Deboli, svantaggiati - Morenti, suicidio -  Michele Delrio - 24/07/2017

Charlie Gard

Charlie Gard è un bambino di 10 mesi nato con una con una mitocondriopatia, una grave malattia ereditaria che non fa funzionare nel modo giusto i mitocondri, i quali producono l’energia necessaria per le funzioni vitali delle cellule.

Attraverso appelli ai media e cercando di attivare l’opinione pubblica mondiale, i genitori di Charlie hanno dato il via ad una vera e propria battaglia legale affinché le macchine dell’ospedale londinese che tengono in vita loro figlio non venissero spente e affinchè il piccolo paziente venisse trasportato negli Usa per tentare una nuova tipologia di cura.

L’iter giudiziario del caso di questo bambino ha riguardato la Corte Suprema del Regno Unto (Tribunale di ultime cure) che ha rigettato la richiesta proveniente dai genitori del piccolo Charlie di autorizzazione al trasporto oltreoceano del bambino,   basandosi sulle valutazioni dei medici circa l’aumento della sofferenza per il paziente e la totale impossibilità dello stesso nel trovare cure. L’autorizzazione allo spegnimento dei macchinari, inoltre, era stata oggetto della decisione presa da ben due  corti inglesi, oltre alla Corte Suprema, ed in ultima istanza dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

La famiglia Gard ha fatto valere davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la violazione degli articoli 2 (diritto alla vita,” nobody - including the government - can try to end your life”), 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza), 6 (diritto ad un giusto ed equo processo), 8 (diritto al rispetto della vita familiare), del The Human Rights Act britannico.

La base giuridico/legale a cui le Corti Inglesi si sono appoggiate, nel diniego alle istanze della famiglia di Charlie, è il “Children Act” del 1989, che espressamente prevede negli articoli introduttivi che il benessere del bambino dovrebbe essere il pensiero supremo delle corti in ogni sorta di giudizio(“the child’s welfare shall be the court’s paramount consideration”).

La sfida in punto di diritto è stata arricchita dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo, laddove ha riconosciuto nella decisione presa dalla Suprema Corte Inglese la migliore soluzione possibile, ancorché elaborata dopo tre meticolosi gradi di giudizio.

Si rivolga per un attimo l’attenzione ai soggetti attori della vicenda: Charlie, prima di tutto, e i suoi genitori, che vedono nel trasferimento negli Usa e nella sottoposizione di loro figlio ad un nuovo trattamento un 10% delle possibilità di cura. La Cedu non ha visto in quel 10% alcuna possibilità di successo (“with no prospects of success”); si può privare un bambino, in nome del diritto, della vita stessa laddove vita c’è già, sebbene vita dolorosa, in continua dipendenza dei macchinari ospedalieri? Ha quella percentuale la dignità di essere presa in considerazione?

Stupisce che,  all’interno dei ragionamenti, processuali e non, che giustamente vedono il paziente-bambino al centro, siano estromessi totalmente i suoi genitori, depositari e titolari anche legalmente delle volontà dello stesso.

Fin dove può spingersi il legislatore, nell’andare a disciplinare quel così intimo rapporto che si instaura tra il paziente, la famiglia di questo, ed il medico curante? Sono domande che probabilmente rimarranno inevase, perse in mezzo alle dichiarazioni dei   vari supporters, ma che fanno tornare alla mente il monito di Arturo Carlo Jemolo “la famiglia può rappresentarsi come un’isola che può soltanto essere lambita dal mare della legislazione ordinamentale, la quale non può penetrarvi senza il rischio di travolgerla”.

In ultimo la Corte Suprema Inglese ha autorizzato il piccolo Charlie a ricevere la visita di un medico americano, di fatto “congelando” il giudizio Cedu e sospendendo la decisione presa in precedenza, riservandosi di revisionare la stessa in caso di nuove evidenze mediche e cliniche; nel frattempo il Congresso Americano ha concesso al paziente di pochi mesi la cittadinanza americana, ponendo un altro tassello importante nel racconto di questa singolare vicenda, che si è oggi definitivamente conclusa con il ritiro da parte dei genitori Gard della richiesta di trasferimento negli Usa, perché ormai il trattamento sanitario risulterebbe essere “troppo tardivo”.