Responsabilità civile - Responsabilità civile -  Michela Del Vecchio - 07/09/2019

Diritti della persona e ingiustificato ricovero psichiatrico – Cass, Sez. III, ord. 2177 del 5 settembre 2019

La terza sezione della Corte di Cassazione torna a pronunciarsi in materia di responsabilità civile in un caso delicato e particolare.

Nove anni, rifiutato dalla madre, A. viene ricoverato in un ospedale psichiatrico ove trascorre tutta la sua vita fino all’età di 32 anni: dimesso dalla struttura, A. legge nella sua cartella clinica l’assenza di patologie mentali tanto da non essere stato sottoposto, in tutto il periodo di permanenza nell’ospedale, ad alcuna cura psichiatrica.

Convocata in giudizio per lesione dei diritti fondamentali della persona, la struttura legittimava il suo operato con il richiamo alle esigenze di carattere umanitario (assenza di una figura genitoriale o di tutela) e con la permanenza volontaria dello stesso A, divenuto maggiorenne, nella struttura medesima.

Già in primo grado le eccezioni sollevate dalla struttura convenuta nel procedimento risarcitorio furono respinte evidenziando, nella condotta dei sanitari, un comportamento lesivo della chance che avrebbe potuto avere A. di essere inserito in un nucleo familiare con conseguente lesione dei valori costituzionalmente protetti e di diritti umani inviolabili.

Anche il Giudice di secondo grado, confermando la decisione del Tribunale, sottolineando come la condotta dei sanitari avesse comunque comportato “una sofferenza tale da determinare in A. un’alterazione del proprio relazionarsi con il mondo esterno, inducendolo a scelte di vita diverse”.

La Suprema Corte, investita della questione, ha riconosciuto le lesioni patite ed, in particolare, la lesione degli artt. 2, 3 e 32 della Cost. e degli artt. 33 e 34 della L. 833/78 per il periodo temporale in cui A., ormai divenuto maggiorenne, è rimasto volontariamente nella struttura.

La cartella clinica, evidenziava la Corte, non permetteva infatti di acquisire informazioni in merito ad una patologia mentale che avesse legittimato il ricovero nella struttura psichiatrica né l’acquisizione, per il periodo in cui era stata raggiunta la maggiore età, di un consenso consapevole ed informato in merito al ricovero medesimo.

L’art. 33 della L. 833/78 infatti dispone che i trattamenti sanitari psichiatrici sono di norma “volontari” con la precisazione, nel successivo art. 34 della medesima legge, che le cure psichiatriche costituiscono una “extrema ratio in mancanza di condizioni che consentano di adottare cure extra ospedaliere”.

Il riferimento all’art. 32 Cost. contenuto in tali articoli è evidente: è lecito curare la salute psichiatrica di un cittadino contro la sua volontà solo ed esclusivamente nei casi previsti dalla legge.

Si afferma, in altri termini, un duplice diritto, quello alla difesa della salute e quello alla libertà individuale ed all’esercizio della stessa. Ogni altro intervento è un’eccezione e, come tale, può essere consentito solo per legge in quanto restrittivo del diritti della persona.

Evidente che, nel caso di cui è interessata la Suprema Corte, si è verificata una restrizione alla libertà individuale e un intervento sanitario senza consenso della persona interessata e dunque in palese contrasto con i principi costituzioni indicati negli artt. 2 e 32 Cost.

Il ricovero illegittimo per mancanza dei presupposti amministrativi (dello stato di abbandono dell’A. bambino non erano stati interessati gli organi competenti) e normativi (mancanza di una patologia da curare) e il protrarsi di tale ricovero senza il consenso consapevole ed informato di A. hanno evidentemente causato in A. un danno ingiusto almeno sotto il profilo esistenziale.

In merito alla domanda di ristoro anche del danno alla salute in senso fisico, ovvero del danno biologico (per accertata provocata sofferenza , a causa del protratto ingiustificato ricovero, del sistema nervoso con la comparsa di disturbi funzionali o nevrosi pur in assenza di alterazioni psichiche o di malattie mentali di natura organica) la Suprema Corte ha poi censurato la motivazione dei Giudici di merito lì dove escludevano l’esistenza di un danno biologico anche di natura psichiatrica pur ritenendo incensurabile la valutazione dell’esclusione della denunciata compromissione dell’integrità psichiatrica.

La quantificazione del danno, come compiuta dai Giudici di merito, infatti comprendeva anche “la valutazione della compromissione delle relazioni con il mondo esterno che il ricorrente ha subito a causa del prolungato ricovero presso l’istituto e del fatto che tale ricovero l0aveva indotto a scelte di vita diverse da quelle che avrebbe potuto fare in assenza della condotta illecita da parte dei sanitari.

La liquidazione, dunque, già comprendeva le sofferenze patito per scelte di vita compiute in modo diverso da quelle che si sarebbero potute compiere in ipotesi di corretto comportamento dei sanitari “con la conseguenza che una nuova liquidazione comporterebbe una ingiusta duplicazione di poste risarcitorie”.