Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Riccardo Mazzon - 10/10/2018

Cause di giustificazione: l’altrui minaccia può configurare stato di necessità?

In linea con l’ultimo comma dell’art. 54 c.p., che stabilisce come la disposizione della prima parte dell’articolo predetto si applichi anche se lo stato di necessità sia determinato dall’altrui minaccia, ma, in tal caso, del fatto commesso dalla persona minacciata risponda chi l’ha costretta a commetterlo, è da ritenere che lo stesso principio sia da applicare in sede civile, con riferimento all’allocazione del danno determinata previa applicazione dell’articolo 2045 c.c. - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -; così, per fare un esempio, il delitto previsto dall'art. 611 c.p. (violenza o minaccia per costringere a commettere un reato) è reato di pericolo che si consuma nel momento stesso dell'uso della violenza o della minaccia, indipendentemente dal realizzarsi del reato-fine: se, però, quest'ultimo reato, poi, si realizza per effetto dell'azione o della compartecipazione del soggetto passivo della coazione, anche tale soggetto ne risponde in base alle norme sul concorso nel reato, a meno che non sia configurabile a suo favore una causa di esclusione della punibilità, come ad esempio quelle previste dagli artt. 46, 54, 86 c.p. (Costringimento fisico, stato di necessità, determinazione dello stato di incapacità).

L’ipotesi in esame è in dottrina (penale) denominata “coazione morale” e consiste, in ultima analisi, in una minaccia, intesa come prospettazione di un male futuro, la cui verificazione dipenda dal soggetto che l’ha formulata: il male minacciato deve essere presentato come alternativa, deve cioè creare una situazione di stato di necessità, così come descritta dal primo comma dell’art. 54 c.p.; la minaccia deve, quindi, concretare il pericolo attuale di un danno grave alla persona, non volontariamente causato, né altrimenti evitabile: solamente nel caso in cui sussistano tutti questi presupposti, e il danno sia proporzionato al pericolo, risponderà del fatto posto in essere dal soggetto coartato colui che ha esercitato la minaccia.

Non va, peraltro, dimenticato come il terzo comma dell’art. 54 c.p. venga generalmente interpretato dalla dottrina (penalistica) non come una causa di giustificazione, ma come una causa di esclusione della colpevolezza (o scusante): in altri termini, cioè, in una situazione come quella in esame, di chi compie l’azione criminosa sotto la minaccia psicologica esercitata da un’altra persona, si sostiene che l’agente realizzi il fatto in presenza di una situazione anormale, che rende inesigibile sul piano psicologico una condotta diversa; va rilevato, inoltre, come, nel caso della minaccia morale, il fatto necessitato non solo non sia obiettivamente lecito, ma fondi la responsabilità, civile – risarcitoria - e penale, dell’autore che ponga in essere la minaccia.

Riassumendo, la causa di esclusione della antigiuridicità del fatto, contemplata dall'art. 54 comma 3 c.p., presuppone un illecito perfetto in tutti i suoi elementi essenziali, materiali e psicologici, questi ultimi, in concreto, limitati al dolo generico: con l'effetto che - a differenza dell'irresistibile ed assoluto costringimento fisico -, per la violenza morale, la quale non esclude ma lascia un certo margine di scelta al soggetto coartato, si richiede il concorso nel fatto di tutti i requisiti previsti dallo stato di necessità, che diminuisce la libertà di determinazione all’illecito, commesso per assicurare la propria salvezza; così, per esempio, è stato deciso che il timore di future rappresaglie - specie se non minacciate - non configura una situazione riconducibile alla causa di giustificazione dello stato di necessità, la quale postula, secondo il dato normativo, l'attualità del pericolo - e non anche un pericolo indeterminato dell'an e nel quando - e l'inevitabilità di esso.