Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 05/07/2018

Concerti di giugno (2018) - Mauro Bernardini

In questa settimana, a cavallo del solstizio, luminosa e insolitamente arieggiata; ebbene in questa settimana, lavorativa di giorno, ma dedicata ai piaceri della cultura la sera, la musica ce la siamo goduta davvero. Tre concerti di fila, tra mercoledì  e venerdì, nei più affascinanti luoghi degli eventi musicali bolognesi.
Per il primo, Hommage à Brahms, che Mara aveva letto in cronaca la mattina stessa, una volta a tanto mi sono dato da fare io. Ho preso nota che il luogo dell’esecuzione era di assoluto livello e desiderabilità – il cortile del Palazzo dell’Archiginnasio, in piazza Galvani, a cinque minuti a piedi da casa nostra – e mi sono detto “Dobbiamo trovare i biglietti prima di stasera, perbacco!”
E così, vincendo la mia innata pigrizia e remissività, e saputo che si trattava di un evento del Festival Pianistico Internazionale di Bologna, giunto alla sua VI edizione, in una serie denominata “pianofortissimo”, ho rintracciato su Internet dove poter acquistare i biglietti. Dal tardo pomeriggio ho sguinzagliato me stesso per il centro della città e sono stato informato che, pur esaurita la prevendita, potevo acquistarli sul posto.
Recatomi subito all’Archiginnasio, ho trovato la persona giusta, una distinta signora, interessata al buon esito dell’evento e alla sua diffusione; la quale, fatta debitamente oggetto di cortesie e sorrisi, mi ha detto “Venga qui mezz’ora prima dello spettacolo, le sono riservati due biglietti. Se lo gradisce vado a prenderle un programma”.
Mentre ringrazio, si avvicina un singolare trio, somigliante a quello che avevo sbirciato il mattino nelle immagini della cronaca; erano proprio i musicisti che poco dopo si sarebbero esibiti, appena arrivati.
Un’alta, giovane violinista, un simpatico personaggio maschile, il cornista – il corno è insolitamente introdotto, proprio da Brahms, nella composizione al centro del concerto -, inconfondibilmente britannico, e infine la pianista.
Ben lieto del fortuito incontro ho salutato e mi sono presentato e tutti hanno gentilmente ricambiato i saluti. Magnifico!
Il tempo di rincasare e di mangiare un boccone e all’ora indicata siamo sul posto. I biglietti ci sono, chiusi in una busta col mio nome, datami da un’elegante e sorridente fanciulla; mentre un’altra, non meno graziosa, ci scorta ai nostri posti, in una delle prime file!
Entriamo così, con le dolci nuances del crepuscolo, ancora luminoso, nel magico cortile del Palazzo; con le sue vetrate, i suoi archi tardo cinquecenteschi e i suoi ben noti stemmi.
E’sempre l’Archiginnasio Bolognese, cioè la prima sede fissa di una Università moderna, voluta dai papi e progettata dal grande Architetto locale Antonio Morandi, detto il Terribilia; l’abbiamo tante volte sott’occhio, ma non ci si stanca mai di rivederlo, specie in una occasione come questa
Al centro è stata posta la pedana; sopra di essa il lungo pianoforte a coda e, davanti, i microfoni. Dopo un opportuna introduzione, compaiono i musicisti, questa volta in abito da sera.
Sono le due signore, la violinista e la pianista, ad eseguire il primo pezzo. Si tratta di Schumann, la “sonata per violino e pianoforte n. 1 in la minore” (op.105).
Splendida musica romantica in cui, fin dal primo dei tre movimenti (“con espressione dolorosa”, dice il titolo tedesco), ti colpisce la bellezza del suono; secondato dallo slancio e dal fascino delle suonatrici e, in primo piano, della violinista (Francesca Dego) – già vista il pomeriggio –.
Alta, elegante, dai lunghi capelli castani, solca il suo strumento con forza e passione, diffondendo nel cortile la musica del tormentato autore – tentò il suicidio gettandosi nel Reno, morì poco più che quarantenne nel 1856 –. Musica che, nel suo pathos, ti appare come la più trascinante e suadente delle melodie.
Seguono gli altri due movimenti, “allegretto” e (in tedesco) “vivace”, in cui la musicista al pianoforte, una bruna dagli occhi verdi a sua volta piena di temperamento (Maria Perrotta), completa alla perfezione lo slancio del violino.
Poi si ha un pezzo moderno, novecentesco, del magiaro Gyoergy Ligeti (1923-2006), divenuto austriaco dopo avere lasciato l’Ungheria a seguito dell’insurrezione nel 1956. Si tratta del “trio per violino, corno e pianoforte, hommage à Brahms” del 1982. In esso l’autore, alla fine del novecento, riprende il classico compositore del secondo ottocento, seguendone l’esempio di introdurre, accanto al violino e al pianoforte, il corno (al posto della viola o del violoncello).
La composizione si articola in quattro movimenti e lo strumentista inglese, già visto nel pomeriggio (Martin Owen), è davvero bravissimo a non far rimpiangere il violoncello. Seconda il violino e si collega al pianoforte con la massima agilità, nei limiti sobri e spogli caratteristici della musica novecentesca; per la singolare, sottile disposizione del programma in qualche modo “preannunciante” il pezzo di Brahms, che è stato scritto oltre un secolo prima, ma che stasera verrà eseguito dopo.  
Ancora un altro, breve pezzo novecentesco, di Olivier Messiaen, Appel interstellaire per corno solo” (1971). Messiaen, musicista e ornitologo francese dalla vita singolare (1908-1992), era affascinato dal canto degli uccelli ed era convinto che essi fossero i più grandi musicisti sulla terra – come dargli torto! -; piuttosto che compositore, si considerava "un ornitologo e un ritmista".
Nei suoi numerosi viaggi in tutto il mondo, ebbe modo di ascoltare e registrare il canto di numerosi volatili, realizzando delle trascrizioni (soprattutto per pianoforte ma anche per orchestra), tra cui la più celebre è il Catalogue d'oiseaux, composta tra il 1956 e il 1958.
Il breve pezzo di stasera si attiene all’essenziale e quindi Owen può suonare lo strumento in modo primigenio, come un “corno da caccia”, quasi senza alcuna modulazione, in modo semplice e suggestivo come i corni d’ariete suonati nelle vallate.
Si giunge così al clou della serata, il “trio per violino, corno e pianoforte in mi bemolle maggiore” (op. 40) di Johannes Brahms; intensa, bellissima composizione in quattro movimenti
Fatta nel 1864-65, essa commemora la morte della madre, Christiane, scomparsa quell'anno. Ispirata alla natura, alla Foresta Nera –  nel trio si prevede il corno naturale - , forse con ragione si colloca dopo il pezzo di Messiaen. Brahms infatti scrisse ad un amico «un mattino camminavo, e nel momento in cui arrivai dove il sole brillava tra i tronchi degli alberi [della Foresta]  l'idea del trio mi venne in spirito, col suo primo tema”
Musica bella e drammatica, appassionante, coinvolgente; umana e commovente, sul far della notte.

La sera seguente siamo al Cenobio di S. Vittore, sui primi colli di Bologna. Ha prenotato Mara, non ci sono problemi di biglietti. Si tratta solo di raggiungere il posto che, pur molto familiare, non ha un proprio parcheggio.
S. Vittore è un’incantevole chiesetta in stile romanico, ricordata già nel secolo XI, ampliata nel XII, quando le fu costruito accanto un chiostro quadrilatero (a servizio del Cenobio), successivamente rimaneggiato e tuttora esistente e ben conservato.
Con le eleganti colonnine binate che ne sostengono gli archi, sarà proprio il chiostro, e il suo spazio all’aperto, all’interno, con l’immancabile vera da pozzo. la sede del concerto.
Il complesso si trova a 250 metri d’altezza (Bologna è a 50) proprio fuori Porta Castiglione, posta circa a metà della strada omonima, ove noi abitiamo.
Si lascia a destra l’ex convento di S.Michele in Bosco -ora Ospedale Ortopedico Rizzoli – e si prosegue diritto, verso il colle di Barbiano. Siamo nel lussureggiante ambiente verde posto sulle colline a sud della città, fra tanti alberi, giardini, siepi come spesso arieggiati da una fresca brezza. Verde e musica! Che c’è di meglio?
Sennonché, mossici all’ultimo momento, proprio per la familiarità dei luoghi, dobbiamo lasciare la nostra auto in un posto di fortuna – un parcheggio propriamente non c’è, già lo si è detto – sul lato sinistro della carreggiata; quasi su di una siepe, prima e dopo altre auto, a destra e a sinistra. Ci comportiamo alla buona, come si farebbe per un matrimonio in campagna. Per il momento, ce la caviamo; ma funzionerà anche per il ritorno?
Non ci soffermiamo più di tanto e pensiamo alla musica. Sull’imbrunire – ma c’è ancora tanta luce, sono le giornate più lunghe dell’anno - prendiamo posto nel  prato del chiostro e ci mettiamo in attesa.
L’evento, organizzato dall’Associazione “Cenobio di S.Vittore”, si intitola “Aurora del romanticismo” e prevede musiche di Beethoven, di Schubert e di Chopin.
E’ un recital dell’anziano, valentissimo pianista Gino Brandi, che, sotto un’ala del portico, si prodiga come solista dall’inizio alla fine; suonando, senza spartito, un pianoforte Pleyel del 1860.
Si diffonde così, dallo strumento che fa tutt’uno col pianista, una prima Sonata di Beehoven in quattro movimenti (op. 10 n. 3 in re maggiore) e poi una seconda, ancora più mossa, sempre in quattro movimenti, denominata “Aurora” (op. 53 in do maggiore; appunto l’Aurora del romanticismo a cui si intitola il recital).
E’ un grande Autore, un’affascinante melodia. Ci si emoziona ad ascoltarlo in mezzo alle nostre colline; ma, si sa, la musica è universale e, sotto le mani esercitate dell’interprete-esecutore, rinnova la sua magia in ogni angolo della terra!
Seguono, senza alcun intervallo, due improvvisazioni di Schubert (dall’op. 90, la n. 2 e la n. 4), e quattro preludi di Chopin (dall’op. 28, i nn. 4, 6, 21 – in si bemolle minore “presto con fuoco” – e 15), con una sua Tarantella (op. 43).
Nulla di più adatto al pianoforte! Sembra che lo stesso strumento sia stato concepito e costruito per questi pezzi e questi Autori, e in particolare per Chopin.
Il pubblico è entusiasta e applaude senza stancarsi il Maestro Brandi. Il quale, con grande cortesia e assoluta non chalance, dall’alto dei suoi quasi novant’anni, concede un primo bis, e poi un secondo e poi un terzo e forse altri ancora, quasi senza fine.
Sono io che mi stacco, pensando all’auto parcheggiata là fuori, alla buona. Devo staccarmi. Siamo arrivati uno alla volta. Ma chissà come faremo ad uscire, ora che lasciamo il Cenobio tutti insieme!
Come al solito la fortuna aiuta gli audaci (e gli amanti della musica). E benché ci sia una sola stretta corsia percorribile, tra due file di veicoli, nessuno perde la calma.
Una volta rimosso da alcuni volonterosi un ingombrante motorino e poi lasciate passare un paio di automobili verso il colle di Barbiano, a monte – da dove siamo venuti – riusciamo ad accodarci ad altre che muovono verso valle, attraverso i tornanti di Via S. Vittore.
Si è fatta notte e quei tornanti, uno dopo l’altro, uno dopo l’altro, non sono la prova più semplice da affrontare – io mi ci ero sempre avventurato di giorno! -; ma con prudenza e costanza, e con l’affettuosa attenzione di Mara, al mio fianco, anch’essi vengono superati; certo con qualche brivido, rasentando il ciglio della carreggiata verso il pendio, data l’oscurità……. ma senza mai uscire di strada! E’ già qualcosa.
Alla fine si giunge al piano, in Via S.Mamolo, discretamente illuminata. Ormai è fatta! Siamo nella valle dell’Aposa; cioè nell’alveo di quel torrente, che defluisce verso il centro, dove si stanziarono gli Etruschi, nostri progenitori, fondatori della città di Felsina. Siamo sul sicuro.
Musica, Ambiente e Storia. Tutto si collega, tutto si ricompone.

Stasera siamo in S.Petronio, la grande basilica in Piazza Maggiore, in stile tardo-gotico, maestosa e incompiuta, nel cuore di tutti i bolognesi. Pur non essendo la cattedrale ci riempie di orgoglio. Essa è infatti la “chiesa civica” per eccellenza.
Si iniziò a costruire nel 1390 da parte del Comune – non della Chiesa, Istituzione con la C maiuscola – in un impeto di grandezza e libertà. Si andò avanti con un progetto grandioso fino alla metà de Cinquecento e oltre, quando i Papi, ripreso saldamente il possesso della città, ne bloccarono la costruzione – evidentemente in concorrenza con la nuova fabbrica di S.Pietro, impostata in quello stesso secolo –.
Fu mezzo allo scopo l’erezione al suo fianco, dirimpetto al transetto sinistro – appena abbozzato, e solo esternamente, con ancora visibili le tracce, costituite da cunei di laterizi scoperti, dell’opera incompiuta –; fu mezzo allo scopo, di diceva, l’erezione del Palazzo dell’Archiginnasio (1561), nel cui cortile ci si trovava l’altra sera.
Mara, pure per il concerto in S.Petronio, ha prenotato il posto; l’ingresso è a offerta libera, a favore dei restauri della basilica.
Programma di stasera è “Due Maestri di Cappella fra Bologna e Modena”, musica sacra barocca che si appoggia ai plurisecolari organi della basilica, uno, a destra, per chi entra, ancora del Quattrocento (1471 – 1475), fra i più antichi se non il più antico in esercizio; l’altro, a sinistra, della fine  del Cinquecento (1596). Strumenti perfettamente restaurati; entrambi giusta ragione di orgoglio dei cittadini e di compiacimento di ogni amante della musica.
Il pubblico, quanto meno dei prenotatari, è un po’ selezionato e quindi possiamo avviarci nel coro, tra l’altare maggiore e l’abside, in una sorta di “conca” davvero privilegiata.
Davanti a noi, seduti in una fila di seggiole che guarda verso l’ingresso, sta il magnifico altare maggiore, sormontato da un crocifisso ligneo del Quattrocento e quindi da una tribuna, progettata dal Vignola alla metà del Cinquecento.
Un tempietto nel tempio, sopraelevato dal suolo e ricoperto con una propria cupola su colonne, come del resto in S. Pietro in Vaticano e in diverse cattedrali italiane e straniere ; un caratteristico autel-baldaquin, espressione che sentimmo usare una volta in Francia, dal nostro albergatore, per il consimile altare posto nella (drammatica) cattedrale di Verdun.
Oltre l’altare si estende, a ritroso, tutto il resto della chiesa, fino all’ingresso, con la sua impareggiabile spazialità gotica, singolarmente equilibrata e luminosa – di cui già mi parlava una non dimenticata insegnante del ginnasio - nella sua caratteristica nudità.
In pratica le decorazioni – peraltro stupende, oggetto di osservazione e di studio in tante visite guidate -  restano all’interno delle (numerose) cappelle laterali, che da qui non si vedono ; mentre invece, da qui, risaltano i pilastri (rossi) e le pareti delle tre navate, nonché le volte (bianche, come del resto i basamenti e i capitelli, in arenaria); insomma, da qui, si domina e si gode, paradossalmente rovesciato, tutto l’ambiente architettonico della basilica, nella sua essenzialità.
Poco lontano da noi, a ferro di cavallo, stanno gli stalli del coro ligneo, in duplice ordine; e, sopra di noi, nella stessa disposizione, stanno le cantorie; e al centro dei due lati delle cantorie, a destra  e a sinistra, stanno i due organi ; alla nostra sinistra, visto che diamo le spalle all’abside, quello più antico e alla nostra destra quello più nuovo.
Dicevamo del programma di stasera, in questa cornice unica. Esso è imperniato sulle musiche del bolognese Giacomo Antonio Perti (1661-1756) e del modenese Antonio Maria Pacchioni (1634-1738; Bach, per intenderci, nasce nel 1685 e muore nel 1750). Programma che, nel solito, smagliante latino, accosta salmi e mottetti per voci soliste, coro e, appunto, organo.
Questi Autori, quasi “spariti”, sono stati riscoperti negli ultimi decenni – vicenda non certo nuova nella storia della musica e della cultura in genere; pensiamo alla grande pittura del primo Quattrocento, e in specifico a quella di Piero della Francesca, riemersa dall’oblio solo nel Novecento, grazie a Longhi e a Berenson –; e sono stati riscoperti  proprio grazie al lavoro della Cappella di S.Petronio.
Le musiche, i cori e le voci, proprio sopra le nostre teste – facciamo quasi un tutt’uno con esse in questa singolare conca – sono una più bella dell’altra. Ti rapiscono in una dimensione particolare, ben diversa dalla realtà quotidiana, che resta fuori della chiesa, e ti infondono emozioni profonde di fantasia e immaginazione.
Quando canta una voce sola, accompagnata dall’organo, lo fa con una semplice, compiuta perfezione che dà l’idea dell’assoluto e del sublime; in quel momento non è una musica, è la musica.
Tale è il caso, ad es., del tenore Lars Magnus Hvass Pujol che canta, con distinta, elegantissima grazia, “O laetitia infinita”, Mottetto per la Resurrezione. Egli è  alto e saldo sulle nostre teste – a destra, quasi di fronte a noi – e dà l’idea di un grande attore in un vasto teatro, che domina tutta la scena.
Ma profonda emozione suscita anche il soprano Francesca Santi, una bella signora bruna che, spostatasi dal coro – a sinistra - nello stesso luogo, canta “Benedicte, ne cedas”, mottetto per S.Benedetto Abate. Egli non deve cedere alla tentazione, perché il suo compito, invece, è quello di ……….riedificare la civiltà occidentale!
Emozione unica, infine, suscita il coro, con le sue voci fuse in uno, ma articolate in canti e controcanti, sapientemente concertati in una concordia discors. Sembra quasi, a tratti, anticipare il melodramma italiano dell’Ottocento.
Ma è poi vero che il tempo scorre verso il futuro? Non potrebbe scorrere verso il passato, come il nostro sguardo a ritroso sulla basilica di S.Petronio?