Cultura, società - Cultura, società -  Maria Beatrice Maranò - 17/05/2018

Come una nave che affonda: Jules Supervielle

Riprende il mio almanacco, con la menzione della scomparsa di Jules Supervielle ( deceduto il 17 maggio 1960). Nacque a Montevideo, patria di Jules Laforgue e Isidore Ducasse: la responsabilità di completare la triade poetica, nella città sudamericana, fu sempre immensa. La sua vita fu segnata da numerose perdite, a partire, a soli otto mesi, dalla morte di entrambi i genitori: tema ricorrente nella sua opera, con un risarcimento della perdita originaria, tanto da dedicare la sua prima silloge poetica proprio a questa tragica perdita infantile. Fu migrante nell’anima e nel cuore: si trasferì prima in Uruguay, poi in Francia, e poi fu protagonista di molti viaggi tra nuovo e vecchio continente, facilitato da eccellenze competenze e conoscenze linguistiche (francese, inglese, spagnolo, portoghese). La seconda guerra mondiale fu per lui il tempo del triste esilio in Uruguay, dove, nonostante il peggioramento delle condizioni di salute, continuò un’intensa attività artistica. Musa, compagna di viaggio, madre dei suoi molti figli fu Pilar Saavedra, nome, guarda caso, ricorrente anche nel legame amoroso di Saramago. Si mantenne privo di contaminazioni rispetto allo sperimentalismo e alle avanguardie, fu fedele alla prosodia classica e al verso breve, alle immagini semplici, ai toni delicati da favolista. All’opera poetica (tra cui Gravitazioni, 1925; Gli amici sconosciuti, 1934; La favola del mondo, 1938; Memoria immemore, 1949; , Il corpo tragico, 1959) si accompagnarono numerose e fortunate prove come narratore, drammaturgo e traduttore di opere spagnole e ispano-americane. Nei romanzi ( L'uomo della pampa, 1923 e Il ladro di bambini, 1926) prevalgono i rapporti tra visibile e invisibile, la magia, l’occulto, la fantasia, il tutto condito con immagini di favolesca leggerezza. Anche se poliglotta, in realtà, il francese fu la sua lingua sintonica e Parigi la sua madre letteraria. Riuscì ad epurare l’artificiosità dalle regole, facendo di ogni rima e schema un’occasione di leggerezza, con la libertà di usare l’alessandrino o il versetto, ritrovando così la parola nelle cose, e le cose nella parola. La liberazione progressiva dalle influenze del romanticismo, del parnassianesimo e anche da un certo neo-classicismo, non fanno altro che evidenziare come sia la semplicità la sua linea guida, sia negli aspetti esteriori che nei viaggi interiori.. Nel linguaggio sempre misurato, votato alla limpidità di immagini, forme e ritmi (i suoi versi sono liberi ed i metri regolari) è assente la radice creola, che tuttavia permane, nei paesaggi e nei protagonisti delle sue opere. L’apertura a nuovi paesaggi, quelli della sua terra natale, si traducono in aperture del suo mondo interiore. La sua poesia è un viaggio all’esterno che arriva poi all’interno del suo io convertendosi in autoanalisi; Si può parlare così di solidarietà tra umani. Il destino di ognuno, semplificato e generalizzato è visto come universale e proprio per questo accolto con compassione e comprensione dal poeta, senza indulgere nel giudizio. Migrante per necessità, cosmopolita per scelta, creatura del mondo attraverso la poesia. Il linguaggio, così limpido offre l’occasione di un continuo contatto con l’amata, con l’amico, con il lettore. Ebbe il merito di rimettere a fuoco i molti simboli ormai usurati del vecchio linguaggio poetico, portando alla vitalità e alla libertà della “pampa” ciò che dormiva tristemente nei “boulevards”: la sua opera ha un carattere di universalità in cui l’uomo si riappropria delle creature, ridando loro un nome. E questa ricreazione investe soprattutto l’uomo, la sua anatomia. La grandezza del poeta sta, per l’ennesima volta, di essersi mantenuto in equilibrio tra la luce e l’ombra. La presenza di tanti bambini, tanti uccelli e tante piccole creature nelle sua opera non risponde solo a istanze autobiografiche, ma è un tentativo di contenere con un unico abbraccio delicato, il globo che gli è affidato con l’esistenza, mantenendo una visione d’insieme, che riesca a guarire le ferite di un corpo malato, perché le sue parti non combaciano tra loro in senso unitario. Questo spiega perché, nella sua vita e nelle sue opere, tutto ciò che riesca a stabilire un legame, l’amore, l’amicizia, il teatro e il viaggio , occupi un posto di immensa rilevanza. Circondato dalla mancanza e dal vuoto di cui sente angosciosa la silenziosa presenza , costruire ponti e creare legami diventa la missione del poeta. Definire Supervielle un poeta creolo sarebbe parziale tanto quanto definirlo un letterato europeo.


Io non vado sempre solo al fondo di me stesso
E trascino con me più di un essere vivente.
Quelli che saranno entrati nelle mie fredde caverne
Sono certi di uscirne anche solo un momento?
Ammasso nella mia notte, come una nave che affonda,
Alla rinfusa, passeggeri e marinai,
E spengo la luce agli occhi, nelle cabine,
Faccio amicizia con le grandi profondità...Come una nave che affonda ( da "Les amis inconnus) di Jules Supervielle scomparso il 17 maggio 1960