Cultura, società  -  Redazione P&D  -  14/08/2022

Da Storia di Ina - Paolo Cendon

  1. “amoroso” non lo conoscevo bene; sapevo com’era pressappoco.

 Il corpo di una donna – qualche confidenza ce l’eravamo fatta, nei verdi anni – era per lui mistero soprattutto. Un tabù gentile, buono per complicità vissute al buio, nella penombra, fuori dal tempo: con una conversazione rada, di schiena, il pensiero ai momenti in cui non aveva nessuna da accarezzare, vicino, di cui cogliere il respiro.

Un bicchiere di vino dolce magari, a portata di mano.

Ogni fonte di emozione sfiorata, impercettibilmente, senza limiti; le mani lasciate vagabondare da sole, riscoprendo qualcosa se capitava, fra il muschio.

Le punta delle dita, in tutti e due, che dimenticavano dopo un attimo chi stava facendo che cosa, all’altro.

 

Grande il letto, imperial size, due metri e venti di larghezza, M. le aveva detto di fare ciò che voleva: “Sono contento se rimane”.

 Così era stato, ciascuno sotto il lenzuolo, M. dalla parte della finestra, lei verso la porta.

Nessuno aveva detto una parola; venti minuti dopo, senza essersi sfiorati, complici anche i vini scorsi a tavola, dormivano entrambi.

Durante la notte però si erano svegliati. E benché nel diario non avessi trovato niente di esplicito, e malgrado neppur Ina mi avesse fatto confidenze, sono sicuro - pur non essendo Sherlock Holmes - che a quel risveglio erano seguite dei polpastrelli che si cercavano; poi “qualcos’altro di nuovo per loro”: vissuto in tempi lenti, plausibilmente, con tocchi lievi, culminanti alfine in un risprofondare nel sonno. L’uno fra le braccia dell’altro, giurerei; sino alla sveglia che alle otto li aveva buttati giù dal letto.

 

 




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