Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Gemma Brandi - 24/03/2019

C'è gentile e gentile

Gentili erano per l'Antico Testamento i popoli diversi dal Popolo Eletto, l'Ebraico. Il termine, distintivo, non necessariamente offensivo, deriva da Goyim, popoli, nazioni appunto. Piccola digressione sul Popolo Eletto, tale, per le Scritture, in quanto amato da Dio che lo investe di un compito di sacerdozio non impositivo, al fine di portare la luce agli altri popoli. Mi sposto dalle Scritture e mi riporto alla mia esperienza di incontro con l'ebraismo, con il savoir vivre che ho riconosciuto in molti ebrei, con il loro savoir faire e infine il loro savoir. Mi sono chiesta il perché dell'odio che li avvolge e mi sono detta che certo l'invidia non può essere esclusa, ma accanto è l'attesa disattesa di una luce mai egoisticamente rappresa su di sé, di una etica del lavoro non finalizzata all'accumulo, di una esemplarità da Popolo Eletto, è questa attesa disattesa che potrebbe diffondere il seme di un odio poi coltivato. In altre parole: sei eletto in quanto hai da mantenere la tua promessa a Dio, hai da attenerti a una legge che non pretendi neppure di capire, alla quale ti attieni, e non lo sei per un favore altrimenti insopportabile. Quando questo compito non viene da te per primo adempiuto, il rischio dell'odio può aleggiare, benché non sia mai giustificabile l'odio in sé e tanto meno lo sia la persecuzione pregiudiziale di chiunque. Va detto che essere i favoriti, lo insegna la conoscenza delle storie umane, è sempre una discreta buggeratura, pure apparendo a tutta prima un vantaggio. E va aggiunto che le stesse attese riguardano i sacerdoti del Dio cristiano, con tutte le cocenti delusioni che sono state inflitte a chi in questa aspettativa di coerenza con la funzione crede.
Gentili erano nel mondo romano gli appartenenti a una gens. In quell'epoca l'uomo libero o affrancato doveva avere tria nomina: un praenomen, che corrispondeva al nostro nome proprio, un nomen che indicava la gens di appartenenza, quasi si trattasse di una grande tribù i cui membri finivano per non conoscersi nel tempo, e un cognomen, che era quello della famiglia di appartenenza, corrispondente al nostro cognome. i membri di una medesima gens, i gentili appunto, si poteva supporre che discendessero da un unico mitico capostipite, costituissero una struttura sociale sovrafamiliare, un clan, con dei doveri e dei diritti reciproci. Venivano tumulati in uno stesso luogo, avevano obblighi di assistenza fraterna in caso di bisogno di un membro e godevano della eredità di chi fosse privo di discendenti. Questo compito di reciproca assistenza, questo essere gentili ha reso nobilitante il termine e ha trasformato la gentilezza in ciò che oggi è per ciascuno di noi: un modo di venirsi incontro davvero, di riconoscere la necessità dell'altro, di dedicare a questa una benevola cura, con un fondo sostanziale che rinunci a ogni formalismo e non ne faccia un atteggiamento di maniera.