedrà infra) della situazione assunta dalla norma scriminante a presupposto della liceità della condotta; è su tale situazione che si innesta una condotta eccedente i limiti di liceità segnati dalla norma scriminante stessa: ecco perché l’eccesso colposo non è ravvisabile in ipotesi di omicidio volontario verificatosi a seguito di una sfida tra due soggetti, in quanto in quest'ultimo caso è esclusa di per sé la necessità della difesa.

L’eccesso può pertanto configurarsi soltanto rispetto ai requisiti “dinamici” della scriminante e cioè a quelli attinenti alla condotta dell’agente (come la “necessità” e la “proporzione” della difesa nel caso di cui all’art. 52 c.p.); non, invece, rispetto ai requisiti “statici” di essa, attinenti alla situazione scriminante (come il “diritto” da difendere e il “pericolo attuale di un’offesa ingiusta”), i quali devono compiutamente sussistere nella realtà (almeno a livello putativo); quando parliamo di eccesso, ci si riferisce pertanto a quel fatto che solo fino ad un certo punto del suo svolgimento è sorretto da una causa di giustificazione in realtà esistente: tale prima fase del fatto si identifica, appunto, nella sussistenza di una situazione scriminante, sulla quale, poi, si innesta una condotta obiettivamente travalicante i limiti di liceità fissati dalla norma esimente - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -.

Quanto al caso di concorso di più persone al fatto obiettivamente eccessivo rispetto ai limiti posti da una causa di giustificazione, s’avverte come la responsabilità di ciascun concorrente dipenderà dal rispettivo coefficiente psicologico: quindi sarà possibile che taluno dei concorrenti sia condannato a risarcire il danno per eccesso colposo e che altri, al contrario, invece vengano ritenuti esenti da responsabilità, magari per aver partecipato incolpevolmente al fatto.

Il giudizio circa l’eccesso dai limiti imposti alla condotta dell’agente dalla norma scriminante deve effettuarsi ex post, ossia con riferimento al risultato effettivo della condotta e non al risultato avuto di mira dall’agente o a quello che un osservatore medio si sarebbe atteso al momento della condotta; così, ad esempio, ritenuta la sussistenza di un comportamento aggressivo e la legittimità della correlata reazione, il giudice, ai fini dell'art. 55 c.p., deve accertare che vi sia stato travalicamento dei limiti imposti dalla necessità di respingere l'aggressione, il che significa individuare la reazione di minore efficacia lesiva che l'aggredito avrebbe potuto adottare per sottrarsi all'offesa e poi verificare che tale condotta alternativa fosse astrattamente ipotizzabile nel caso concreto; ancora, è stato deciso che il presupposto su cui si fondano sia l'esimente della legittima difesa che l'eccesso colposo è costituito dall'esigenza di rimuovere il pericolo di un'aggressione mediante una reazione proporzionata e adeguata, cosicché l'eccesso colposo si distingue per un'erronea valutazione del pericolo e dell'adeguatezza dei mezzi usati: ne deriva che, una volta esclusi gli elementi costitutivi della scriminante - per l'inesistenza di una offesa dalla quale difendersi - non vi è alcun obbligo per il giudice di una specifica motivazione in ordine ad un eccesso colposo in tale scriminante, pur se espressamente prospettato dalla parte interessata.

Quanto al c.d. momento soggettivo dell’eccesso colposo, va ribadito come, affinché possa trovare applicazione l’art. 55 c.p, il “superamento” dei limiti deve potersi imputare sul piano soggettivo ad una colpa dell’agente ossia a sua imprudenza, negligenza, imperizia o inosservanza di leggi, regolamenti, ordini, etc…: naturalmente, in ambito penale, l’eccesso colposo darà luogo a responsabilità colposa solo se il fatto è previsto dalla legge come reato colposo, mentre, in ambito civile, la colpa sarà sempre sufficiente a comportare l’obbligo di risarcire l’eventuale danno arrecato.

E’, dunque, in tal senso che comunemente s’afferma che si ha eccesso colposo di difesa legittima quando si superano i limiti imposti dalla necessità della difesa per effetto di una delle inosservanze di norme di condotta in cui può manifestarsi la colpa, secondo l'art. 43 c.p.: e tale superamento può dipendere sia da difetto colpevole di conoscenza da parte dell'agente, sia da altre inosservanze di norme di condotta, relative all'uso dei mezzi o alle modalità di attuazione del fatto.

Ulteriormente, sarà sempre opportuno aver a mente come parte della dottrina penalistica (tra gli altri, Padovani, Mantovani, Fiandaca, Musco) ritenga che l’eccesso possa manifestarsi in due forme diverse: come errore-motivo e come errore inabilità.

Quanto all’eccesso colposo come errore-motivo, trattasi di errore evitabile di valutazione della situazione scriminante (effettivamente esistente) in cui è incorso l’agente concreto e nel quale non sarebbe incorso un ideale agente modello posto nella stessa situazione (risultato voluto ma erronea valutazione dello stato di fatto).

Eclatante, in questo senso, è il caso del metronotte che, erroneamente valutando il fatto concreto, uccide l’ostaggio con il quale gli aggressori si fanno scudo (anche se, probabilmente, nel caso di specie, si trattò invece di errore inabilità): la Suprema Corte sentenziò come l’uso legittimo delle armi possa avere esplicazioni di varia gravità fino all'uccisione degli aggressori; deve, però, cessare quando essi si facciano scudo dell'ostaggio: la vita dell'ostaggio è un bene preminente da tutelare; nella specie, relativa ad affermazione di responsabilità dell'imputato per avere cagionato la morte dell'ostaggio per eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi utilizzate per impedire la consumazione dei delitti di rapina a mano armata e di sequestro di persona, si osservò altresì che, in quel momento, il metronotte non correva un imminente grave pericolo non altrimenti evitabile; che non vi era dubbio che sussistesse la necessità di impedire la rapina, ma il diritto dell'ostaggio alla vita non poteva in alcun modo essere pretermesso.

Tale errore interviene, dunque, nella fase formativa della volontà, precludendo l’imputazione, a titolo di dolo, della condotta realizzata in conseguenza dell’erronea valutazione; questa forma di eccesso colposo è, in sostanza, un’ipotesi particolare di errore sulla situazione scriminante disciplinato, come abbiamo visto, in via generale dall’art. 59, ultimo comma, c.p.: nel caso in esame, l’agente percepisce una situazione scriminante realmente esistente (di conseguenza l’agente vuole l’evento più grave), ma ne valuta in maniera inesatta l’effettiva portata (per tale motivo si parla anche di “eccesso nel fine”), ponendo in essere, di conseguenza, una condotta che finisce col provocare un risultato lesivo più grave di quello imposto o consentito dalla legge, dall’ordine dell’autorità, o dalla necessità; è questo anche caso dell’agente che, errando sulla superiorità fisica dell’aggressore, ne sopravvaluta il pericolo e volontariamente uccide l’avversario mentre avrebbe potuto fermarlo a suon di pugni: si realizza pertanto un evento sproporzionato rispetto a quello che sarebbe stato invece sufficiente produrre.