Famiglia, relazioni affettive - Filiazione, potestà, tutela -  Francesco Maria Bernicchi - 30/09/2018

Atto di nascita e possesso di stato: artt. 236 e 237 Codice Civile

Analizziamo, in breve, gli articoli del codice civile relativi all’atto di nascita ed in particolare al possesso di stato e ai suoi fatti costitutivi.

 

Art. 236 c.c.

Atto di nascita e possesso di stato

 

La filiazione [legittima] si prova con l'atto di nascita iscritto nei registri dello stato civile. Basta, in mancanza di questo titolo, il possesso continuo dello stato di figlio [legittimo].

 

L’articolo in commento, come è noto, è stato modificato dall’impianto normativo previsto dal D. Lvo. 154/2013, recante la revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, ed in particolare dall’articolo 7.

La formulazione sintetica della norma fa dedurre che sia la filiazione in costanza di matrimonio, sia quella fuori dallo stesso, possono aver prova con l’atto di nascita mentre, in assenza di questo, è sufficiente il possesso continuo dello stato di figlio.

 

E’ doveroso segnalare che l’atto di nascita è previsto e disciplinato dall’art. 29 del D.P.R. 396/2000, in materia di ordinamento dello stato civile, ed è redatto dall’ufficiale di stato sulla base della dichiarazione di nascita assumendo così rango di documento pubblico avente al suo interno tutta una serie di indicazioni specifiche.

 

Se i genitori sono uniti in matrimonio e la madre non si è mai avvalsa della facoltà di non essere nominata, l’atto di nascita indica le generalità dei genitori ed è, nella fisiologia dei casi, la prova legale della filiazione avvenuta nel matrimonio che stabilisce la filiazione in modo automatico (v. art. 231 c.c. e concetto di attribuzione legale di paternità).

 

Diversamente se il figlio è nato fuori del matrimonio, l’articolo 29 del D.P.R. menzionato, prevede che le generalità di uno dei genitori o di entrambi possano essere indicate nell’atto di nascita solo se è effettuata la dichiarazione di riconoscimento. Senza, l’atto di nascita certifica, appunto, la nascita stessa, ma non lo stato di filiazione.

In giurisprudenza, ad oggi, l’articolo 236 c.c. è visto come la prova della teoria dell’autosufficienza dell’atto di nascita medesimo: ha valore probatorio sia per l’attestazione del parto che per l’identità della madre, ma anche per il fatto che si tratta di una nascita da unione coniugale e che sia identificato un determinato uomo come marito della madre.

 

Il nome del padre, nell’atto di nascita, deve risultare in modo specifico non bastando l’indicazione della donna come coniugata. Se così non fosse, si dovrebbe ammettere anche che l’atto di nascita, per poter adempiere alla sua funzione, abbia bisogno di essere integrato con l’atto di matrimonio, tesi già contestata.

 

Per eliminare l’efficacia costitutiva dell’atto di nascita è sempre necessario proporre un’apposita azione che è quella di disconoscimento della paternità avente, anch’essa, carattere costitutivo; è importante però ricordare che, per diritto vivente, le questioni pregiudiziali di stato non possono essere decise incidenter tantum all’interno di un procedimento diverso, ma devono essere necessariamente decise – con efficacia di giudicato – dal giudice competente per materia.

 

Il secondo comma dell’articolo 236 c.c. ammette, come prova della filiazione secondaria, il ricorso al possesso di stato stabilendo così un rapporto gerarchico che si chiude con l’articolo 241 c.c. che prevede l’utilizzo di ogni mezzo e la conseguente libertà dei mezzi di prova.

 

            L’atto di nascita e il possesso di stato hanno valore di prova legale, mentre le altre prove soggiacciono al libero apprezzamento del giudice (Cattaneo, Lo stato di figlio legittimo e le prove della filiazione, in Trattario, Rescigno, 4, III 2ed. Torino, 1997)

 

La gerarchia tra le due prove effettuata dal Codice ha, ovviamente, un senso sociale oltre che giuridico: l’atto civile ha natura documentale e pubblica, il possesso di stato, invece, risponde a dinamiche fattuali come retaggio di un passato ove le mani dello Stato non riuscivano a controllare documentalmente tutto relegando così, ad oggi, la sua funzione ad un ruolo marginale.

 

Il valore del possesso di stato si distingue a seconda che sia con riferimento alla nascita nel matrimonio o fuori dello stesso.

 

Nella prima ipotesi, la norma è considerata applicabile nel caso in cui la nascita della persona non sia mai stata registrata negli atti dello stato civile e quindi, il titolo, non esista oppure, caso raro, venga distrutto o smarrito.

Il valore della prova del possesso di stato nel caso di nascita fuori dal matrimonio è di difficile inquadramento: la registrazione di una nascita in questa situazione – si ripete – documenta il fatto stesso della nascita, ma non anche della filiazione che è possibile solo se nell’atto vi sia anche il riconoscimento.

 

Il possesso di stato può supplire alla mancanza dell’atto di nascita, ma non alla mancanza di riconoscimento e quindi il tutto si riduce al caso in cui vi sia stato atto di nascita, contestuale riconoscimento e il tutto sia stato smarrito o distrutto (Dossetti, Lo stato di figlio e le azioni di stato: alcune novità, molti interrogativi, in Giurisprudenza italiana 2014).

 

Art. 237 c.c.

Fatti costituivi del possesso di stato

 

Il possesso di stato risulta da una serie di fatti che nel loro complesso valgano a dimostrare le relazioni di filiazione e di parentela fra una persona e la famiglia a cui essa pretende di appartenere.
In ogni caso devono concorrere i seguenti fatti:

[- che la persona abbia sempre portato il cognome del padre che essa pretende di avere;] 

- che il padre l'abbia trattata come figlio ed abbia provveduto in questa qualità al mantenimento, all'educazione e al collocamento di essa;

- che sia stata costantemente considerata come tale nei rapporti sociali;

- che sia stata riconosciuta in detta qualità dalla famiglia.

 

Inutile segnalare che anche l’articolo 237 c.c. sia stato modificato per far sì che il possesso di stato costituisca prova di filiazione per i figli nati nel e fuori del matrimonio. La prova, comunque, è sempre subordinata alla mancanza dell’atto di nascita seguendo lo schema gerarchico evidenziato al commento dell’articolo 236 c.c.

La modifica più rilevante è stata quella di eliminare il requisito del nomen tra gli elementi costitutivi del possesso: in sostanza, oggi, il fatto di aver sempre portato il cognome del padre non aiuta a tipizzare il possesso di stato.

Può essere – tuttavia – utilizzato sempre come elemento necessario in un giudizio volto ad accertare la sussistenza del possesso di stato medesimo.

 

I più hanno criticato questa scelta del Legislatore (su cui si è insinuata anche la decisione della Corte Costituzionale con sentenza n. 286/2016 che ha dichiarato la illegittimità delle norme che non consentivano ai coniugi – di comune accordo – di trasmettere al figlio anche il cognome materno, colmando un vuoto normativo stigmatizzato più volte anche dalla Suprema Corte – Cass. Civ. 17710/2006). Poteva essere utile sostituire la parola padre con genitore – come fatto in altre disposizioni – perché l’eliminazione totale della situazione ha di fatto cancellato un indice molto significativo dell’esistenza del rapporto di filiazione ossia quello di avere il cognome di un genitore.

 

Le modifiche non hanno cambiato quelli che sono i caratteri necessari ed insostituibili del possesso di stato: la complessità e la continuità.

Rispettivamente la prima è evidenziata dal primo comma dell’art. 237 c.c. che indica la necessità di “una serie di fatti (…)” non essendo sufficiente, quindi, un solo fatto, ma una concatenazione degli stessi che va valutata nell’insieme e con efficacia dimostrativa.

 

La continuità, invece, richiede, semplicemente, che la serie di fatti sia senza interruzioni rilevanti e che esprima l’essere figlio nella realtà sociale in cui lo stesso vive. La continuità si esprime anche come sinonimo di periodo sufficiente a che una certa realtà sociale abbia valore normativo, pur se, ad un certo punto dell’esistenza, la stessa condizione cessi di esistere per motivi estranei al rapporto.

 

Si faccia il caso del genitore che, dopo aver provveduto per anni al mantenimento del figlio, termini detta attività per volontà o per condizioni estrinseche (morte, depauperamento): in questo caso non manca la continuità, ma una sopravvenuta violazione degli obblighi genitoriali (Mantovani, M., a cura di, Filiazione, in Tratt. dir. fam. Zatti, II, Milano, 2002)

 

Scendendo nel particolare della norma e, come detto, dopo l’eliminazione del nomen rimangono come caratteri imprescindibili per il possesso di stato il tractatus e la fama

 

Quanto al primo, esso è identificato come il comportamento del padre (ora genitore) che deve aver trattato la persona come figlio e, quindi, ai sensi dell’articolo 147 c.c., aver provveduto al mantenimento all’educazione e al collocamento della stessa nel tessuto sociale; per fama, invece, si intende il fatto che la persona sia stata costantemente considerata, nei rapporti interpersonali, come figlio dei genitori che assume di avere.

 

Detto requisito esige che i terzi, con i quali il soggetto entra in relazione, lo abbiamo pacificamente e in modo continuo ritenuto figlio dei genitori. Si discute, soltanto, di chi prendere in considerazione come persona terza al nucleo familiare e – di certo – è giudizio che si declina diversamente in relazione all’età, alla professione e alla stessa posizione sociale raggiunta dal soggetto nel corso degli anni.

 

Il possesso di stato, come detto, è prova fattuale e non documentale: è costituito da una serie di fatti che devono essere, a loro volta, provati. La sentenza che accerta il legittimo possesso di stato si può basare su ogni mezzo di prova, salvo la confessione e il giuramento delle parti trattandosi di diritti indisponibili dalle parti.

 

Si è discusso molto circa la legittimazione attiva per l’azione di esistenza del possesso di stato poiché dal tenore letterale dell’articolo 237 c.c. sembrerebbe che solo il figlio sia legittimato a richiedere una sentenza che accerti il possesso di stato; la dottrina più oculata ha aggiunto che sarebbe stato opportuno, in analogia con l’articolo 249 c.c., estendere anche ai discendenti del figlio la possibilità di agire in giudizio.

Tuttavia, il Legislatore, intaccando anche questa interpretazione analogica, ha soppresso la trasmissibilità dell’azione di cui all’art. 249 c.c. agli eredi.