Biodiritto, bioetica - Fine vita -  Redazione P&D - 11/10/2019

Corte Costituzionale e chiesa cattolica: ma sul “fine vita” è vera contrapposizione? - Agostino Bighelli

Con l’ordinanza n. 207/2018 la Corte Costituzionale dichiarò che (solo) in «specifiche situazioni…vengono messe in discussione le esigenze di tutela che negli altri casi giustificano la repressione penale dell’aiuto al suicidio».

In particolare, la Corte individuò quale “perimetro” di una eventuale previsione di non punibilità quattro condizioni attinenti il soggetto agevolato, quest’ultimo identificato «in una persona (a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

Tali ipotesi sono state poi confermate anche in sede decisionale nel settembre 2019 (cfr. comunicato stampa del 25.09.2019).

Da parte sua, il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2278 afferma: «L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'«accanimento terapeutico». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente».

Sul tema, Papa Francesco si è intrattenuto in occasione del meeting regionale europeo della “World Medical Association” tenutosi nel novembre 2017 con un articolato e denso messaggio nel quale, tra l’altro, afferma: «Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona […] È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure”.

Mi pare di scorgere una straordinaria e sinora non vagliata sintonia tra le due posizioni (quella della Corte Costituzionale, da un lato, e quella della Chiesa Cattolica, dall’altro), che sul “fine vita” paiono valorizzare elementi comuni quali: la valutazione di non proporzionalità delle cure rispetto al risultato sperato; la centralità della persona intesa come intrinseca dignità e non solo come mera vita biologica; la capacità di libero discernimento e consapevole determinazione del malato in ordine ai trattamenti di cura cui sottoporsi.

Se poi aggiungiamo che sempre la Corte Costituzionale, con la medesima ordinanza n. 207/2018, avverte che «non si può ritenere vietato al legislatore punire condotte che spianino la strada a scelte suicide, in nome di una concezione astratta dell’autonomia individuale che ignora le condizioni concrete di disagio o di abbandono nelle quali, spesso, simili decisioni vengono concepite. Anzi, è compito della Repubblica porre in essere politiche pubbliche volte a sostenere chi versa in simili situazioni di fragilità, rimovendo, in tal modo, gli ostacoli che impediscano il pieno sviluppo della persona umana (articolo 3, secondo comma, della Costituzione)» (cfr. comunicato stampa del 16.11.2018), abbiamo un contraltare laico anche alla preoccupazione per la quale «Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi» (in questi termini Papa Francesco nel citato messaggio del 07.11.2017 al meeting del “World Medical Association”).

Tutto ciò considerato, non sono pertanto così sicuro che sul “fine vita” Corte Costituzionale e Chiesa Cattolica predichino principi e difendano valori così diversi tra loro, e sarebbe quindi probabilmente opportuno -nell’ottica dell’opportuno dialogo scientifico/religioso anche nell’ottica di un auspicato percorso di formazione delle coscienze (Giuseppe Lorizio)- approfondire e valorizzare quelli che possono essere gli elementi di unione piuttosto che enfatizzare gli aspetti divisivi.

Paolo Flores d’Arcais, rivolgendosi al Card. Bassetti dalle pagine del Corriere dell’Umbria (04.10.2019), ha recentemente riproposto alcune affermazioni attribuite al Card. Tettamanzi il quale, a detta dell’autore «riconosceva che 'sono d'accordo nel dire che solo a partire da una concezione antropologica che contempli la realtà di Dio del Dio cristiano si può dire un 'no' assoluto all'eutanasia', e ribadiva: 'il no assoluto all'eutanasia anche nelle situazioni più drammatiche o si radica in una prospettiva di fede religiosa o diversamente, almeno in termini assoluti, non regge'».

Che una via d’uscita a questa, semplicistica, contrapposizione possa essere costituita dal terreno comune su cui (forse) camminano, magari inconsapevolmente, Corte Costituzionale e Chiesa Cattolica?