Danni - Danni non patrimoniali, disciplina -  Andrea Castiglioni - 17/08/2018

Danno tanatologico. Confermata l'inammissibilità, neppure per il tramite della CEDU - Cass. 18555/2018

La Corte di Cassazione conferma l’orientamento che nega la risarcibilità iure haereditatis del danno c.d. tanatologico, inteso come danno da morte istantanea a seguito di un atto illecito altrui, quindi senza che intercorra un apprezzabile lasso di tempo tra l’evento lesivo e la morte che sopraggiunge istantaneamente, senza lucida consapevolezza del suo appropinquarsi, senza margine di sofferenza.

La pronuncia conferma l’orientamento nel solco della sentenza delle Sezioni Unite n. 15350/2015, che supera e disconosce il principio affermato dalla nota sentenza n. 1361/2014 (rel. Scarano) – si deve sottolineare che quest’ultima è della Sez. III, la medesima della sentenza qui in commento.

Il caso – morte cagionata da atto illecito nella circolazione stradale: gli eredi di un passeggero deceduto in un sinistro stradale agivano in giudizio per chiedere il risarcimento del danno tanatologico – appunto – per la morte (istantanea, “sul colpo”) derivante dall’incidente (invasione di corsia opposta e scontro frontale).

La Suprema Corte conferma la sentenza d’appello, che già aveva respinto la richiesta, fornendo una motivazione di puro diritto, che riprende il portato della precedente sentenza delle Sezioni Unite prima citata (Cass. SSUU n. 15350/2015), e che così si può riassumere.

La vita è un bene giuridico distinto e autonomo rispetto alla salute; è fruibile solo dal titolare e solo “in natura”; sicché non è suscettibile di reintegrazione “per equivalente”, qualora venga pregiudicato da un atto illecito.

Ne consegue che, in caso di perdita istantanea di detto bene, o dopo brevissimo tempo, non è possibile procedere ad un risarcimento a titolo ereditario, per ragioni essenzialmente logiche: se la perdita è istantanea, non sussiste più il soggetto nel cui patrimonio giuridico troverebbe dimora il diritto di credito che poi andrebbe a trasmettersi agli eredi; se la perdita avviene dopo brevissimo tempo, viene a mancare la “utilità” di uno spazio di vita che risulterebbe essere praticamente inesistente.

Si riporta un estratto dalla motivazione – a sua volta mutuato dall’autorevole precedente delle Sezioni Unite: “in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicché, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità "iure haereditatis" di tale pregiudizio, in ragione - nel primo caso - dell'assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero - nel secondo - della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo (Cass., Sez. U., 22/07/2015, n. 15350 e succ. conf.)”.

La Corte è consapevole che la pretesa dei ricorrenti è esattamente in linea con il noto precedente della c.d. sentenza Scarano (Cass. Sez. III, n. 1361/2014), la quale, invece, qualificava la vita come diritto fondamentale, che comunque è distinto dal danno biologico, dal danno morale soggettivo e dal danno esistenziale, ma che: deve essere ristorato “a prescindere dalla consapevolezza che il danneggiato ne abbia”; deve essere quantificato in via equitativa ed in funzione compensativa; può essere risarcito a titolo ereditario perchè entrerebbe nel patrimonio del danneggiato al momento della lesione mortale e quindi “anteriormente al decesso”.

Non è un caso che i ricorrenti abbiano impostato i motivi del ricorso allegando a conforto dei propri assunti la suddetta sentenza e la giurisprudenza in essa citata.

Tuttavia, ciò non basta per superare l’orientamento a cui le SSUU hanno aderito, componendo il contrasto esistente su questa delicata materia. E così, infatti, è stato.

Un’ultima riflessione deve essere svolta in quanto i ricorrenti invocavano l’art. 2 CEDU (Diritto alla vita), il quale tutela la vita come diritto che deve essere “protetto dalla legge”.

Ebbene, il fatto che lo Stato debba proteggere la vita come diritto fondamentale (art. 2 CEDU), non significa che si debba automaticamente sempre risarcire un danno derivante dalla perdita della vita. Detta norma ha pur carattere generale ed è diretta a tutelare la vita, ma non precisa ambito e modi in cui debba esplicarsi tale tutela. Essa non impone una tutela risarcitoria “in ogni caso”, e non fonda il principio al risarcimento del danno da perdita della vita ex se, poiché tale materia è specifica e tassativa, propria di ogni ordinamento costituzionale; e nel nostro ordinamento, la responsabilità non è improntata sull’evento lesivo in sé considerato, ma, bensì, al concetto di perdita-conseguenza (Cass. 14940/2016; in altre parole, alle conseguenze dannose derivanti dall’illecito, la c.d. causalità giuridica).

In effetti, non poteva essere accolto tale motivo di ricorso, poiché, se così fosse stato, sarebbe stato sconfessato il principio sul quale si regge il sistema della responsabilità civile, che non risarcisce il danno-evento, ossia il danno in re ipsa, richiedendo, invece, la sussistenza e la prova di un danno-conseguenza; cosa che, in caso di morte istantanea, non può logicamente esistere, essendo nullo lo spazio temporale nel quale potrebbe ipoteticamente estrinsecarsi la conseguenza dell’evento lesivo.