Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Riccardo Mazzon - 07/02/2019

Cause di giustificazione: legittima difesa posta in essere in ambito di violato domicilio - prima parte

L’articolo 1 della Legge 13 febbraio 2006, n. 59 ha introdotto una specifica normativa secondo cui, nei casi previsti dall'articolo 614, primo e secondo comma del codice penale, sussiste il rapporto di proporzione, di cui al primo comma dell’articolo 52, stesso codice, se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere: a) la propria o la altrui incolumità; b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d'aggressione; tale disposizione si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all'interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriale - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -.

Per fare un esempio, si confronti, a tal proposito, l’interessante pronuncia n. 11610 del 9 febbraio 2011, rilasciata dalla Suprema Corte in fattispecie processuale nella quale s'era proceduto, nei confronti dell'imputato, per il delitto di tentato omicidio commesso per motivi futili, accusandolo di aver cagionato al danneggiato, vibrandogli una coltellata all'emicostato di sinistra, lesioni gravi consistite in trauma toracico con emopneumotorace - con riserva di prognosi e pericolo di vita -, così compiendo atti idonei diretti in modo non equivoco a provocarne la morte, senza conseguire l'intento per cause indipendenti dalla sua volontà: in tal occasione, il Tribunale di Bologna, con sentenza in data 5.3.2009, dichiarava l'imputato colpevole del delitto ascrittogli e, esclusa l'aggravante contestata e concesse le attenuanti generiche, lo condannava alla pena di anni cinque di reclusione; la Corte d'appello di Bologna, peraltro, con sentenza in data 16.10.2009, diversamente qualificato il fatto ai sensi del combinato disposto dell'art. 590 c.p. e art. 59 c.p., comma 4, con le già concesse attenuanti generiche rideterminava la pena inflitta all'imputato in mesi quattro di reclusione, con il beneficio della sospensione condizionale della pena; in base alle prove raccolte, la sentenza della Corte d'appello ricostruiva il fatto nel modo seguente: la parte lesa, dopo essersi accertata per telefono che l'imputato fosse solo in casa, si recava presso la temporanea abitazione dell’imputato, con l'intenzione di ottenere la restituzione del suo decoder; appena l'imputato aveva aperto la porta, vi era stata tra i due una discussione relativa alle rispettive pretese e l'imputato aveva cercato di impedire di entrare in casa alla parte lesa, la quale però, spingendo la porta e vincendo la resistenza dell'imputato, era riuscita a introdursi in casa con violenza; a quel punto l'imputato, impaurito dall'atteggiamento della parte lesa, probabilmente in seguito ad una breve colluttazione, aveva afferrato un coltello e l'aveva colpito all'emitorace.

Secondo la Corte d'appello, sulla base della predetta ricostruzione del fatto, non sussistevano oggettivamente i presupposti della legittima difesa, in quanto non vi era la prova che la parte lesa volesse aggredire l'imputato, provocandogli lesioni; quest'ultimo, peraltro, legittimamente e incolpevolmente aveva ritenuto di agire in presenza dell'esimente della legittima difesa, temendo per la propria incolumità, in seguito alla violazione di domicilio perpetrata dall'offeso; in ogni caso, non poteva però dirsi che l'imputato, seppure incolpevolmente convinto di agire in stato di legittima difesa, avesse reagito in modo proporzionato al pericolo che aveva ritenuto sussistere: la persona offesa, infatti, era disarmato e dalle testimonianze assunte non risultava che la lite tra i due fosse particolarmente violenta; pertanto, la Corte d'Appello concludeva affermando che la sussistenza, presunta ex lege, del rapporto di proporzionalità, nel caso previsto dall'art. 52 c.p., comma 2, non poteva essere operante anche nel caso di legittima difesa putativa, ricorrendo l'ipotesi dell'art. 59 c.p., u.c. e non quella di cui all'art. 55 c.p..

Avverso la suddetta sentenza, proponeva ricorso il difensore dell'imputato, deducendo un vizio di motivazione, con riferimento al mancato riconoscimento della scriminante della legittima difesa ovvero della legittima difesa putativa in senso pieno; in particolare, secondo il ricorrente: (1) la sentenza impugnata non aveva adeguatamente motivato la ritenuta sproporzione tra la difesa attuata dall'imputato e l'offesa perpetrata dalla parte lesa; (2) in via generale, il fatto che la parte lesa sia disarmata e l'assenza di testimoni oculari non possono, di per sé soli, determinare una valutazione di assenza dei requisiti della legittima difesa; (3) la sentenza impugnata non aveva considerato che l'utilizzo dell'arma è normativamente previsto come proporzionato in via presuntiva, nel caso previsto dall'art. 52 c.p., comma 2; (4) la pronuncia neppure aveva considerato che l'imputato si era trovato nella necessità di reagire alla violenta introduzione in casa della parte lesa; (5) la discordanza delle versioni fornite dall'imputato e dalla parte lesa, unitamente alla scarsa credibilità di quest'ultima ritenuta dal Giudice d'appello, non potevano comunque far ritenere provata la sussistenza di un errore colposo in capo all'imputato; (6) gli elementi rilevati avrebbero dovuto portare il Giudice di secondo grado a ritenere sussistente la legittima difesa putativa in senso pieno, escludendo gli estremi della responsabilità a titolo di colpa nell'ambito dell'erronea supposizione dell'esistenza della scriminante della legittima difesa.

In effetti, la Suprema Corte riteneva fondato il ricorso, non risultando corretto il percorso logico seguito nella motivazione della sentenza: nota, infatti, il Supremo Consesso come l'art. 52 c.p., comma 2, introdotto dalla L. n. 59 del 2006, abbia stabilito la presunzione della sussistenza del requisito della proporzione tra offesa e difesa, quando sia configurabile la violazione di domicilio dell'aggressore, ossia l'effettiva introduzione del soggetto nel domicilio altrui, contro la volontà del soggetto legittimato ad escluderne la presenza; in tal caso, l'uso dell'arma legittimamente detenuta è ritenuto proporzionato per legge, se finalizzato a difendere la propria o l'altrui incolumità ovvero i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d'aggressione; in presenza delle suddette condizioni, non è più, pertanto, rimesso al giudice il giudizio sulla proporzionalità della difesa all'offesa, essendo il rapporto di proporzionalità sussistente per legge, e questo vale sia in ipotesi di legittima difesa obiettivamente sussistente sia in ipotesi di legittima difesa putativa incolpevole; nel caso, però, in cui l'agente abbia ritenuto per errore, determinato da colpa, di trovarsi nelle condizioni previste dalla difesa legittima, obiettivamente non sussistenti, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo: la sentenza impugnata, pertanto, dopo aver escluso la sussistenza oggettiva dei presupposti che giustificano la difesa legittima, aveva, a giudizio della Suprema Corte, erroneamente ritenuto che l'imputato, seppure incolpevolmente convinto di agire in stato di legittima difesa, potesse essere punito per aver ecceduto colposamente il criterio di proporzionalità.