Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Paolo Cuzzola - 11/09/2018

Diritto di famiglia: DDL Pillon quando un disegno di legge fa paura agli avvocati ed alle donne!

Tale contributo vuole essere una riflessione finalizzata alla migliore comprensione dello spirito del DDL Pillon che già in fase embrionale ha visto sorgere critiche sia  da parte di quell’avvocatura che rimane radicata ad una visione processualistica e “litigation” della separazione dei coniugi sia da parte di associazioni pseudo femministe che sebbene sostengano la  parità politica, economica e sociale tra i sessi, a partire dall’idea di base secondo cui le donne sarebbero state e sarebbero tuttora discriminate, concetto questo teoricamente ineccepibile, se solo le femministe non fossero portatrici tutt’altro che sane di bullismo e incoerenza.

 In pratica, tutto funziona finché si sostiene una parità tra i sessi che sempre più frequentemente sfocia in privilegio immotivato

Vediamo, innanzitutto, quali sono i principi innovatori introdotti dal DDL Pillon: i concetti di doppio domicilio del minore, di doppia residenza della prole e di mantenimento in forma diretta dei figli.

Inoltre, amplia le possibilità di intervento e supporto di importanti figure parentali, quali i nonni; questi ultimi avranno la possibilità di costituirsi adesivamente nel processo di una delle parti in causa, rivendicando un ruolo processuale e sostanziale senza precedenti.

Il disegno di legge prevede altresì una fruizione piena della bigenitorialità, scandita da tempi paritari, attuando i princìpi già preconizzati sulla carta dal D. Lgs. 154/2013 e prima ancora dalla L.  54/2006 e tuttavia diffusamente disattesi nella prassi.

Allo stato dell’arte, in luogo di un teorico affidamento condiviso della prole, si è infatti diffusa la pratica del collocamento prevalente nel superiore interesse del minore, che realizza nella maggior parte dei casi un autentico “affidamento materialmente esclusivo” che ha fortemente riadattato il portato innovativo degli interventi del Legislatore del 2006 e del 2013.

Con la soppressione della figura del genitore collocatario verrà altresì meno l’assegnazione della casa familiare, che resterà nella disponibilità del proprietario. Nei casi, assai frequenti, di case cointestate, si applicherà, pertanto, la disciplina codicistica della comunione di cui agli artt. 1100 e ss. c.c. I minori avranno conseguentemente due residenze, presso le case dei rispettivi genitori.

Separazione senza la garanzia di un mantenimento da parte dell’uomo-bancomat? Bambini che frequentano il padre tanto quanto la madre? Questa è la parità che fa paura, perché un conto è rivendicare indipendenza e pari opportunità, tutt’altro conto è averle.

 E “La Repubblica”, titola  “Ddl Pillon: una assurda proposta maschilista contro tutto e tutti”.

Maschilista? Contro tutti chi? Contro la maternal preference, certo.

Che non è tutto e non è tutti, è solo il luogo comune, il retaggio di una mentalità vecchia che dice che l’uomo gestisce e porta a casa i soldi, mentre la donna la casa la pulisce e coccola la numerosa prole.

Il disegno di legge proposto dal Senatore Pillon è fondato sull’idea di base secondo cui la bigenitorialità e l’avere due genitori in egual misura presenti nella propria vita è e deve essere il principale e sacrosanto diritto di ogni bambino che sia figlio di separati.

 Ma il problema non è questo, il problema che tanto assilla le mamme non è il tempo in più che i loro bambini passeranno coi papà, il problema vero è l’assegno e la casa coniugale .

Quelli le madri (moderne e indipendenti?) proprio non li vogliono mollare.

 Il mantenimento diretto e la soppressione del genitore collocatario con la relativa non assegnazione della casa coniugale “automatica” eccolo il Leviatano!

Ben nascosto dietro affermazioni senza fondamento tipo quelle pubblicate da Letteradonna: “sono frequentissime le situazioni nelle quali, in particolare (per non dire sempre) le donne, si ritrovano in una posizione tutt’altro che paritaria con l’ex coniuge. Una applicazione puntuale della legge porterebbe il minore (nell’interesse supremo del quale il Ddl doveva essere pensato) a vivere in ambienti disomogenei o addirittura completamente diversi, perché frutto delle possibilità di uno e dell’altro genitore”.

 Forse l’autrice dell’articolo Sig.ra Luisa Rizzitelli, avrebbe dovuto leggere il testo della proposta, scorrerlo quantomeno, prima di scrivere inesattezze macroscopiche.

Forse, ma solo forse, avrebbe così potuto porsi un paio di domande laddove si dice chiaro: “nel piano genitoriale deve essere indicata la misura e la modalità con cui ciascuno dei genitori provvede al mantenimento diretto dei figli, sia per le spese ordinarie sia per quelle straordinarie, anche attribuendo a ciascuno specifici capitoli di spesa, in misura proporzionale al proprio reddito…”. Che dire, per accorgersi che il mantenimento economico non scompare, semplicemente si cerca di accertare che questo vada davvero al figlio e non alle estetiste delle ex, bastava leggere.

Il cardine della riforma, ad ogni modo, sembrerebbe essere innanzitutto l’introduzione di una figura atta a comporre il conflitto della coppia.

La figura del mediatore familiare, difatti, è il vero cardine del DDL e incarna quel supporto concreto alla genitorialità che nei precedenti interventi legislativi mancava o al massimo compariva quale sostegno facoltativo ed eventuale.

La riforma in procinto di discussione è fortemente sostenuta dai padri separati, poiché questi ultimi portano le cicatrici più evidenti delle discrasie morali ed economiche recate dall’inadeguatezza delle prassi sinora alimentate in materia di affidamento e genitorialità condivisa.

Tra le tante criticità sollevate sul DDL, quella che sta avendo maggiore rilievo è l’introduzione all’art. 7 del DDL del tentativo obbligatorio di conciliazione, per le coppie con prole, innanzi ad un mediatore abilitato ex art. 1.

Tale tentativo sarà condizione di procedibilità del procedimento di separazione ed il professionista incaricato, anche in caso di esito negativo, dovrà rilasciare una sorta di attestazione di partecipazione al fine di potere fare accedere la coppia in Tribunale.

Le osservazioni contro si basano sulla percezione di molti avvocati che il mediatore familiare non sarebbe in grado di potere supportare le coppie, soprattutto quelle “borderline”, nel percorso finalizzato al superamento del conflitto,  al diritto del mediatore di “cacciare” dalle sue sedute i difensori (art. 3.5), come se il diritto delle persone alla difesa fosse un inutile ornamento, e all’art. 6.7, che impone ai difensori e ai genitori di “collaborare lealmente” con il mediatore, secondo quella nozione di “collaboratività” pelosa propria dell’attività del servizio sociale. E’ anche terribilmente fastidiosa l’idea che sia “libera” la scelta dei genitori di avvalersi del coordinatore genitoriale: ma dov’è la libertà quando i genitori, grazie a Pillon, sono già giocoforza inseriti in questo sistema di “mediazione”, “collaborazione, “coordinazione”?  Addirittura poi, il coordinatore (figura del tutto da definire), avrebbe precisi compiti terapeutici, quale la garanzia del rapporto tra figli e genitori.

A parere dello scrivente, le criticità sollevate sono una mera riproposizione di tutte quelle osservazioni effettuate in sede di ingresso nel nostro ordinamento del D.lgs. 28/2010 che ha introdotto nel nostro ordinamento la Mediazione Civile e Commerciale.

Continua a persistere nell’immaginario di parte dell’avvocatura quella visione “tribunalcentrica” che vede nel Magistrato il soggetto deputato a dispensare giustizia.

Nell’introduzione alla proposta, così come nel suo dispositivo, la centralità della mediazione è affermata con estrema forza e più volte.

 Essa interviene sia nella fase iniziale della separazione, ma anche durante l’iter, in caso di dissidi. E’ una scelta di riferimento del DDL Pillon, che la individua come strumento per togliere i conflitti separativi dalla competenza di un giudice, e in ciò la finalità è sicuramente meritoria.

Emerge chiaro che ciò che la coppia decide in mediazione e definisce nel “piano genitoriale” ha un’importanza chiave, anche rispetto al giudice e alle sue inclinazioni.

 Nel DDL la mediazione è obbligatoria solo per il primo incontro, dopo di che può essere interrotta unilateralmente. Il termine massimo di sei mesi per raggiungere un accordo avrebbe senso se mediare fosse obbligatorio sempre.

Tutto il dettato dedicato alla mediazione ha un’ispirazione altissima, ma il percorso è lungo e tortuoso. Trovare modalità efficaci e rapide per risolvere la conflittualità delle coppie in lite tenendole lontane dai tribunali non è facile, va detto, e il tentativo mediatorio è irrinunciabile. Sacrosanto, dunque, in termini di principio, ciò che stabilisce il DDL sulla mediazione.