Amministrazione di sostegno - Amministrazione di sostegno -  Michela Del Vecchio - 20/05/2019

Diritto al rifiuto alle cure e amministrazione di sostegno – Cassazione, I Sez. Civile, 15 maggio 2019 n. 12998

In un articolato, pubblicato il 21 marzo 2017 intitolato “Fine vita: contro la burocratizzazione delle D.A.T.”, Paolo Zatti, commentando i lavori preparatori della Legge 219/17 e le formalità che il legislatore stava predisponendo per le D.A.T., scriveva “… fiduciario e medico leggeranno, concorderanno; se il medico ha un dubbio o una resistenza motivata ricorrerà al giudice, e altrettanto potrà fare il fiduciario o i familiari; preoccupiamoci piuttosto che ci sia un giudice attrezzato e preparato, e che ogni cura intrapresa in urgenza possa, se contraria alle disposizioni, essere interrotta”.

“Ci sia un giudice attrezzato e preparato”, dunque, e tale, per la decisione in commento, non appaiono essere stati né il Giudice tutelare di Savona né la Corte d’Appello di Genova che hanno negato l’apertura di un procedimento di  amministrazione di sostegno sul presupposto della valutazione della piena capacità del soggetto e dell’estraneità dell’istituto di cui agli artt. 404 e ss c.c. del diritto di rifiutare determinate terapie “trattandosi di un diritto azionabile autonomamente in giudizio e non tutelabile, in via indiretta, mediante l’istituto in questione”.

La persona che aveva azionato la procedura per la nomina di un amministrazione di sostegno era la moglie di una persona affetta da M.A.V. (malformazione arterovenosa) impossibilitata, a causa della patologia, di comunicare la decisione di non subire emo trasfusioni in ragione della sua fede religiosa.

Una decisione ferma e documentata in una scrittura custodita  non nelle forme indicate dalla L. 219/17) nella quale non solo era chiaramente comunicata la volontà di rifiutare trattamenti medici consistenti in trasfusioni di sangue ma era anche designato un amministratore di sostegno per dare le indicazioni necessarie ai sanitari nel rispetto della volontà esternata.

La questione ha sollecitato i giudici di legittimità ad affrontare diversi aspetti dell’amministrazione di sostegno in relazione alle decisioni medico sanitarie da adottare.

Ricordando che ai sensi dell’art. 739 c.p.c.  il decreto della corte d’appello, in quanto provvedimento di natura decisoria, è ricorribile in Cassazione, nella decisione allegata è stata evidenziata (ahimè ancora evidentemente non ben nota) la differenza fra incapacità e impossibilità. L’art. 404 c.c. infatti fonda la nomina di un amministratore di sostengo sull’impossibilità della persona ad aver cura di sé a causa di una infermità ovvero di una menomazione fisica o psichica.

Non è dunque richiesta, per l’intervento giudiziario in questione, un’incapacità anche naturale ma un’impossibilità ovvero la privazione – in tutto o in parte – di autonomia della persona che per ciò solo richiede l’attivazione di un sistema di protezione.

Perdita totale o parziale di autonomia che può conseguire a qualsiasi infermità che ponga la persona nella difficoltà di provvedere ai propri interessi (e dunque non necessariamente deve trattarsi di un’infermità di mente).

Ciò è ancor più rilevante ove il soggetto, ancor in grado di esternare la propria decisione in ambito sanitario, ha espressamente dichiarato il rifiuto all’intervento medico di emotrasfusione in ragione della propria fede religiosa.

Volontà documentata non nelle forme dell’art. 4 della L. 219/17 ma in una scrittura conservata personalmente dal disponente.

L’art. 6 della menzionata legge del 2017, unica disposizione transitoria, ricorda la corte, riguarda i documenti e gli atti volti ad esprimere le volontà del disponente in merito ai trattamenti sanitari, depositati presso il comune di residenza o presso un notaio, prima dell’entrata in vigore della legge”.

Quid juris dunque delle volontà esternate nella scrittura personalmente custodita per mostrarla ai medici in caso di occorrenza?

Ben vengano dunque le riflessioni citate di Zatti verso un sistema più liberale delle D.A.T. (si cerchi un accordo fra medico e fiduciario qualunque sia la forma con cui sono documentate le D.A.T. o intervenga il Giudice, ben preparato ovviamente).

E su tale aspetto è intervenuta la cassazione: una valutazione delle scelte terapeutico sanitarie compiute in considerazione del diritto all’autodeterminazione, alla fede religiosa, alla dignità umana.

Tale valutazione ha condotto all’unica possibile conclusione: la validità ed efficacia di dichiarazioni espresse ed esternate da persona pienamente capace (nel pieno possesso delle facoltà cognitive e volitive) con indicazione anche della persona cui affidare le decisioni nell’evenienza del verificarsi della condizione indicata dal disponente.

La designazione dell’amministrazione di sostegno dunque contenuta in tali disposizioni ha proprio la finalità di impartire le direttive ai sanitari condividendo così il percorso terapeutico scelto dal disponente.

Certamente questi ultimi, nel rispetto del diritto all’autodeterminazione terapeutica del paziente, possono nel quadro dell’alleanza terapeutica attuare ogni strategia di persuasione ove appunto tale diritto porti al sacrificio del bene della vita ma giammai potranno impedirne l’esercizio e saranno tenuti al rispetto dello stesso.

Né un rifiuto a terapie medico chirurgiche anche salvifiche può essere confuso con l’eutanasia posto che, ed anche su tale aspetto la cassazione è stata chiara, la scelta compiuta non è volta ad abbreviare la vita ma solo a consentire che la malattia segua il suo corso naturale.

Il diritto fondamentale della persona a non essere sottoposta a trattamenti terapeutici, alla luce della giurisprudenza nazionale ed europea, è espressione della dignità dell’uomo che, anche in considerazione della normativa sovranazionale, va garantita e protetta.