Deboli, svantaggiati - Malati fisici, psichici -  Maria Altea - 18/01/2019

Dalla fragilità mentale alla vulnerabilità neuronale

“Commetti un crimine e la terra si fa di vetro…qualche elemento rivelatore trapela sempre.” Più noto come filosofo, Ralph W. Emerson, bostoniano ottocentesco, è stato anche poeta e saggista. Questa sua riflessione, forse un pò ottimistica, è stata assunta, poi, dallo scrittore austrialiano Morris West nel titolo del suo romanzo psicoanalitico “Un mondo di vetro”. E’ una considerazione probabimente troppo fiduciosa perché, purtroppo, la storia pullula di crimini impuniti, e nonostante sia un pensiero ancora suggestivo, non sono più di questo avviso alcune pronunce di merito secondo cui l’impunità sarà simper “perseguitata” grazie alle neuroscienze applicate al processo penale: saranno, cioè,  nuove alleate nella risoluzione interpretativa del concetto di vizio di mente e, dunque, di imputabilità.
Il vizio di mente ha destato, da sempre, problemi definitori, sia in punto di criteri generali, che di accertamento fenomenico dato l’intreccio che determina tra diritto e scienza psichiatrica, mondi contrapposti che debbono necessariamente raggiungere un punto di equilibrio. I suoi problemi identificativi (giuridici e nosologici) dipendono dalla considerazione che la scienza, oggi, non appare più “illimitata, completa ed infallibile” e questo, di conseguenza, si riverbera sulla sfera del diritto. Viene a mancare quel sicuro punto di riferimento a cui era solito rivolgersi il giudice al fine di trovare ausilio in tema di vizio di mente. A tutt’oggi, pertanto, le incertezze scientifiche si riflettono nel processo penale quando l’interrogativo è capire se un soggetto era capace di intendere e di volere al momento in cui ha commesso una fattispecie criminosa e tanto la crisi si è fatta sentire, tanto da trasformarsi in vera e propria crisi dell’imputabilità, al punto di giungere alla proposta di eliminarla dal nostro codice.
Su questo terreno di incertezza scientifica, oggi i neuroscienziati propongono l’utilizzo delle recenti tecniche di neuroimaging in tema di perizia psichiatrica. Difatti negli ultimi anni è maturata la convinzione che sia oramai possibile, attraverso la neuroanatomia applicata, misurare la struttura del cervello e le sue funzionalità, studiandone le alterazioni cerebrali, i problemi strutturali nelle aree temporale e libica (ippocampo, amigdala e lobo frontale) ed il suo  funzionamento attraverso cui si manifesta o non manifesta il pensiero stesso. Le tecniche neuroscientifiche, quindi, spiegano come funziona, si sviluppa e degenera il sistema nervoso, unico riferimento dell’analisi tecnica, con la conseguenza che la mente risulterà oggetto di studio in quanto processo derivante dall’attività cerebrale: la mente è il risultato dell’attività del cervello e se il cervello è ferito anche la mente deraglia. Le moderne neuroscienze cognitive rappresentano, pertanto, l’espressione di una visione complessiva della natura umana, partendo dal dato organico per giungere, poi, ai contenuti intimi e “spirituali” dell’individuo.
Con scenari del genere la scienza giuridica è costretta ad un profondo ripensamento per mettersi al riparo dalla cosiddetta terza domesticazione ossia l’assoggettamento dell’uomo ad opera dell’ intelligenza artificiale.
Queste nuove metodologie hanno permesso di giungere a scoperte davvero rivoluzionarie: si pensi alla correlazione tra comportamento aggressivo e geni o alla possibilità di prevedere le scelte che il paziente farà grazie all’osservazione del funzionamento dei suoi neuroni. In pochi anni le nuove tecniche Brain-imaging hanno permesso di vedere il cervello in azione, di fare luce sulle radici organiche dei comportamenti e delle scelte: si pensi alla Tomografia ad emissione di positroni (Pet) ed alla risonanza magnetica funzionale (fMRI) con cui è stato studiato il meccanismo del pensiero nel suo rapportarsi con il mondo esterno.
Alla luce di queste premesse, l’esperto chiamato a valutare il vizio di mente deve pronunciarsi su quanto il libero arbitrio sia conservato o quanto eventualmente la malattia lo abbia ridotto. A tal punto che ruolo possono avere le neuroscienze? Il paradigma su cui si fonda la responsabilità penale è dato dalla verifica del libero arbitrio, della colpevolezza e della imputabilità del soggetto agente, sempre che egli abbia agito con coscienza e volontà: se il soggetto è libero, può agire; se agisce, ci saranno delle conseguenze consapevoli di cui sarà responsabile. Ma se il soggetto non era libero nel suo agire o nel suo omettere di agire, è responsabile da un punto di vista penale? Proprio su questo punto si inseriscono le neuroscienze, le quali possono aiutare a capire quando l’individuo sia veramente libero e responsabile delle proprie azioni o determinato nel suo agire. In termini estesi, le tecniche suddette oggi disponibili consentono un’analisi approfondita del cervello umano rendendo possibile la formulazione di alcune ipotesi di connessione tra attività fisiche e attività mentali: si può dire che se i processi mentali assumono rilievo ai fini giuridici, l’individuazione e l’accertamento del loro correlato neurale può essere un’efficace prova di essi. Parlare, quindi, oggi di neuroscienze significa comprendere come il cervello realizzi i comportamenti umani che altro non sono che espressioni intellettuali del substrato biologico di cui è composto l’uomo. Il dato pratico consegnatoci è l’idea di un uomo dominato dalle passioni, irrazionale, istintivo e soggetto a condizionamenti più biologici che patologici con la inevitabile riformulazione del libero arbitrio. Difatti l’essenza rivoluzionaria degli studi di neuroanatomia applicata sta negli esperimenti da ultimo condotti: le intenzioni coscienti dell’uomo non sarebbero propriamente le cause delle nostre azioni perché l’operatività causale è anticipata da processi cerebrali che le precedono con un margine temporale ben quantificabile: il cervello deciderebbe prima di quando il soggetto matura la consapevolezza della decisione. Ne consegue che l’idea che la libertà possa essere soltanto un’illusione si fa forte, minando pericolosamente il fondamento normativo e pratico della punibilità, sebbene nessun esperimento abbia dimostrato con certezza l’inesistenza della libera volontà, ma abbia offerto indizi a favore di una certa qual forma di determinismo bio-antropologico. A ciò si aggiunga che le tecniche di neuroimaging hanno anche contribuito ad una nuova stagione delle categorie patologiche tradizionali e, pertanto, il loro apporto per migliorare il tasso di oggettività e la scientificità delle perizie è da giudicarsi come pienamente convincente, in un’ottica di modulazione e personalizzazione del trattamento criminale.
Sebbene gli approdi siano rivoluzionari non tutti i giuristi le hanno accolto come nuove alleate processuali temendo un ritorno ad una sorta di “neo-lombrosismo”: il timore è che si cancelli il libero arbitrio espressione del diritto penale della colpevolezza e che si possa arrivare all’assurdo di considerare gli uomini come tutti inimputabili perché dominati dal cervello ed incapaci, quindi, di autodeterminarsi nel mondo esterno. Ma, come ci insegna la storia, il punto di vista mediano è il più corretto: le neuroscienze non realizzano nessuna rivoluzione copernicana, l’uomo resta sempre l’essere libero e capace di muoversi tra motivi opposti operando scelte consapevoli, senza essere dominato dal suo sistema nervoso. Le tecniche di neuroimaging, però, e questo non lo si può e non lo si deve negare, apportano un grande ausilio nella redazione della perizia psichiatrica. La complessità e particolarità dei nuovi test introdotti permette di avere una visione più completa e più attendibile sulle condizioni mentali dell’individuo. Se accostate ai metodi tradizionali, il giudice potrà fruire di una perizia più attendibile senza essere mai sostituito nella sua attività ermeneutica, ma certamente aiutato in questa straordinaria sfida neuroscientifico-giuridica. Il punto è quindi se mantenere un’interpretazione tassativizzante ma superata, oppure se preferirne una detassativizzante ma ammodernatrice. Questo è il dilemma. Sicuramente nell’approccio al tema trattato, che parte dall’accoglimento di una nozione integrata della malattia mentale, i punti di osservazione del fenomeno non possono che essere molteplici. Non sono cioè possibili spiegazioni monocausali del disturbo psichico. Piuttosto, anche l’eventuale riscontro di una patologia di tipo organico potrà essere un utile indicatore nel giudizio di imputabilità, ma non ancora da solo sufficiente ad emettere una decisione finale. In altre parole, “la valutazione comportamentale e clinica non può essere sostituita dalla valutazione del cervello tramite le tecniche di neuroimaging cerebrale e le tecniche neuropsicologiche e neuroscientifiche dovrebbero, per il momento, essere viste come metodologie di approfondimento e di supporto”. In questo modo non si corre il rischio di trasformare anche le neuroscienze in un “mito risolutore”, ma si è pronti, semmai, ad ascoltarne alcune fondamentali indicazioni, utili in un’ottica di completamento della perizia. Gli esami diagnostici per immagini diventano il mezzo per andare oltre le attuali categorie diagnostiche, al fine di meglio comprendere i rapporti tra il cervello e la disfunzione psicologica, come è accaduto nella formulazione delle sentenze della Corte d’Appello d’Assise (18 settembre 2009) di Trieste e del Tribunale di Como (20 maggio 2011) prime ed uniche pronunce in cui la decisione si è avvalsa dei risultati della genetica comportamentale il cui utilizzo ha aumentato la certezza di trovarsi di fronte ad un’infermità mentale. Queste pronunce dimostrano come sia possibile fruire delle neuroscienze senza mettere in discussione il principio del libero arbitrio dell’uomo. Esse costituiscono un valido esempio di quale sia la prospettiva da cui osservare i risultati scientifici ed entro quali limiti poterne usufruire.
 Pertanto, si può concludere che inevitabili riflessi di indeterminatezza si riverberano sui criteri di imputazione della responsabilità penale e che per poter rispettare il principio di legalità bisogna pretendere il rigore che solo il metodo scientifico assicura. Pertanto, se i tempi non appaiono maturi per una rinuncia al concetto di imputabilità, il problema è di procedere ad una sua ridefinizione attraverso la valorizzazione delle più aggiornate acquisizione scientifiche. In tale contesto le neuroscienze sembrano particolarmente indicate ad evidenziare soggetti in cui, a causa di una lesione del cervello, permanga la capacità conoscitiva, ma non quella volitiva, empatica ed emotiva per cui l’esito giudiziale sarà il riconoscimento del vizio parziale di mente: si apre, a questo punto, il problema di determinare l’efficacia del trattamento sanzionatorio riservato in questi casi e della inevitabile necessità di una generale riforma del settore.