Responsabilità civile - Generalità, varie -  Francesca Sassano - 18/03/2019

Diritti in Movimento: lavoriamo sul concreto e sulla giustizia

Questo scritto non ha al momento la pretesa di un approfondimento giuridico, che forse la materia oggi necessita. Esso nasce da un prezioso confronto, anzi da una generosa provocazione, su un caso di studio, sottoposto all'attenzione dell'Avv. Antonio Palazzo, che pur conoscendo per la competenza e per la professionalità già nota,  ho scoperto e apprezzato anche per la sua creatività giuridica.  La questione ci portava - inevitabilmente come accade oggi anche troppo spesso - ad argomentare sulle scarse possibilità di ristoro offerte alla parte, a seguito d'ingiusta condanna penale revocata.  E non era per ripercorrere le uniche e in verità troppo formali possibilità  della legislazione attuale, ma lo spunto ci induceva oltre. La domanda, sicuramente legittima e se non codificata forse anche consentita, era questa: perchè mai sottrarre il Magistrato ( ndr: funzionario dello Stato) all'applicabilità di una diretta riparazione,  se egli si ponga al di fuori di un contesto di regolarità contrattuale?  
Con la l. n. 18/2015 si è modificata la legge Vassalli, adeguando la normativa interna alle istanze dell'Unione Europea. (1)


Le modifiche introdotte con la l. n. 18/2015 hanno avuto lo scopo di rendere efficace la responsabilità “da errore” dei giudici, ponendo limiti più stringenti e rigorosi di quelli derivanti dalla condizione di una manifesta violazione del diritto vigente .  (2) Ma l’errore e il dolo, appaiano cose diverse rispetto alla possibilità di un agire non adeguato al rispetto di un contratto di lavoro.
Il risultato conseguito da questa riforma è stato finalizzato solo a introdurre formule più ampie di responsabilità dei magistrati, al fine di ottenere un miglioramento all'efficienza del sistema giudiziario .  Peraltro, la decisione di trasformare una richiesta di risarcimento al singolo da parte dello Stato, in facoltà per il singolo di agire nei confronti del magistrato, senza alcun filtro o clausola di salvaguardia, non corrisponde ad una richiesta europea. (3)   E' ormai noto che i maggiori dubbi interpretativi sono sorti sia nel merito della scelta, sia nell'interpretazione, della ridefinizione di «colpa grave» ex art. 2, co. 3, l. n. 117/1988 e nell'introduzione della nuova formulazione della responsabilità per il «travisamento del fatto e delle prove».  Il travisamento del fatto introdotto dalla legge n. 18/2015 non può ritenersi assorbito dalla nozione di errore di fatto di cui all'art. 395, n. 4, c.p.c. cui anche l'art. 106 c.p.a. fa espresso riferimento per la revocazione della decisione. La legge ha esteso la responsabilità anche per l'errore nella valutazione di atti e prove oltre alla nuova previsione della responsabilità per la violazione del diritto comunitario. E nella generale azione di rivalsa di cui all'art. 7, l. n. 117/1988, che essendo una normale azione giudiziaria civile è ancorata al principio della domanda, vi è d'obbligo del rispetto del principio dell'art. 112 c.p.c. della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato. Ciò posto, la domanda iniziale deve essere compiutamente riproposta, invocando  gli istituti e le norme di carattere generale.  In particolare l'art.2043 (4) c.c., ovvero il principio del neminem laedere , in lettura congiunta con l'art. 88 (5) c.p.c.  che afferma di dovere di probità e di lealtà  e con l'art. 1175 (6) cc che invoca un comportamento secondo correttezza. D'altra parte il Magistrato nel suo rapporto contrattuale con lo Stato è sicuramente tenuto al rispetto del principio contenuto nell'art. 1375 c.c., ossia che lo svolgimento del proprio lavoro "sia eseguito secondo buona fede". Il problema da affrontare, anche con coraggio propositivo e interpretativo,  è nella possibilità di una legittimazione passiva diretta. Sotto il profilo dei presupposti dell'azione di responsabilità dei magistrati, la giurisprudenza è granitica nel sostenere che la stessa ricorre " allorché la violazione sia ascrivibile a negligenza inescusabile, che si configura ove vengano disattesa soluzioni normative chiare o siano violati principi elementari di diritto, ovvero ancora quando la soluzione adottata sia ascrivibile al dolo del magistrato".  La Consulta ha ritenuto che, nell'esercizio della propria discrezionalità, il legislatore del 2015, nel delicato bilanciamento tra il diritto del soggetto danneggiato da un provvedimento giudiziario a ottenere il ristoro del pregiudizio patito e la salvaguardia delle funzioni giudiziarie da possibili condizionamenti, potesse abolire il filtro di ammissibilità,  ed ha altresì  ritenuto che "le esigenze di tutela dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura fossero state soddisfatte dal legislatore mediante l'apprestamento di particolari misure, previste dalla l. n. 18 del 2015: il mantenimento del divieto dell'azione diretta contro il magistrato; la netta separazione degli ambiti di responsabilità dello Stato e del giudice ". (7)  La previsione di presupposti autonomi e più restrittivi per la responsabilità del singolo magistrato, attivabile, in via di rivalsa, solo se e dopo che lo Stato sia rimasto soccombente nel giudizio di danno; il mantenimento di un limite nella misura della rivalsa.(8) L'assetto di responsabilità definito dalla l. n. 18 del 2015, non comprime affatto l'indipendenza e l'autonomia della magistratura e del singolo giudice ed appare solo una tardiva ed insufficiente  risposta dell'ordinamento alla  espansione della giurisdizione che a seconda delle situazioni determina un attivismo giudiziario o una  supplenza legislativa con troppe volte scarsa soddisfazione delle giuste istanze di risarcimento del danno patito dal singolo.

 1) si vedano le pronunce della Corte di giustizia  (4), le quali hanno dichiarato la normativa italiana — e segnatamente l'art. 2, co. 2, l. n. 117/1988 — in contrasto con il diritto dell'Unione per i seguenti motivi: da un lato, perché tesa ad escludere la responsabilità dello Stato membro per i danni arrecati ai singoli a seguito della violazione del diritto sovranazionale quando questa sia imputabile ad un organo giurisdizionale di ultimo grado, per il motivo che la violazione risulta da una interpretazione delle norme giuridiche o da una valutazione dei fatti e delle prove operate da tale organo; d'altra parte, perché per mezzo di una interpretazione della colpa grave in termini restrittivi da parte della Corte di cassazione, si tendeva ad escludere la responsabilità dello Stato italiano anche in ipotesi diverse dalla interpretazione di norme di diritto o di valutazione delle prove; infine perché non prevedeva espressamente il rispetto del diritto dell'Unione europea.

2) si veda la necessità proveniente dagli organi comunitari di riconoscere la responsabilità dello Stato membro anche per decisioni provenienti da alti organi della sua giurisdizione, presuppone che la violazione si riferisca alla errata interpretazione/valutazione/applicazione della normativa interna rispetto a quella operata da organi di giurisdizione sovranazionale sui principi che siano ritenuti fondamentali per l'Unione europea.

3)  La Corte di giustizia chiedeva esclusivamente che non fosse precluso il risarcimento a carico dello Stato italiano per le decisioni assunte dalle Alte Corti. Basti pensare che lo stesso Statuto dei Giudici approvato dal Consiglio d'Europa nel 1998, nonché la raccomandazione adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa (n. 12/2010), confermano che «soltanto lo Stato, ove abbia dovuto concedere una riparazione, può richiedere l'accertamento di una responsabilità civile del giudice attraverso un'azione civile innanzi ad un tribunale», oltre a sancire con fermezza l'assoluta indipendenza dei magistrati anche nella organizzazione interna degli uffici giudiziari.

4)  "Qualunque fatto doloso o colposo , che cagiona ad altri un danno ingiusto , obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno"

5)  Le parti e i loro difensori hanno il dovere di comportarsi in giudizio con lealtà e probità

6)  L'articolo fa riferimento al concetto di correttezza, a cui può affiancarsi quello di buona fede in senso oggettivo, cioè il dovere di comportarsi con lealtà ed onestà. Entrambi i concetti sono generici, privi di contenuto specifico, che deve ssere loro attribuito dal giudice in sede di definizione dei casi concreti a lui sottoposti.

7)  F. BIONDI, Una responsabilità civile più dello Stato che dei magistrati, in Quad. cost. 2015, 405 ss., parla di superamento del parallelismo tra la responsabilità dello Stato e quella del magistrato.

8)  Si vedano, sul punto, le considerazioni di A. RIDOLFI, A proposito delle questioni di legittimità costituzionale sulla legge n. 18/2015 e della responsabilità dei magistrati in generale, in www.osservatorioaic.it 2016, 7.