Deboli, svantaggiati - Minori, donne, anziani -  Giovanni Catellani - 23/02/2019

Cosa può un anziano?

1. La nonna Oriele

Quando ero bambino passavo molto tempo dalla nonna Oriele, la madre di mio padre.
Spesso mi fermavo da lei a mangiare, a volte a dormire.
Ricordo lunghi inverni: quando nevicava, dopo aver giocato in mezzo ai mucchi di neve, che all’epoca riempivano la piazza del paese, andavo da lei a riscaldarmi vicino alla stufa che si trovava nell’angolo a destra della stanza con il pendolo.
Per molti anni, ero già un ragazzino, d’estate sono andato con lei al mare a Rimini: ci si alzava alle tre e mezza del mattino, la corriera passava in piazza alle quattro e venti e così cominciava un lunghissimo viaggio verso la costa adriatica percorrendo strade secondarie.
Andavo a trovare la nonna quasi tutti i giorni e oggi non posso che ricordare quei momenti ripetitivi, consueti, che caratterizzavano quelle visite, scandendo un tempo fatto soprattutto di silenzi.
Già, poche parole, sempre quelle: per ricordare, se era inverno inoltrato, che da lì a poco sarebbe finalmente arrivata la primavera, o per dire che gennaio sarebbe stato lungo, ma che poi febbraio sarebbe passato alla svelta e a marzo tutto sarebbe rinato.
Ma la cosa che più mi ricorda quei momenti era la poltrona rossa sulla quale mi sedevo. Si trovava sotto l’orologio a pendolo che scandiva ogni secondo con un tocco costante.
Una poltrona che mi accoglieva quando ero ammalato di otite, con la borsa dell’acqua calda vicino all’orecchio, in attesa che il dolore mi passasse.
Il più delle volte, mi sedevo su quella poltrona e stavo lì per stare un po’ con lei, la nonna Oriele, senza parlare.
Nella memoria di oggi, quel pendolo e quel suo scandire il tempo mi riportano a quei momenti ripetitivi che caratterizzavano la vita di mia nonna in ogni sua giornata sempre uguale a se stessa.
“Così trascorreva la vita per zia Leonie, sempre identica nella dolce uniformità di quella ch’ella chiamava, con un simulato disdegno e una profonda tenerezza, < il suo piccolo tran tran>” (La strada di Swann)
Le parole di Proust trasmettono l’essenza della quotidianità che caratterizza le giornate di un anziano: era così anche per la nonna Oriele, un tran tran fatto dalle stesse cose, da quei momenti che anch’io vivevo quando andavo a trovarla.
Momenti che costituivano una sorta di sospensione temporale rispetto alla mia agitazione da ragazzino.
Momenti che si manifestavano nella loro ripetizione quotidiana, nella loro fissità, in una tranquilla staticità: erano la vita di mia nonna.
Quando è morta, nel 1998 a novantanove anni, la nonna era vedova da quasi cinquant’anni.
Vicino alla poltrona rossa e al pendolo, c’era una mensola che ospitava due fotografie di suo marito: poche immagini per ribadire una presenza che continuava a tenerle compagnia.
Sicuramente in cuor suo avrà avuto un’infinità di immagini del nonno Marino, ma quelle poche fotografie sulla mensola facevano parte del suo tran tran, così come il caffellatte del mattino al quale non avrebbe mai rinunciato.
Fotografie che non sono mai la semplice testimonianza di un momento, perché ci dicono sempre qualcosa in più rispetto all’evento rappresentato.
Il nonno Marino faceva il costruttore e una di quelle fotografie lo ritrae mentre posa la prima pietra della parrocchia del paese.
Era la fine degli anni ’40, la guerra terminata da poco, la necessità di ricostruire, di rifondare nuove comunità, era pressante ed era vissuta con speranza ed ottimismo.
Quella fotografia ha un valore particolare, insostituibile da qualsiasi memoria volontaria.
Ancora oggi sta su quella mensola e tiene compagnia a mia zia Elide, ricordandole che suo padre aiutò a costruire un luogo di socializzazione in un paese diviso dalla guerra.

2.Una strana sentenza
Ho ripensato a quelle fotografie, e più in generale alle fotografie che ritraggono le persone care, dopo aver letto una sentenza che non ci sembra condivisibile.
L’ha pronunciata la Corte di Cassazione, Sez. 3 Civile, in data 29 maggio 2018 e porta il numero 13370.
In questa sentenza, la Cassazione prende in esame una vicenda che ha riguardato due giovani coniugi che avevano commissionato un servizio fotografico per la loro cerimonia nuziale.
Il servizio fotografico non fu mai consegnato e il loro matrimonio è rimasto senza immagini.
Il Tribunale di Roma aveva accolto la domanda di risarcimento del danno richiesto dai coniugi, anche sotto il profilo non patrimoniale, con riferimento al danno morale e a quello esistenziale, perché la mancanza delle fotografie inciderebbe negativamente sulla vita dei due giovani coniugi per l’impossibilità di rivivere nel tempo le emozioni del matrimonio attraverso il servizio fotografico.
La Corte d’Appello di Roma aveva invece negato il risarcimento del danno non patrimoniale, non ritenendo essere presente una lesione di interessi costituzionalmente rilevanti, oltre al fatto che l’inadempimento non costituiva un reato.
I coniugi avevano pertanto depositato ricorso in Cassazione per ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale, perché l’inadempimento avrebbe leso il diritto "alla memoria" o "al ricordo", componente del diritto all'identità personale riconosciuto dall'art. 2 della Costituzione italiana.
Mancando quelle fotografie, l’evento matrimonio mancava infatti di quella testimonianza irripetibile che costituiva l’oggetto del servizio fotografico commissionato dalla coppia.
La Corte di Cassazione ha confermato quanto deciso dalla Corte d’Appello di Roma, negando definitivamente il riconoscimento del danno non patrimoniale.
Così si esprime la Suprema Corte: […] il danno non patrimoniale è risarcibile - sempre sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 2059 cod. civ. - anche quando non sussiste un fatto-reato, né ricorre alcuna delle altre ipotesi in cui la legge consente espressamente il ristoro dei pregiudizi non patrimoniali, a tre condizioni: (a) che l'interesse leso - e non il pregiudizio sofferto - abbia rilevanza costituzionale; (b) che la lesione dell'interesse sia grave, nel senso che l'offesa superi una soglia minima di tollerabilità; (c) che il danno non sia futile, vale a dire che non consista in meri disagi o fastidi, ovvero nella lesione di diritti del tutto immaginari, come quello alla qualità della vita od alla felicità.
Nel caso di specie, ad ogni modo, non è oggetto di censura il suddetto principio, quanto piuttosto il mancato riconoscimento della grave lesione di un interesse di rango costituzionale, individuato nel diritto "alla memoria" di un evento di particolare importanza della propria vita, poiché espressione del diritto all'identità personale di cui all'art. 2 Cost. Tali censure non sono accoglibili.
Pur essendo innegabile il rilievo che la data delle nozze riveste per gli sposi, e pur trattandosi di una situazione certamente in grado di creare turbamenti d'animo, il danno in esame non assurge a una gravità tale da incidere su interessi di rango costituzionale. Il diritto a ricordare il giorno del matrimonio attraverso documentazione fotografica non costituisce, di per sé, un diritto fondamentale della persona tutelato a livello costituzionale (basti pensare che l'esercizio di un tale diritto è rimesso esclusivamente agli stessi sposi, i quali, per varie ragioni, potrebbero decidere di affidare il ricordo alla propria memoria). Si tratta quindi, di un diritto "immaginario", non idoneo, in base alla regola enunciata dalle Sezioni Unite, ad essere fonte di un obbligo risarcitorio in relazione al danno non patrimoniale.
Il richiamo alle Sezioni Unite si riferisce a quel passaggio, della più famosa tra le cosiddette sentenze di San Martino, che così recita:
Palesemente non meritevoli dalla tutela risarcitoria, invocata a titolo di danno esistenziale, sono i pregiudizi consistenti in disagi, fastidi, disappunti, ansie ed in ogni altro tipo di insoddisfazione concernente gli aspetti più disparati della vita quotidiana che ciascuno conduce nel contesto sociale, ai quali ha prestato invece tutela la giustizia di prossimità. Non vale, per dirli risarcibili, invocare diritti del tutto immaginari, come il diritto alla qualità della vita, allo stato di benessere, alla serenità: in definitiva il diritto ad essere felici. (Cass. Sez. Un. 26972/2008).
Tante le obiezioni da avanzare alla motivazione della sentenza n.13370/2018, ma qui vogliamo soffermarci solo su una questione che ci sembra essenziale.
La Corte sostiene che la mancata consegna del servizio fotografico non costituisce una lesione di interessi di rango costituzionale, perché il diritto alla memoria non passa necessariamente dalle fotografie commissionate, potendo gli sposi “decidere di affidare il ricordo alla propria memoria”.
Ci sembra un’argomentazione sbagliata.
Si può sostenere che il ricordo non è un aspetto fondamentale della nostra esistenza e che non rientra nello spirito degli artt. 2 e 3 della nostra Costituzione? La Corte di Cassazione, nella citata sentenza, non dice questo, ma sottolinea come il ricordo non passi necessariamente dalle fotografie, potendo essere supportato dalla memoria personale.
Per questo motivo, la mancanza del servizio fotografico non lederebbe un valore costituzionale e non permette il risarcimento del danno non patrimoniale; non perché la memoria non faccia parte della personalità dell’essere umano tutelata dalla Costituzione, ma semplicemente, sostiene la Cassazione, perché le fotografie non ne sono un elemento fondamentale.
La giovane coppia invecchierà e la memoria personale si attenuerà e potrebbe addirittura sparire per una forma degenerativa: ecco allora che avere fotografie del proprio matrimonio potrebbe rivelarsi fondamentale per poter ricordare, in assenza di memoria volontaria, un momento importantissimo della propria esistenza.
La fotografia può essere messa, infatti, in relazione costitutiva con lo sviluppo della vita che ci porta ad essere anziani.
Anziani che possono fare fatica a ricordarsi i momenti principali della loro vita, e che in tale fondamentale attività possono essere aiutati da una fotografia.
3 Cos’è una fotografia, cos’è un’immagine
Dobbiamo fare un inciso e chiederci se davvero una fotografia sia solo una testimonianza che si aggiunge alla nostra memoria o se, piuttosto, costituisca qualcosa in più; se la fotografia in buona sostanza sia solo un documento che accerta l’esistenza di un determinato momento del passato, o costituisca potenzialmente un’apertura ad un mondo irriducibile alla mera rappresentazione.
Si tratta di un inciso, perché in realtà sarebbe già di per se sufficiente il valore di testimonianza della fotografia per mettere in discussione l’assunto finale della Corte di Cassazione; ma c’è qualcosa in più dell’immagine fotografica che va sottolineato per rendere ancora più forte l’obiezione che vogliamo avanzare alla Suprema Corte.
In tal senso, occorre leggere quanto scrive il filosofo Riccardo Panattoni, nel suo piccolo ma prezioso “Siamo cambiati dalle immagini” a proposito dell’attimo delle fotografie, che “non sono mai unicamente una riproduzione della realtà, una scrittura di luce attraverso l’impassibilità di un mezzo tecnico, ma soprattutto sono un incanto del mondo.”
Per Panattoni, le fotografie, le loro immagini, “persistono come visioni dentro ai nostri occhi e possono venire a far parte di noi, sia come icone significanti, sia come protesi della nostra immaginazione, principalmente come parti reali della nostra soggettività, immersa nel mondo che a noi le ha restituite perché avessimo la fortuna di vederle almeno una seconda volta.”
C’è un incanto del mondo, ci dice il filosofo, che le fotografie aiutano ad accogliere, a trovare: visioni che possono fare parte di noi.
Ecco allora che, lungi dall’essere soltanto mere rappresentazioni, sostituibili dalla memoria come vorrebbe la Corte di Cassazione, le fotografie comportano un potenziale incanto che ci permette non solo di vedere per una seconda volta l’evento rappresentato, ma anche di arrestarci per un attimo davanti ad un’immagine del nostro mondo, della nostra vita. In tal modo possono diventare “parti reali della nostra soggettività”: proprio quella struttura della personalità il cui sviluppo viene tutelato dalla nostra Costituzione.
Il soggetto che fa una fotografia o che la guarda, si ferma per un istante, ed è su questa temporalità che ci fa esitare rispetto al nostro dinamismo, che il filosofo prosegue la sua riflessione.
Continua Panattoni: “Il soggetto preso da questo sentimento di immobilità profonda, attraversato dalla responsabilità esitante del proprio sguardo, può allora passare da un’andatura lineare, retta, incentrata sul passo di corsa, orientato verso ciò che ogni volta si caratterizza all’orizzonte come una pura novità, a una danza che si muove apparentemente, attraverso i propri gesti, sempre intorno allo stesso punto, ma con uno sguardo colmo di una tale sorpresa che si sottrae ad ogni principio di semplice prestazione.”
La fotografia richiede che ci si fermi davanti alla sua immagine.
C’è qualcosa che può caratterizzare la nostra personalità sottraendosi e sottraendoci ad ogni principio di prestazione, da quella sfera che noi giuristi chiamiamo dinamico-relazionale
Passaggio fondamentale, che rileggeremo alla luce di alcune considerazioni di Paolo Cendon: la fotografia mette il soggetto in relazione ad una immobilità che è fonte di responsabilità, quella della esitazione, quella di una e-statica sorpresa “che si sottrae ad ogni principio di semplice prestazione.”
Perché entra in gioco un diverso rapporto col tempo.
Il concetto è ribadito in un altro testo che Panattoni ha dedicato alla fotografia, “Black out dell’immagine”.
Nell’introduzione a questo volume, il filosofo scrive che “In fondo, prima che la macchina fotografica fosse inventata vi era la sola memoria dello sguardo. Le fotografie, a differenza di quello che abitualmente si penserebbe, non sono soltanto uno strumento al servizio della memoria, sono anche l’indice visivo di ciò che non si può ricordare, l’eterna biforcazione del tempo, che non può trovare in loro il proprio esaurimento.”
La fotografia ci permette di andare oltre la memoria dello sguardo, oltre la memoria volontaria: ci consente, grazie alla sua differente temporalità, di vedere ciò che non possiamo più ricordare.
Il tempo dell’esitazione, lo sguardo non prestazionale, il passo di danza su stessi che interrompe un’andatura incentrata sul passo di corsa, sono elementi che caratterizzano il nostro rapporto con la fotografia.
Ma non sono forse anche caratteristiche del tempo dell’anziano?
Sicuramente sfuggono da quella dinamica prestazionale alla quale si fa costante riferimento per delineare le caratteristiche salienti del danno non patrimoniale.

4. Il danno esistenziale
Prima di continuare, ricordiamo come il danno esistenziale, negato dalla Cassazione con la sentenza n.13370/2018, sia stato variamente definito in dottrina e giurisprudenza.
Si tratta comunque della compromissione di una attività realizzatrice della persona.
A causa di un fatto illecito o di un inadempimento contrattuale, la vita di chi lo ha subito è cambiata in peggio.
In dottrina viene definito come “quella costrizione a determinarsi verso scelte di vita differenti rispetto a quelle che si sarebbero altrimenti avute in considerazione degli interessi, delle aspirazioni e delle capacità del soggetto leso.”
In giurisprudenza il danno esistenziale viene inquadrato come quella “compromissione delle normali potenzialità di esplicazione e realizzazione della personalità del danneggiato, tanto in ambito familiare quanto in ambito professionale e di relazione con soggetti terzi.” (Cass. n.22585 del 2013).
E ancora viene identificato in “ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore ma oggettivamente accertabile) che alteri le abitudini e gli assetti relazionali propri del soggetto inducendolo a scelte di vita diverse, quanto all’espressione e alla realizzazione della sua personalità nel mondo esterno, da quelle che avrebbe compiuto ove non si fosse verificato il fatto dannoso” (Cass. n.2546 del 2007).
Sappiamo che il danno esistenziale non è previsto ex lege.
Non si può però mancare di notare come la sua definizione sia stata implicitamente richiamata dall’ art. 138 del codice delle assicurazioni private laddove, a proposito del danno biologico, questo viene qualificato quale lesione che “esplica un'incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito...”.
Da questo insieme di definizioni, ne deriva che il danno esistenziale, quale categoria anche solo descrittiva della fenomenologia del danno non patrimoniale, è normalmente riferito alla compromissione degli aspetti dinamico-relazionali del danneggiato.
Ci riferiamo ad una categoria descrittiva perché per la citata sentenza di San Martino (era l’11 novembre 2008) delle Sezioni Unite, di danno esistenziale non si dovrebbe discorrere per eccesso di atipicità, e ciò che normalmente lo qualifica avrebbe unicamente una valenza descrittiva ai fini di una liquidazione unitaria del danno non patrimoniale.
In realtà, di danno esistenziale si è continuato a discorrere, sia da parte della dottrina che, soprattutto, della giurisprudenza, sia di merito che di legittimità.
Esplicito, su tutti, il riferimento che fa la Corte di Cassazione nella sentenza n.22585 del 2013: è lo stesso Codice delle assicurazioni private a discorrere, difatti, di quegli aspetti “dinamico relazionali” dell’esistenza che costituiscono danno ulteriore, rectius, conseguenza dannosa ulteriormente risarcibile, rispetto al danno biologico strettamente inteso come compromissione psico-fisica da lesione medicalmente accertabile.”
D’altra parte non è mancata un’assunzione in senso affermativo delle stesse sentenze di San Martino, rispetto alla necessità di “discorrere” di integralità del danno alla persona; torsione positiva messa in atto dall’importante sentenza n. 11851/2015 della suprema Corte: “Le sentenze del 2008 offrono, in proposito, una implicita quanto non equivoca indicazione al giudice di merito nella parte della motivazione che discorre di centralità della persona e di integralità del risarcimento del valore uomo – così dettando un vero e proprio statuto del danno non patrimoniale sofferto dalla persona per il nuovo millennio.”
Resta il fatto che il danno esistenziale, e più in generale quello non patrimoniale, anche nelle sua componente biologica, riconosciuta ex lege, viene normalmente collegato ad una compromissione degli aspetti dinamico-relazionali della vita della vittima, anche delle sue abitudini che costituiscono un’esplicazione della personalità.
La Corte di Cassazione lo ha ribadito con la sentenza n. 21504 del 2018, che richiama la sentenza n. 2611 del 01/02/2017 delle Sezioni Unite, laddove si statuisce che l'assenza di un danno biologico documentato non osta al risarcimento del danno non patrimoniale  allorché siano stati lesi il diritto al normale svolgimento della vita familiare all'interno della propria abitazione ed il diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiane, quali diritti costituzionalmente garantiti, nonché tutelati dall'art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, la prova del cui pregiudizio può essere fornita anche con presunzioni.
Occorre chiedersi se questa lettura generalizzata sia oggi sufficiente ad inquadrare la fenomenologia del danno non patrimoniale, con specifico riferimento, ma non solo, alla categoria descrittiva del danno esistenziale.
In particolare occorre domandarsi, sulla scorta della citata giurisprudenza, cosa possano significare locuzioni quali “centralità della persona” e “integralità del risarcimento del valore uomo”.
5. A proposito di un’altra sentenza
Una risposta illuminante arriva dalla dottrina, non a caso dal padre del danno esistenziale, Paolo Cendon. Nel commentare un’altra sentenza della Corte di Cassazione, la n. 7513 del 2018, il giurista, a proposito del danno non patrimoniale, ha osservato come la locuzione “Danno alla vita di relazione” sia insufficiente: “si tratta invero di una formula (a) che si trascina dietro le stigmate patrimonialistiche con cui la si è usata di solito, e (b) che nella sua relazionalità (bilaterale, mondana) finisce per scordare e lasciare lungo la strada le dimensioni di quel “ronzio quotidiano” a 360°, magari tacito e solitario, però vivo e fragrante, verdeazzurro, gemutlich, in cui sta la vera essenza del non-danno esistenziale”.
Per il “padre” del danno esistenziale, nel sistema della responsabilità civile non va incoraggiato “un canone per cui chi corra e salti tutto il giorno…vincerà ogni volta il jackpot; e chi invece giace assorto, floscio muscolarmente e in disparte - anche se vivo, inventivo magari, frusciante e a modo suo fervente, attivo, stillante – perde sempre al confronto.”
La critica all’identificazione del danno non patrimoniale, nei suoi fondamenti esistenziali, con gli aspetti dinamico relazionali della persona, porta alla valorizzazione di altri momenti, altri aspetti della vita meritevoli di tutela.
Ecco allora che “gli aspetti statico-solitari delle vittime possono valere quanto gli altri, sul piano esistenziale; di più magari, se di vera lana, di buona tempra. Il mondo dei fragili pullula di esseri che si agitano poco, rispetto al mondo dei super dotati, dei tonici, degli atleti, dei grandi manager; le loro voci perdute di vitalità, di pulsionalità, contano spesso però quanto le altre.”
E’ una riflessione che apre un fronte nuovo rispetto all’inquadramento del danno non patrimoniale e ai suoi risvolti concreti.
Ci sono persone, molte persone, la cui vita è caratterizzata più da staticità e ripetizione che non da dinamiche relazionali tendenti al nuovo o alla prestazione: ad esempio, la maggior parte degli anziani.
Sono aspetti che non possono essere elusi, se si vuole definire, seguendo le indicazioni della giurisprudenza, “un vero e proprio statuto del danno non patrimoniale sofferto dalla persona per il nuovo millennio”.
Sono aspetti che costituiscono, soprattutto per l’anziano, la “centralità della persona”; la loro lesione merita di essere considerata per la citata “integralità del risarcimento del valore uomo”.
 6. Cosa può un anziano
L’anziano, per quanto sano e attivo, normalmente vive una prevalenza di momenti esistenziali caratterizzati più da aspetti statico-solitari che non dinamico-relazionali.
Questi saranno costituiti dalle visite dei nipoti, di qualche amico; ma sicuramente il tempo di una giornata di una persona anziana, il suo tran tran, è fatto più di silenzi e solitudine che non di chiacchiere e compagnia.
Questa tendenziale mancanza di momenti dinamico-relazionali non può significare che la vita di un anziano non è meritevole di una tutela che riguarda lo sviluppo della personalità: struttura che, per ognuno di noi, cambia tuti i giorni.
Perché un anziano, a prescindere dalla sua staticità esistenziale, dal solitario succedersi delle sue giornate, può sempre qualcosa.
Ogni persona, ma forse sarebbe corretto scrivere ogni vita, anche la più fragile, può sempre e comunque qualcosa; perché sino alla morte si può sempre qualche cosa, nel senso spinoziano della questione: si può essere affetti da qualcosa, colpiti da un evento che ci emoziona, che ci dà gioia, che ci ricorda, nella nostra immobilità, i tempi della nostra esistenza, o che ci dice ancora qualcosa di nuovo rispetto ad un momento che non possiamo più ricordare.
Così un anziano può essere “affetto” da una fotografia, che può farlo tornare laddove la memoria non potrebbe più condurlo, perché l’età, implacabile, l’ha affievolita.
Non solo: quella fotografia potrebbe restituirgli, come nuovo, l’incanto di un momento della sua vita.
Occorre pertanto interrogarsi su come possano essere declinati i principi contenuti negli artt. 2 e 3 della Costituzione rispetto alla vita dell’anziano.
Se la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità… (art. 2 Costituzione); se è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana… (art. 3 Costituzione), come è possibile negare la rilevanza che possono avere le immagini per lo sviluppo della personalità, di quella struttura esistenziale che chiamiamo soggetto? Come negare che le immagini potranno essere fondamentali nella staticità che caratterizza la quotidianità di un anziano?
La fragilità dell’anziano può rivelarsi nel non avere più la memoria di un tempo: ma avrà sempre la possibilità di farsi coinvolgere dall’emozione che gli può trasmettere un’immagine.
Fermo in poltrona, nella sua immobilità, nella sua solitudine, l’anziano può vivere la duplice potenza positiva di una fotografia: quella della testimonianza che lo riporta ad un tempo più felice, e quella di un’immagine che gli trasmette un’emozione nuova, un “passo di danza” che non necessita di muscoli o prestazioni particolari.
Una fotografia potrà in qualsiasi momento trasmettergli l’incanto del mondo, anche se questa non gli dice più nulla del momento che ritrae.
In tal senso, la riflessione del filosofo Panattoni può essere assunta per declinare in modo esemplare l’indicazione del giurista Cendon rispetto alla valorizzazione dei momenti statico-solitari che caratterizzano una vita: per non lasciare che questa venga considerata solo nella sua dimensione dinamico-relazionale, prestazionale.

7. Conclusione
La coppia di giovani sposi che si è vista negare il risarcimento del danno non patrimoniale, per la mancata consegna del servizio fotografico che avrebbe dovuto ritrarre il matrimonio, ha subito un’ingiustizia proprio da quella Suprema corte che dovrebbe farla rispettare; da quella Corte di Cassazione che, più volte, in subiecta materia, ha peraltro richiamata la necessità di confrontarsi con altre discipline per capire la fenomenologia della sofferenza legata alla vita.
Basti tornare, in tal senso, alla citata sentenza della Cassazione n.11851 del 2015, che si caratterizza per rilevanti e condivisibili considerazioni.
Sul punto la sentenza è esemplare:
E va in proposito ulteriormente precisato che, al di là e a prescindere dal formalismo delle categoria giuridiche, troppo spesso il mondo del diritto, intriso di inevitabili limiti sovrastrutturali che ne caratterizzano la stessa essenza, ha trascurato l’analisi fenomenologica del danno alla persona, che altro non è che indagine sulla fenomenologia della sofferenza.
Il semplice confronto con ben più attente e competenti discipline (psicologiche, psichiatriche, psicoanalitiche) consente (consentirebbe) anche al giurista di ripensare il principio secondo il quale la persona umana, pur considerata nella sua “interezza”, è al tempo stesso dialogo interiore con se stesso, ed ancora relazione con tutto ciò che è altro da se.
In questa semplice realtà naturalistica si cela la risposta (e la conseguente, corretta costruzione di categorie) all’interrogativo circa la reale natura e la vera essenza del danno alla persona: la sofferenza interiore, le dinamiche relazionali di una vita che cambia.
Ecco, allora, che se è lecito ipotizzare, come talvolta si è scritto, che la categoria del danno “esistenziale” risulti “indefinita e atipica”, ciò appare la probabile conseguenza dell’essere la stessa dimensione della sofferenza umana, a sua volta, “indefinita e atipica”.
Passaggi pregevoli, che richiamano la necessità per il giurista di arricchire le analisi della sofferenza, del pregiudizio dannoso, attraverso un approccio molteplice e multidisciplinare: perché la persona umana è una realtà articolata, dalle diverse sfaccettature, e sarebbe riduttivo volerne cogliere i diversi aspetti attraverso una logica interpretativa di carattere formale e giuridica.
E’ la stessa raccomandazione che fa Paolo Cendon quando, a proposito del danno non patrimoniale, invita lo studioso del diritto “a bussare alle altre discipline per saper prenderne il meglio”.
In questo caso la Corte avrebbe potuto confrontarsi con la filosofia, la psicologia, la scienza medica,  per comprendere come una fotografia non sia sostituibile con la memoria personale.
L’errore della Cassazione è stato allora duplice: non ha riconosciuto come le immagini possano aprire all’incanto del mondo, e non ha considerato come, diventando anziani, si possa perdere la memoria personale e come, pertanto, le fotografie possano rappresentare un elemento essenziale dell’esistenza.
Errore parzialmente scusabile, e forse inevitabile?
Come accertare, infatti, il valore di un’immagine rispetto alle esigenze probatorie, queste sì rigorose, legate alla singolarità del caso?
Come proiettare la potenza di un’immagine rispetto ad un futuro incerto?
La risposta a questi interrogativi non può prescindere dal fatto che quelle fotografie avrebbero ritratto un momento fondamentale della vita di coppia, il giorno del matrimonio.
Sarebbe pertanto stato semplice “immaginare” che quelle fotografie potessero trasmettere, nel tempo, un incanto sottratto all’immaginazione personale.
Si tratta di fare agire lo strumento probatorio della presunzione in tutti i suoi possibili risvolti.
Allo stesso tempo, la Cassazione avrebbe potuto considerare come una forma di fragilità che faccia perdere la memoria possa trovare parziale compensazione in una immagine.
Giustamente il Tribunale di Roma, nel riconoscere il danno non patrimoniale alla giovane coppia, aveva sottolineato l’impossibilità di rivivere nel tempo le emozioni del matrimonio attraverso il servizio fotografico.
Quando si tratta di esistenza, di vita, l’aspetto temporale è costitutivo di possibilità e cambiamenti che non possono non essere presi in considerazione.
Per questo, un’immagine può diventare fondamentale per l’applicazione dei principi previsti dagli artt. 2 e 3 della Costituzione.
In questo nuovo millennio, alla ricerca di uno statuto del danno non patrimoniale, la sfida è forse quella di farsi orientare non solo dai principi costituzionali, ma anche, in senso diffusivo, dalla fenomenologia della fragilità, che trova riparo sotto diverse disposizioni di legge.
Sarebbe bastato considerare che la fragilità si impossessa della nostra vita nel corso degli anni, e che la memoria, alla quale ha fatto riferimento la Corte per evocare la figura dei diritti immaginari per negare il risarcimento del danno, può affievolirsi o addirittura scomparire.
Si tratta, in ultima analisi, di orientare la responsabilità civile sia  attraverso i principi della Costituzione, che attraverso la realtà fenomenica di quella fragilità che caratterizza da subito, o progressivamente, la nostra esistenza.
La vita dell’anziano e il suo tran tran ce lo ricordano tutti i giorni.

BIBLIOGRAFIA
Sito Web Persona & Danno
Panattoni R., Siamo cambiati dalle immagini, Moretti & Vitali, Bergamo 2014
Panattoni R., Black Out dell’immagine, Bruno Mondadori, Milano 2013
Cendon P., in La Nuova Giurisprudenza Civile Commentata