Danni - Danni non patrimoniali, disciplina -  Riccardo Mazzon - 28/08/2019

Cause di giustificazione e consenso dell'avente diritto: sedazione palliativa (o terminale) - seconda parte

Naturalmente, la giurisprudenza riguardante l’argomento “consenso informato” si presenta copiosa e variegata; ad esempio, in tema di incidenza della natura occasionale e diluita della prestazione, spicca una recente ed interessate pronuncia - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -, frutto di ricorso diretto ad impugnare sentenza con cui la Corte d'appello di Venezia aveva confermato la decisione di primo grado che condannava un medico al risarcimento dei danni, per responsabilità professionale costituita dall'aver prescritto un'errata terapia (in particolare l'assunzione di un determinato farmaco) che aveva cagionato al paziente gravi danni alla vista - rimettendo la causa in istruttoria, per la liquidazione del danno -; il ricorso in Cassazione, svolto in quattro motivi, critica la sentenza: nel punto in cui ha riconosciuto sussistere il nesso di causalità tra l'attività svolta dal professionista ed i danni lamentati dalla vittima, soprattutto con riferimento a prescrizioni del farmaco da parte di medici diversi dall'imputato; per essersi limitata ad accertare la causalità astratta, senza aver proceduto ad accertare quella concreta (ossia, che l'attore fosse effettivamente affetto da maculopatia, che questa fosse effettivamente dipesa dall'assunzione dello specifico farmaco prescritto, che il farmaco fosse stato assunto in modo prolungato e che questa prolungata assunzione fosse da ascriversi alla condotta del medico ritenuto responsabile); per aver omesso (ed è questo il punto che qui, maggiormente interessa), nell'affermare il mancato assolvimento dell'obbligo di informazione, di considerare “la natura occasionale e diluita” delle prestazioni del medico; per aver rigettato l'eccezione di prescrizione, dato che la malattia si manifestò solo alla fine del 1993 (il ricorrente sostiene che mancherebbe la prova - a carico dell'attore - della circostanza); secondo la Suprema Corte, peraltro, i motivi (congiuntamente esaminati) sono in parte inammissibili ed in parte infondati; sono inammissibili laddove tendono, in sede di legittimità, ad una nuova valutazione della prova e ad un diverso accertamento dei fatti; sono infondati laddove lamentano violazioni di legge e vizi della motivazione; infatti, quanto al nesso causale, la sentenza pone in evidenza che: il professionista non ha mai posto in discussione né l'affezione da parte dell'attore della maculopatia, né il rapporto eziologico tra questa malattia e l'assunzione dello specifico farmaco prescritto; a tal riguardo è dato conto della comparsa di risposta del medico in primo grado; la derivazione causale in questione è dimostrata dalla documentazione medica prodotta dall'attore; inoltre, la sentenza contiene la decisiva e corretta affermazione secondo cui l'eventuale responsabilità di altri medici che abbiano prescritto o fornito il farmaco in questione non esclude la responsabilità concorrente e solidale del professionista, il quale non ha fornito la prova che quelle condotte furono da sole sufficienti a cagionare il danno; quanto alla causalità astratta e concreta alla quale fa riferimento il secondo motivo, occorre ribadire che la sentenza di condanna generica pronunciata nel corso di un giudizio di risarcimento del danno aquiliano di norma presuppone il positivo accertamento del nesso di causalità cosiddetta "materiale" ("ex" art. 40 c.p.) tra la condotta e l'evento produttivo di danno, sicchè nel successivo giudizio sul "quantum" resta da accertare soltanto il nesso di causalità cosiddetta "giuridica" ("ex" art. 1223 cod. civ.) tra l'evento di danno ed i pregiudizi che ne sono derivati; per quel che concerne, in particolare, l'obbligo d'informazione – nonché l'onere della relativa prova -, il Supremo Consesso ricorda che la responsabilità professionale del medico - ove pure egli si limiti alla diagnosi ed all'illustrazione al paziente delle conseguenze della terapia o dell'intervento che ritenga di dover compiere, allo scopo di ottenerne il necessario consenso informato - ha natura contrattuale e non precontrattuale: ne consegue che, a fronte dell'allegazione, da parte del paziente, dell'inadempimento dell'obbligo di informazione, è il medico gravato dell'onere della prova di aver adempiuto tale obbligazione; quanto alla prescrizione ed alla sua decorrenza, la sentenza effettua un compiuto accertamento in ordine all'epoca in cui si manifestò e fu diagnosticata la malattia e furono compiuti gli atti interruttivi.

Interessante presa di posizione riguarda anche contratto di spedalità, autodeterminazione e tipologie dei danni risarcibili: in particolare, con l'atto di citazione prodromico alla medesima, l'attrice conveniva in giudizio l'Azienda Ospedaliera, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti a causa dell'intervento di embolizzazione e radiochirurgia eseguito nei suoi confronti; l'attrice deduceva che: nell'ottobre del 2000, a seguito di una caduta improvvisa accompagnata da vertigine, era stata ricoverata presso altra struttura sanitaria per degli accertamenti, all'esito dei quali le era stata diagnosticata una malformazione congenita artero venosa cerebrale e le era stato consigliato di rivolgersi ad un centro specializzato per il trattamento della patologia; si era, quindi, rivolta alla divisione di neurochirurgia dell'Ospedale interessato dal contenzioso ed il relativo personale sanitario le aveva consigliato di sottoporsi ad un intervento di embolizzazione e successiva radioterapia; il 02.05.01 era stata ricoverata e le era stato fatto sottoscrivere un foglio con alcune indicazioni sommarie sull'intervento; il successivo 03.05.01 era stata operata; dopo l'intervento aveva iniziato ad accusare dei disturbi intensi (marcata riduzione dell'udito, vomito, cefalea, difficoltà di deambulazione, pressione alta) ed era stata sottoposta a degli esami che avevano accertato la presenza di "multipli minuti esiti di lesioni micro infartuali"; il 15.05.01 era stata perciò trasferita presso il centro di rieducazione di altra struttura ospedaliera, dove aveva iniziato un programma di riabilitazione; ciò nonostante, aveva continuato ad accusare dei gravi disturbi uditivi e neurovegetativi, a causa dei quali non era più stata in grado di provvedere alle necessità quotidiane più elementari (impossibilità di provvedere autonomamente all'igiene personale, alla vestizione, all'acquisto e alla preparazione dei pasti); nel settembre del 2001 la Commissione medica le aveva riconosciuto l'invalidità civile totale e invalidità lavorativa del 100% permanente oltre al diritto a ricevere un'indennità di accompagnamento: sulla base di tali deduzioni l'attrice, lamentando una responsabilità del personale medico sanitario per non aver correttamente eseguito l'intervento concordato e per non averla correttamente informata sui rischi a questo connessi, ha chiesto la condanna dell'Azienda Ospedaliera convenuta al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti in conseguenza della lesione dell'integrità psico-fisica riportata a seguito dell'intervento, a titolo di responsabilità sia contrattuale sia extracontrattuale.

 Nel costituirsi in giudizio, l'Azienda Ospedaliera chiedeva il rigetto delle domande attoree, deducendo, in particolare, che: l'angioma cerebrale diagnosticato alla paziente interessava una zona particolarmente delicata del cervello; a causa di tale patologia vi era un alto il rischio di un'emorragia cerebrale improvvisa con possibili esiti anche mortali; di concerto con la paziente era stato quindi scelto di praticare un intervento chirurgico di embolizzazione dell'angioma, seguito da un ciclo di radioterapie, al fine di prevenire tale evenienza; in particolare, considerate le condizioni della paziente (sede della malformazione, età, ipertensione, precedenti episodi), era stato scelto il suddetto trattamento, in quanto ritenuto il più adeguato secondo la scienza medico-chirurgica dell'epoca; al momento del ricovero era stato consegnato alla paziente un foglio informativo, indicante i caratteri essenziali dell'intervento programmato, ed il medico curante si era reso disponibile per qualsiasi ulteriore informazione; l'operazione era stata eseguita correttamente ed, infatti, la malformazione era stata completamente eliminata; l'evento ischemico ed emorragico verificatosi durante l'intervento, seppur prevedibile come conseguenza della procedura praticata, non era prevenibile.

L’istruttoria del giudizio si è articolata nell'espletamento di CTU medico legale e il giudicante ha esposto che la domanda proposta dall'attrice ha ad oggetto, quale petitum, il risarcimento del danno conseguente alla lesione dell''integrità psico-fisica subita a seguito dell'intervento del 2/5/01, ed è fondata su una duplice causa petendi: a) la colpa professionale del personale sanitario nella scelta e nell'esecuzione dell'intervento; b) la violazione da parte del personale sanitario dell'obbligo di informare l'attrice di tutte le conseguenze e i rischi dell'operazione e quindi di acquisire il suo consenso pieno e consapevole all'esecuzione dell'intervento; l'occasione processuale conseguente alla fattispecie testé descritta è proficuamente colta, dal giudice adito, anche per delineare brevemente le caratteristiche che contraddistinguono il contratto – di natura atipica – c.d. “di spedalità”,  che si instaura, tra la paziente e la struttura ospedaliera, al momento dell'accettazione della domanda di ricovero; in particolare, osserva il giudicante come, da tale contratto, derivino, a carico della struttura ospedaliera, un'obbligazione principale di cura ed assistenza; una serie di obbligazioni strumentali ed accessorie, la prima delle quali consiste nell'obbligo di fornire alla paziente, in modo completo ed esaustivo, tutte le informazioni scientificamente possibili, riguardanti le terapie che il personale sanitario intende praticare - o l'intervento chirurgico che intende eseguire -, con la specificazione dei rischi della terapia e dell'intervento, nonché della sua omissione.

Con specifico riguardo alla violazione dell'obbligo di informazione, il Tribunale altresì precisa come i danni non patrimoniali astrattamente risarcibili, purché derivanti da una lesione di apprezzabile gravità, possano essere di duplice natura: (1) quelli conseguenti alla lesione del diritto all'autodeterminazione del paziente (la cui autonomia ontologica viene ormai riconosciuta dalla giurisprudenza e dalla dottrina, attraverso il richiamo dell'art. 2 Cost., che promuove e tutela i diritti fondamentali della persona, dell'art. 13 Cost, che stabilisce l'inviolabilità della libertà personale, e dell'art. 31 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea -avente valore cogente nel nostro ordinamento a seguito dell'entrata in vigore del trattato di Lisbona avvenuta il 01.12.09- in cui è sancito l'obbligo di rispettare il consenso libero ed informato dell'interessato nell' esercizio dell'attività medica); (2) quelli conseguenti alla lesione del diritto all'integrità psico-fisica del paziente, tutelato dall'art. 32 Cost..

In particolare, quanto alla risarcibilità dei danni conseguenti alla lesione del diritto all'autodeterminazione del paziente, il giudice adito precisa come essa possa essere riconosciuta anche se non sussista lesione della salute – ovvero anche se la lesione della salute non sia causalmente collegabile alla lesione di quel diritto (perché l'intervento o la terapia sono stati scelti ed eseguiti correttamente) -; sempre, però, che siano configurabili conseguenze pregiudizievoli (di apprezzabile gravità, se integranti un danno non patrimoniale) derivate dalla violazione del diritto fondamentale all'autodeterminazione in sé stesso considerato.

Quanto, invece, alla risarcibilità del danno da lesione della salute - che si verifichi per le non imprevedibili conseguenze dell'atto terapeutico necessario e correttamente eseguito secundum legem artis, ma tuttavia effettuato senza la preventiva informazione del paziente circa i suoi possibili effetti pregiudizievoli e dunque senza un consenso consapevolmente prestato -, essa, necessariamente, presuppone l'accertamento che il paziente quel determinato intervento avrebbe rifiutato se fosse stato adeguatamente informato, con l'ulteriore precisazione che il relativo onere probatorio, suscettibile di essere soddisfatto anche mediante presunzioni, grava sul paziente: (1) perché la prova di nesso causale tra inadempimento e danno comunque compete alla parte che alleghi l'inadempimento altrui e pretenda per questo il risarcimento; (2) perché il fatto positivo da provare è il rifiuto che sarebbe stato opposto dal paziente al medico; (3) perché si tratta pur sempre di stabilire in quale senso si sarebbe orientata la scelta soggettiva del paziente, sicché anche il criterio di distribuzione dell'onere probatorio in funzione della "vicinanza" al fatto da provare induce alla medesima conclusione; (4) perché il discostamento della scelta del paziente, dalla valutazione di opportunità del medico, costituisce un'eventualità che non corrisponde all'id quod plerumque accidit"; nel caso di specie, conclude il giudicante, la violazione dell'obbligo di informazione è stata invocata dall'attrice, quale secondo profilo della causa petendi, a sostegno della domanda di risarcimento del danno derivante dalla lesione del diritto alla salute, sicché non rileva il diverso danno derivante dalla lesione del diritto all'audoterminazione in sé; ciò chiarito, occorre quindi accertare: (1) se vi sia stata una lesione del diritto alla salute dell'attrice in conseguenza dell'intervento eseguito presso la struttura ospedaliera riconducibile alla convenuta; (2) se tale lesione sia causalmente riconducibile ad un comportamento colposo del personale sanitario nella scelta o nell'esecuzione dell'intervento; (3) ovvero (nel caso in cui tale comportamento colposo non sia riscontrabile) se tale lesione sia riconducibile ad una violazione dell'obbligo di informazione gravante sul personale sanitario (più precisamente, se, una volta accertato la violazione di detto obbligo, l'attrice non si sarebbe sottoposta all'intervento che ha determinato la lesione del diritto alla salute, qualora fosse stata adeguatamente informata circa le sue conseguenze.

Da quanto sopra riferito emerge chiaramente come, anche nell'ambito che qui ci occupa, la consulenza tecnica d'ufficio svolga un ruolo fondamentale in relazione all'esito del contenzioso; nel procedimento in esame, ad esempio, la CTU collegiale espletata nel corso del giudizio ha accertato che: l'attrice, il 2/5/01, ha subito presso l'Ospedale civile maggiore di Verona un intervento di embolizzazione della formazione aneurismatica cerebellare, nel corso del quale si è verificato un insulto ischemico, che ha determinato “severa ipoacusia bilaterale, atassia, cerebellare, disturbi neurovegetativi, distaria, ipofonia e diplopia soggettiva”; nel corso del tempo, si è assistito alla regressione pressoché completa dei disturbi neurovegetativi e al miglioramento della disartria ed ipofonia, della motricità e dei passaggi posturali: sulla base di tali accertamenti, la CTU ha quantificato nel 65 % il danno biologico subito dalla parte in conseguenza dei postumi permanenti su evidenziati (incidenti sulla capacità uditiva, di comunicazione e do deambulazione) e in 150 giorni il periodo di invalidità temporanea; peraltro, quanto all'accertamento concernente la configurabilità di un comportamento colposo del personale sanitario - nella scelta e nell'esecuzione dell'intervento che ha determinato la su descritta lesione -, al riguardo la CTU (collegiale) espletata nel corso del giudizio, ha accertato che: l'attrice, in esito a controlli medici effettuati alla fine del 2000, era risultata affetta da una malformazione artero venosa (MAV) con nidus di aspetto plessiforme di 20 mm, a sede vermiana superiore del cervelletto, alimentata solo dal circolo posteriore e cioè dalla arterie cerebellari superiori destra e sinistra; la risonanza del 18/11/00 aveva rivelato gli esiti di un pregresso evento emorragico; il procedimento terapeutico scelto dal personale sanitario dell'ospedale civile (embolizzazione con eventuale radiochirurgia stereotassica di complemento) si è rivelato congruo rispetto alle condizioni della paziente ed alla tipologia di patologia diagnosticata (l'opzione chirurgica infatti non era facilmente percorribile ed era molto più rischioso per la profondità della MAV); il trattamento in questione, come qualsiasi opzione di intervento sulla MAV, era “gravato da possibili complicanze quali disturbi della vista, dell'equilibrio e del coordinamento”; l'intervento di embolizzazione è stato eseguito correttamente ed ha raggiunto lo scopo principale di chiusura della MAV, evitando la chiusura di vasi di calibro e l'iniezione della colla in vasi sani o la chiusura di vene di scarico; il danno riportato dall'attrice è imputabile ad un insulto ischemico intraoperatorio, attribuibile all'occlusione o all'insufficienza di circolazione a livello delle arteriole perforanti (non visibili all'epoca con l'angiografia in uso) ovvero, in alternativa, all'assestamento del circolo sanguigno locale che, portando alla ridistribuzione del flusso sanguigno nei vasi pervi, ha determinato una condizione transitoria di ipo o iperflusso; l'insulto ischemico intraoperatorio rappresentava un rischio elevato dell'intervento, prevedibile (anche se non nelle conseguenze specifiche), ma non evitabile; l'ipotesi del consulente tecnico di parte attrice, secondo cui l'intervento avrebbe interessato arterie diverse ed ulteriori rispetto a quelle che dovevano essere trattate, non trova alcun riscontro nell'angiografia eseguita al termine dell'embolizzazione, che invece ha confermato la corretta esecuzione dell'intervento ed il suo esito positivo: accertamenti e conclusioni che appaiono al giudicante immuni da censure logiche o tecniche e possono essere quindi posti a base della decisione.

Quanto, in particolare, alla valutazione del corretto espletamento del dovere informativo da parte dei sanitari (e della sua incidenza causale sulla lesione dell'integrità psico-fisica conseguita all'intervento), il Tribunale valorizza al massimo grado le risultanze della CTU, ponendo, in particolare, in evidenza le seguenti conclusioni: l'insulto ischemico intraoperatorio rappresentava un rischio elevato dell'intervento, prevedibile (anche se non nell'entità delle conseguenze specifiche), ma non evitabile; non vi sono studi attendibili sull'evoluzione delle MAV in caso di mancata esecuzione di interventi correttivi (come quello praticato all'attrice), soprattutto perché di regola il paziente cui viene diagnosticata la MAV si sottopone ad intervento; i pochi studi esistenti sull'evoluzione delle MAV in caso di mancata esecuzione dell'intervento correttivo riguardano una popolazione selezionata, poco rilevante dal punto di vista numerico; gli autori che si sono occupati di tali studi sottolineano che piccoli MAV (come quello dell'attrice) presentano un rischio di risanguinamento pari al 52 % del casi in 5 anni e che il rischio di mortalità in occasione di una seconda emorragia è pari al 20 %; gli effetti del risanguinamento della MAV, anche se non tali da terminare l'evento letale, provocano importanti disabilità, poiché riguardano l'area tronco-crerbrale.

Ed è proprio sulla base di tali accertamenti che il Tribunale tara l'obbligo informativo gravante sul personale sanitario, affermando che esso avrebbe dovuto riguardare non solo la descrizione del tipo di intervento suggerito (e delle ragioni che lo rendevano preferibile agli altri praticabili), ma anche la rappresentazione: dei rischi derivanti dalla sua esecuzione (ed in particolare, tra gli altri, il rischio elevato, anche in caso di esecuzione corretta, di un insulto ischemico intraoperatorio, con la conseguenza di possibili disabilità nella comunicazione e nella deambulazione, anche importanti, pur se non prevedibili nell'entità specifica); dei rischi in caso di mancata esecuzione dell'intervento (ed in particolare la mancanza di studi attendibili, la possibilità, o probabilità fino al 52% secondo alcuni autori, di un risanguinamento della MAV, ed i possibili effetti di un risanguinamento della MAV, dal decesso, indicato da alcuni autori con una percentuale del 20 %, alle varie disabilità dipendenti dall'area tronco-cerebrale).

In tal contesto, ribadito, peraltro,  che l'onere della prova dell'adempimento dell'obbligo informativo grava sulla struttura ospedaliera, il Tribunale ritiene che, nel caso di specie tale prova (con specifico riferimento al contenuto dell'obbligo informativo su evidenziato) non possa dirsi acquisita: e in questa prospettiva evidenzia, in particolare, che: (a) non è stato prodotto alcun modulo scritto riportante il contenuto delle informazioni fornite all'attrice e l'acquisizione del suo consenso; (b) la testimonianza dei medici che hanno tenuto i colloqui nel corso dei quali è stato acquisito il consenso dell'attrice e la testimonianza dei medici che hanno eseguito in concreto l'intervento stesso, non sono valutabili, in quanto il testimoni, come tempestivamente eccepito dall'attrice, sono privi di legittimazione a deporre, ai sensi dell'art. 246 c.p.c., avendo un interesse attuale e diretto in relazione all'accertamento giurisdizionale, tale da giustificare la loro partecipazione al giudizio (basti evidenziare al riguardo che l'attrice avrebbe potuto proporre la propria domanda risarcitoria, fondata proprio sulla deduzione di un comportamento colposo nell'esecuzione dell'intervento e sull'inadempimento dell'obbligo di informazione, anche nei confronti dei medici in questione, facendo valere la loro responsabilità da contatto sociale); (c) non sono stati allegati ulteriori elementi di prova sul punto.

L'ultima analisi il Tribunale la riserva al c.d. giudizio di prognosi postuma, necessario per accertare la sussistenza di un nesso causale tra l'inadempimento dell'obbligo informativo e la lesione dell'integrità subita dall'attrice per effetto dell'intervento: l'attrice, qualora avesse ricevuto tutte le informazioni su esposte, avrebbe rifiutato o meno di sottoporsi all'intervento?

Opportunamente il magistrato rileva come si tratti di un giudizio delicato, caratterizzato da difficoltà assimilabili a quelle affrontate dalla giurisprudenza che si è occupata della ricostruzione della volontà presuntiva di rifiutare l'assistenza sanitaria di pazienti in condizioni neurovegetative: tale giudizio, in particolare, deve essere basato principalmente su valutazioni presuntive, indirizzate dalla considerazione generale del comportamento della persona media nelle stesse condizioni, ma soprattutto dalla considerazione specifica della volontà dichiarata dall'interessato in condizioni simili o, in mancanza, della sua personalità, delle sue inclinazioni e delle sue contesto di vita.

Particolarmente interessante, inoltre, risulta la conclusione cui giunge il Tribunale per supplire, nel caso di specie, alla circostanza secondo la quale l'attrice aveva omesso del tutto le necessarie allegazioni specifiche sulla sua situazione personale: il giudizio presuntivo, in ipotesi di tal fatta, non può, secondo il magistrato, che concentrarsi sulla considerazione generale del comportamento della persona media nelle stesse condizioni.

Bisogna in altri termini, sostiene il Tribunale, chiedersi cosa avrebbe fatto una persona media nelle stesse condizioni, debitamente informata, di fronte all'alternativa tra la scelta di un intervento risolutivo della patologia, ma con rischio elevato di un evento ischemico intraoperatorio tale da determinare disabilità imprevedibili nell'entità, e la scelta di non sottoporsi all'operazione, con il rischio (possibile o probabile secondo alcuni autori) di un risanguinamento improvviso (ossia non prevedibile sotto il profilo temporale) e non prevenibile, tale da determinare il decesso o comunque disabilità imprevedibili nell'entità.

In questa prospettiva acquistano decisivo rilievo (a) l'istinto di sopravvivenza e lo spirito di conservazione dell'essere umano, (b) l'indiscutibile rilievo (come speranza) della possibilità di un intervento risolutivo del problema senza conseguenze, (c) la naturale difficoltà ad affrontare (in caso di mancata sottoposizione all'intervento) la prospettiva di una vita residua del tutto incerta, in quanto caratterizzata dalla "spada di Damocle" consistente nel rischio, da un momento all'altro, di un episodio emorragico con effetto letale o comunque inabilitante: sulla base di tale considerazione, conclude il Tribunale, deve ritenersi maggiormente probabile, secondo l'id quod plerumque accidit, la scelta di sottoporsi all'intervento proposto in ogni caso (anche nell'ipotesi di esatto adempimento dell'obbligo informativo); d'altra parte, una conferma di ciò si rinviene proprio nella considerazione, evidenziata dai CCTTUU, della mancanza di studi attendibili sull'evoluzione naturale delle MAV, poiché di norma gli individui cui viene diagnosticata scelgono di sottoporsi all'intervento; questo giudizio presuntivo non è inficiato dalla considerazione dell'età dell'attrice (67 anni al momento dell'intervento), in quanto la parte non risultava affetta da altri gravi patologie, sicché, in caso di risoluzione del problema della MAV e facendo riferimento ad una vita media di almeno 80 anni (valore preso a riferimento anche dalle varie tabelle per la liquidazione del danno alla persona in uso presso i tribunali), le sue aspettative di vita residua, al momento dell'intervento, erano comunque significative e tali da attribuire sicuro rilievo alla speranza di un intervento risolutivo a fronte delle incertezze in caso di omessa esecuzione dell'intervento; pertanto, ribadita la carenza di allegazioni specifiche sulla personalità e sul contesto di vita dell'attrice, il giudizio di prognosi postuma effettuato induce ad escludere il nesso di causalità tra l'inadempimento all'obbligo informativo e la scelta di sottoporsi all'intervento con le relative conseguenze.