Interessi protetti - Sport -  Redazione P&D - 16/01/2018

Atlete dilettanti, una reale discriminazione di genere - Patrizia Diacci

1) Il dilettantismo imposto
La discriminazione di sesso nello sport è un problema ad oggi ancora troppo presente. Indipendentemente dal loro livello agonistico, dai risultati raggiunti e nonostante il fatto che lo sport sia per loro la fonte di reddito prevalente e continuativa, le donne sono definite dal nostro ordinamento semplicemente “Dilettanti”. Questo perché il nostro Paese, la cui Costituzione enuncia all’art. 3 il principio di uguaglianza quale irrinunciabile principio fondamentale, di fatto non consente alle donne l’accesso ad una Legge dello Stato; la legge 91/1981 sul professionismo sportivo. Alle donne, dunque, non è consentita la qualifica di professioniste nel mondo sportivo.
Secondo detta legge, infatti, lo status di sportivo professionista, diverso da quello di dilettante, è definito dalle singole Federazioni sportive nazionali, le quali devono osservare le direttive stabilite dal CONI. Peccato che quest’ultimo, a trentasei anni dall’entrata in vigore di tale legge, non abbia ancora chiarito cosa distingua le due tipologie di attività, rimettendo così alle singole Federazioni la decisione di istituire con specifica previsione statutaria un settore professionistico, purché ammesso dalla rispettiva Federazione internazionale ed in presenza di una “notevole rilevanza economica” dell’attività in questione. Detta “notevole rilevanza economica” è l’unica clausola stabilita dal CONI per definire un criterio che possa inquadrare l’attività sportiva come dilettantistica. Ci si chiede, dunque, per quale motivo tante atlete, che grazie alle loro prestazioni sportive percepiscono premi di rilevante entità, non vengano qualificate come professioniste. Si vuole menzionare, a titolo esemplificativo e non certo esaustivo, il guadagno annuo, pubblicato dalla WTA nel 2015, pari ad euro 13,9 milioni di Flavia Pennetta od anche di Sara Errani, euro 11,7 milioni. Fino a che punto la discrezionalità può non considerare di rilevanza economica simili numeri?
L’aver introdotto nei principi fondamentali degli Statuti federali il criterio, del tutto anomalo sul piano giuridico e non previsto dalla Legge n. 91/1981, che per istituire il settore professionistico è necessario che quella disciplina sportiva abbia acquisito una “notevole rilevanza economica”significa delegare la scelta di qualificare come professionisti atleti e le loro società di appartenenza, ad una fonte non normativa, di assai difficile individuazione e di ampia discrezionalità sotto il profilo economico.
Con rammarico si evidenzia che ad oggi le Federazioni sportive nazionali che abbiano riconosciuto al loro interno un settore professionistico sono rimaste attualmente solo in quattro: calcio (F.I.G.C.), ciclismo (F.I.C.), golf (F.I.G.) e pallacanestro, solo nella categoria A1 (F.I.P.). Il motociclismo ha chiuso il settore nel 2011, la Boxe nel 2013.E come se non bastasse, su oltre sessanta discipline presenti, nessuna disciplina sportiva femminile è ritenuta “professionistica”. Di conseguenza, solo ed esclusivamente quegli atleti tesserati per società sportive affiliate a tali Federazioni, possono essere giuridicamente considerati sportivi professionisti.
Di fatto, dunque, sono le singole Federazioni a decidere arbitrariamente coloro i quali possono essere qualificati come atleti professionisti, per cui le donne, nonostante i prestigiosi successi internazionali, nonostante numerose medaglie d’oro vinte ai Mondiali ed alle Olimpiadi, sono escluse dall’area del professionismo e sono sempre e solamente dilettanti.
Il problema riguarda certamente le donne in assoluto, ma di fatto coinvolge tutti quegli atleti -uomini e donne - che praticano una disciplina sportiva non professionistica ad alto livello, con gli stessi doveri ai quali sono tenuti gli atleti qualificati come professionisti dalla Legge n. 91/1981.
Non si comprende come la qualificazione dell’attività sportiva possa essere attribuita ad una scelta discrezionale delle singole Federazioni, sfociando inevitabilmente in libero arbitrio.
Ci troviamo sempre più di fronte alla categorie dei “Professionisti di fatto”.

2) Professionista o dilettante: non è mera questione formale
E’ la Legge n. 91 del 23 marzo 1981 recante “norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti”, che, all’art. 2, definisce lo sportivo professionista. Per poter rivestire tale qualifica l’atleta, precisamente individuato dalla stessa norma, deve svolgerel’attività sportiva a titolo oneroso e con carattere di continuità, in un settore dichiarato professionistico dalla Federazione sportiva nazionale di appartenenza.
Tale qualifica, dunque, discendeda una serie di atti formali spettanti ad una pluralità di soggetti: il CONI in primis, le varie Federazioni poi - a ciascuna delle quali spetta entro la propria competenza e con osservanza delle direttive del Coni stabilire se dotarsi o meno di un settore professionistico accanto a quello dilettantistico - ed infine le società che, ai sensi dell’art. 10 di tale legge, per poter validamente assumere atleti professionisti devono avere la forma di società per azioni o di società a responsabilità limitata.
Tale disciplina crea inevitabilmente delle situazioni paradossali in cui vi sono atleti che, pur svolgendo un’attività retribuita in maniera anche sostanziosa, sono formalmente inquadrati come non professionisti. Tutti i grandi e noti campioni italiani, seppur inseriti a pieno titolo nella storia dello sport nazionale ed internazionale, vengono giuridicamente considerati sportivi non professionisti.A parità di dedizione ed impegno, le atlete, così come gli atleti non appartenenti alle pochissime Federazioni che riconoscono il settore professionistico sopra menzionate, non solo non vengono riconosciute come professioniste, ma sono anche decisamente penalizzate.
Non è mera distinzione formale, non è mera pretesa di essere etichettati professionisti, ma per gli atleti essere qualificati come dilettanti comporta profonde problematiche.
Per questi, infatti, i contratti non prevedono una retribuzione mensile, ma un rimborso spese. Non è generalmente prevista un’assicurazione sanitaria ed in caso di infortunio le spese di cura e riabilitazione sono a carico dello stesso atleta. Non è previsto poi il pagamento dei contributi pensionistici e non vi è alcuna tutela in caso di invalidità. Per non parlare delle clausole anti-gravidanza che vengono inserite nei contratti fatti firmare alle atlete, con previsione della risoluzione del contratto in caso in maternità.
Si esonerano illegittimamente gli enti sportivi dilettantistici dall’obbligo di stipulare contratti di lavoro subordinato con gli atleti, consentendo l’utilizzo di elastiche e atipiche forme di monetizzazione ed elusivi rimborsi spese che in realtà celano veri e propri compensi per l’attività sportiva svolta: un evidente contrasto tra la disciplina Federale ed i principi del diritto del lavoro. In una Repubblica fondata sul lavoro non è tollerabile che una Federazione vieti la conclusione di contratti di lavoro a soggetti che dello sport fanno la loro sola mansione.
Si aggiunga poi che per l’atleta dilettante esiste ancora il Vincolo sportivo, abolito per gli atleti professionisti con la Legge n. 91/1981. Il Vincolo sportivo da diritto esclusivo alla società sportiva di disporre delle prestazioni agonistiche degli atleti dilettanti e di decidere se attuare o negare i loro trasferimenti, senza la necessità del consenso dell’atleta stesso.
Sotto il profilo della tutela sanitaria, poi, appare inevitabile un sindacato di illegittimità costituzionale ai sensi degli artt. 3 e 32 Cost., tenendo conto che il fenomeno dilettantistico coinvolge la quasi totalità degli atleti, i quali si troverebbero sprovvisti di idonee garanzie nello svolgimento di attività particolarmente pericolose per la salute. Se si volesse ammettere una differenziazione nel trattamento sanitario sportivo, sarebbe forse ammissibile solo sulla base di una separazione di livello di protezione tra sport che comportano un vero rischio per la propria salute e discipline che lo escludono.
Gli atleti professionisti godono di diritti certi, quali, a titolo esemplificativo e non esaustivo, la forma ad substantiam del contratto di lavoro, con obbligo di deposito dello stesso presso la Federazione sportiva nazionale (art. 4 L. 91/81), la tutela sanitaria, con l’istituzione e l’aggiornamento di una scheda sanitaria (art. 7 L. 91/81) nonché la previsione di una polizza assicurativa obbligatoria per la società in favore dell’atleta contro il rischio di morte per infortuni (art.8 L. 91/81)e per invalidità, morte e vecchiaia (art. 9 L. 91/81).
A fronte di tale disciplina piuttosto estesa nel riconoscere al professionista sportivo le dovute tutele, l’atleta tesserato per una Federazione che non riconosce tale settore si trova del tutto sprovvisto di dette garanzie, pur condividendo tutte le più importanti caratteristiche di svolgimento concreto della propria attività.
La figura del lavoratore sportivo dilettante dunque, pur facendo parte del sistema CONI non forma oggetto di una disciplina giuridica compiuta, né dall’ordinamento sportivo, né da quello nazionale.Si ha un assoluto vuoto di tutela sia sotto il profilo genetico del rapporto, sia sotto il profilo degli effetti ad esso sotteso.
I dilettanti retribuiti restano pertanto collocati in un limbo giuridico, in uno spazio vuoto di diritto.

3) La violazione del principio di uguaglianza
La situazione italiana deve necessariamente cambiare. Numerosi Documenti, Atti e Normative impongono il rispetto del principio di uguaglianza e di parità di trattamento, principio che in tale contesto non viene per nulla attuato.
Faccio riferimento in primis alla indelebile Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), la quale afferma il principio dell’inammissibilità della discriminazione; a ciascuno spettano i diritti e le libertà senza distinzione alcuna.
Va certamente menzionata poi la Carta delle Nazioni Unite. Ratificata dall’Italia nel 1957, essa sancisce all’art. 1 la fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità, nel valore della persona umana e nell’uguaglianza dei diritti umani e della donna.
Composta da 6 capitoli e 61 articoli, anche la Carta Olimpica del 1978, che,come noto, ha lo scopo di stabilire i principi ed i valori dell’olimpismo definendo i diritti e doveri dei principali componenti del movimento olimpico, enuncia nel primo capitolo la non discriminazione e l’uguaglianza di genere.
Ancora: nel 1979, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e ratificata da numerosi paesi tra cui l’Italia il 10 giungo 1985, la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW). Essa stabilisce un programma per porre fine alla discriminazione basata sul sesso, obbligando gli Stati a sancire la parità di genere nella loro legislazione nazionale, ad abrogare tutte le disposizioni discriminatorie nelle loro leggi ed emanare nuove disposizioni per premunirsi contro la discriminazione delle donne.
Il primo passo per riconoscere ufficialmente la rivendicazione di pari opportunità tra donne e uomini nello sport all’interno del territorio dell’Unione Europea, è stata la Risoluzione delle Donne nello Sport del 1987. Il Parlamento Europeo ha indirizzato tale documento alle Federazioni sportive, a tutti gli sportivi, nonché a tutte quelle organizzazioni che possono avere un impatto diretto o indiretto sulla promozione dello sport per incentivare campagne a favore delle pari opportunità fra donne e uomini nello sport. E’ guidata da valori universali di equità e fornisce le misure specifiche per rinforzare le politiche per le pari opportunità di genere evidenziando l’importanza di rimuovere le barriere culturali che impediscono il reale coinvolgimento delle donne nello sport.
Con risoluzione adottata nel 2003, poi, il Parlamento Europeo dichiara che lo sport femminile è l’espressione del diritto alla parità ed alla libertà di tutte le donne di disporre del proprio corpo e di occupare lo spazio pubblico e sollecita gli Stati Membri ed il mondo sportivo a sopprimere la distinzione tra pratiche maschili e femminili nelle procedure di riconoscimento delle discipline ad alto livello. Le Federazioni nazionali, dunque, dovrebbero assicurare a tutte le atlete la stessa parità di diritti dei colleghi atleti professionisti, in termini di trattamento economico, di assistenza medica, di trattamento pensionistico e di formazione professionale. Ma L’Italia non si è mai adeguata a questa sollecitazione.
L’unione Europea è intervenuta più volte ad enunciare la disparità di genere nello svolgimento dell’attività sportiva. Il Libro bianco sullo sport della Commissione Europea (2007) rappresenta uno dei più grandi contributi della Commissione Europea sulla tematica inerente allo sport e sul ruolo che lo stesso assume nella vita quotidiana di ogni cittadino dell’UE. Esso si concentra sul ruolo sociale dello sport, sulla sua dimensione economica e sulla sua organizzazione in Europa.
Successivamente, la Risoluzione adottata dal Parlamento Europeo dell’8 maggio 2008 sul Libro bianco dello sport invita le organizzazioni sportive e gli Stati Membri ad adottare le più rigorose misure per combattere la discriminazione nello sport e per valorizzare maggiormente i successi conseguiti dalle donne nelle discipline sportive promuovendo una copertura mediatica delle attività sportive femminili.
Con il Trattato di Lisbona del 1 dicembre 2009 si attribuiscono all’Unione Europea competenze in materia di sport attraverso azioni di incentivazione. Nel settore sportivo infatti, si riconosce il diritto all’autoregolamentazione, ma sempre conformemente al diritto comunitario. E questo, al fine di evitare forme di discriminazione nell’ordinamento sportivo sotto vari profili, che impongono poi interventi da parte della magistratura, non solo nazionale, ma ancor prima europea. Si pensi, in tema di libera circolazione degli atleti, l’intervento che ha rivoluzionato il mondo del calcio: la sentenza Bosman, un provvedimento adottato dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel 1995, che ha per la prima volta messo in discussione il trasferimento dei calciatori tra società, a tutela del principio della parità di trattamento nell’accesso all’attività lavorativa e libertà di circolazione di cui all’art. 45 del Trattato UE.
Non si dimentichi poi l’importante sentenza Deliège del 11 aprile 2000 della stessa Corte di Giustizia,pronunciata in seguito al ricorso di unaatleta judoka esclusa da una competizione interazionale di judo, in violazione dei suoi diritti comunitari in materia di libera prestazione di servizi. In detta occasione veniva addirittura statuita l’irrilevanza della qualifica dell’atleta affermando che “la semplice circostanza che un’associazione o federazione sportiva qualifichi unilateralmente come dilettanti gli atleti che ne fanno parte, non è di per sé circostanza idonea ad escludere che questi ultimi esercitino attività economiche ai sensi dell’art. 2 Trattato CE”. Un’attività sportiva dunque per essere considerata attività economica rilevante per il diritto comunitario deve avere uno stretto legame tra l’aspetto puramente sportivo e quello economico dell’attività stessa: qualora dunque la partecipazione di un’atleta ad una competizione sportiva trascende il mero aspetto agonistico, ma rileva una propria dimensione economica, essa si configura quale attività economica soggetta pienamente ai principi comunitari. Al contrario, qualora l’evento sportivo presenti unicamente una rilevanza sportiva al di fuori di una logica economica, si è fuori dall’ambito europeo. Il rispetto delle norme comunitarie, dunque, deve essere garantito anche alle nostre atlete italiane le quali svolgono, nella maggior parte dei casi, cospicua attività economica.
Nonostante i predetti importantissimi interventi, purtroppo l’Italia non ha recepito le indicazioni provenienti dall’Unione Europea. A livello nazionale infatti, nonostante la pari opportunità siacristallizzata nell’art. 51 della Costituzione, il legislatore ha adottato assai pochi provvedimenti volti all’attuazione concreta del principio della parità di genere in ambito sportivo.
Il più importante è rappresentato dal Decreto Legislativo n. 242 del 23 luglio 1999 – di riordino del CONI - che all’art. 16 stabilisce il principio di democrazia interna alle Federazioni sportive nonché il principio di pari partecipazione all’attività sportiva da parte di chiunque.
In linea con detta normativa di riferimento, l’art. 20 n. 3 dello Statuto del CONI, rubricato “Ordinamento delle Federazioni Sportive Nazionali”, impone alle singole Federazioni l’adozione di norme statutarie e regolamentari in armonia con l’ordinamento sportivo nazionale ed internazionale ed ispirate al principio di partecipazione all’attività sportiva da parte di chiunque, in condizioni di uguaglianza e di pari opportunità.
Norme statutarie che le federazioni hanno adottato in linea con detti principi, ma come evidenziato nel FIFA Donna Calcio Survey 2014, solo nel 17 % delle associazioni un membro di appartenenza comitato esecutivo è di sesso femminile.
Purtroppo dunque, le norme statutarie si riducono a mere affermazioni di principio.
Non si dimentichi infine che proprio il CONI tra i suoi principi, all’art. 2, co 4, introduce il principio di parità. Esso detta nell’ambito dell’ordinamento sportivo, i principi contro l’esclusione, le disuguaglianze, il razzismo e contro le discriminazioni basate sulla nazionalità, il sesso e l’orientamento sessuale e promuove le opportune iniziative contro ogni forma di violenza e discriminazione nello sport.

4) Uno sguardo oltre l’Italia
Il gap tra l’Italia ed altri Paesi è assai rilevante, seppur a mio avviso assolutamente colmabile. All’estero infatti, e non solo in Europa, lo sport femminile è spesso praticato in forma professionistica, valendo il principio secondo cui mentre lo sportivo dilettante non lavora ma gioca, lo sportivo professionista non gioca, ma lavora.
Il più recente traguardo per porre fine alla differenza di genere è stato raggiunto in Scandinavia. La Norvegia ha infatti stabilito la parità di salario tra calciatori uomini e donne in Nazionale. Le donne guadagneranno 639mila euro, la stessa cifra dei loro colleghi uomini. Uno stipendio sostanzialmente raddoppiato. Per il Presidente dell’associazione calciatori norvegese, Joachim Walltin, si tratta del primo accordo destinato a ridurre la discriminazione salariale delle donne.
In Polonia, al fine di tutelare il diritto alla maternità delle atlete, è stata introdotta una previsione anti-discriminazione nel “Qualified Sports Act” del 2005. Essa assicura alle donne il pieno stipendio nel periodo della gravidanza e metà dello stesso nei sei mesi successivi al parto.
In Ungheria, il Ministro della gioventù e dello sport, ha fondato un programma per promuovere le donne nello sport “Keep in Shape”. Esso contiene la necessaria previsione di pagine dedicate alle atlete nel quotidiano locale, uno spazio riservato agli articoli sulle donne in sport magazine e programmi televisivi a loro dedicati, tra cui uno sulla storia delle donne nello sport.
In South Africa, con l’iniziativa “Women and Sport South Africa” si promuove la leadership femminile nel settore sportivo, sviluppando una cultura che considera la parità di genere attraverso la previsione di pari opportunità, pari possibilità di accesso allo sport ed equo supporto nello sport a tutti i livelli ed in tutti i ruoli.
Con riferimento al calcio, quello femminile è percepito in maniera totalmente diversa in USA ed in Canada rispetto al resto del mondo. Tra le 30 milioni di calciatrici in tutto il mondo, tra tesserate e non, più della metà si trovano in Canada e negli Stati Uniti, 15,9 milioni. In tali paesi si tessera una donna ogni 160 persone: questo permette di comprendere quanto il calcio femminile non sia pensato solo come uno sport maschile. Anzi, In detti paesi il calcio femminile è addirittura più seguito di quello maschile, tanto che nel 2016 è stata approvata negli Usa una legge che per la prima volta ha annullato il gap di stipendi tra la Nazionale di calcio maschile e quella femminile, compiendo un traguardo storico di grande importanza. Gli Stati Uniti sono riusciti a diventare la prima potenza mondiale del calcio nonostante non ottengano nessun risultato in quello maschile: hanno semplicemente investito e sfruttato il potenziale di una popolazione molto vasta.
Tra i paesi UEFA sono sei quelli che raggiungono un numero di tesserate superiori a 100.000: Germania, Svezia, Paesi Bassi, Inghilterra, Francia e Norvegia; con una netta supremazia della Germania che supera addirittura le 200.000. Ed è proprio in questi paesi che si è riusciti a raggiungere livelli notevoli, grazie agli elevati investimenti nella promozione di tale sport. Sara Gama, capitano della Nazionale di calcio in lizza per i Mondiali, esordio in serie A con il Tavagnacco nel 2006 ed esperienza al Paris Saint Germain, ha testimoniato come in Francia ogni singolo dettaglio veniva curato: aveva a disposizione campi perfetti su cui allenarsi, strutture, palestre ed un nutrizionista, oltre poi ad ampi livelli di immagine. Certamente il profilo economico incide notevolmente, ma la distanza tra Italia e Francia è molto più di ciò che appare. La Division 1 Féminine, il massimo campionato femminile d’oltralpe, è parte della Federazione calcistica francese – la stessa che ospita la Ligue 1 in cui milita Neymar- e le giocatrici che vi partecipano sono tutte professioniste.
In Francia, inoltre, esiste ed è correttamente applicata con rilevanti successi, la pratica di riservare alcuni posti per le donne nel sistema dirigenziale del mondo dello sport. Ad esempio, nel Judo, le quote sono stabilite nelle regole federali ad ogni livello: federazione, lega e società sportive. A livello nazionale poi, il numero di donne nel comitato esecutivo della Federazione deve essere proporzionale al numero di donne iscritte.

5) Conclusioni
La battaglia per l’uguaglianza tra i sessi nel nostro Paese ha almeno tre secoli di storia: nel 1874 le donne sono state finalmente ammesse all’istruzione universitaria, nel 1891 hanno potuto esercitare tutte le professioni e ricoprire impieghi pubblici, nel 1946 hanno votato per la prima volta, nel 1963 sono state ammesse alla magistratura e nel 2017 le donne sono ancora escluse dal professionismo sportivo.
In Italia, dunque, nessuna atleta può godere di alcuna tutela occupazionale, previdenziale e di protezione in caso di maternità, nonostante le atlete siano parte integrante del nostro Paese. A questo si aggiunga che la presenza delle donne nei ruoli apicali delle Federazioni sportive è bassissima: tra le 45 Federazioni sportive nazionali, le 19 Discipline sportive associate ed i 15 Enti di promozione sportiva, non vi è a capo una donna, la presenza nei Consigli federali è minima ed ad oggi non è mai stata eletta una Presidente donna al Comitato Olimpico Nazionale Italiano.
Lo statuto dell’atleta dilettante appare del tutto anacronistico e di acuto contrasto con la moderna spettacolarizzazione e commercializzazione che caratterizza il mondo dello sport nel suo complesso.I dati Istat descrivono come, dal 2013 ad oggi, la cultura degli italiani nei confronti della pratica sportiva sia notevolmente cambiata. I numeri dei praticanti sono infatti aumentati in maniera considerevole in tutte le fasce d’età, in entrambi i generi ed in tutte le regioni, raggiungendo delle soglie record. Come si evince dal documento CONI del 23 febbraio 2017 “I numeri della pratica sportiva in Italia”, sono 14.792.000 le persone che nel 2016 dichiarano di praticare una o più attività sportive in forma continuativa nel proprio tempo libero, quelle che praticano sport saltuariamente sono 5.693.000, mentre si contano 15.108.000 italiani che dichiarano di praticare solamente qualche attività fisica.
Complessivamente, dunque, la popolazione attiva in Italia è composta da 35 milioni 593mila individui che praticano uno o più attività sportive. Sono poi 11 milioni 198mila le persone che nel nostro Paese fanno sport all'interno di società sportive del sistema CONI, attraverso le affiliazioni alle Federazioni Sportive Nazionali (FSN), Discipline Sportive Associate (DSA) ed Enti di Promozione Sportiva (EPS).
A fronte di tali considerevoli dati, la distinzione tra sport professionistico e sport dilettantistico inserita nell’ordinamento sportivo italiano, non può rappresentare un ostacolo ad un totale riconoscimento dei diritti fondamentali della persona. Questa palese intollerante forma di discriminazione avvilisce gli sforzi, scoraggia i sacrifici, umilia l’impegno ed il duro lavoro che sta dietro ad ogni successo delle atlete italiane. E’ doveroso affermare diritti di persone che non praticano lo sport a livello amatoriale, bensì ne fanno un lavoro a tempo pieno, con orari massacranti ricompensati da risultati eccezionali chiaramente visibili.
Negli ultimi anni, infatti, le donne dello sport italiano stanno ottenendo dei riconoscimenti esemplari ed è ingiustificabile che rimangano delle atlete di più basso livello.
A titolo esemplificativo ma non certo esaustivo, voglio menzionare alcune atlete che sono arrivate così in alto nella loro carriera sportiva grazie al talento, alla dedizione ed all’umiltà di chi è disposto a sacrificare una vita per un obbiettivo; successi italiani che sono e rimarranno nella memoria di ognuno di noi:
Vezzali: Atleta che ha conquistato più medaglie olimpiche in assoluto ed è da molti considerata la più grande schermitrice di sempre. Dilettante;
Pellegrini: la più forte nuotatrice della storia del nuoto. Dilettante;
Flavia Pennetta e Roberta Vinci: due stelle del tennis, alla finale di un torneo di tennis più duro al mondo, gli US Open. Non male la vittoria di Flavia Pennetta al torneo di Wimbledon battendo in semifinale Serena Williams, una delle migliori tenniste della storia! Eppure sono dilettanti.
E come loro moltissime altre, tutte atlete che, per legge, sulla carta,sono e rimangono semplicemente dilettanti! Sono dilettanti solo per la Federazione, che in questo modo non deve sostenere i costi del lavoro! Si, perché è certo che una Federazione sportiva che ha un settore professionistico è tenuta a degli oneri previdenziali e ad altri costi che in generale le Federazioni non vogliono o non possono sostenere.
C’è poi da non dimenticare, che per ogni citata atleta che grazie al successo può sopperire alla mancanza di tutele con il proprio guadagno ed i propri sponsor, ce ne sono moltissime che guadagnano un reddito medio, un reddito unico. Ma senza quelle atlete, non avremmo nessuna campionessa e alcuna stella da celebrare.
Non è solo questione di titoli, che ad ogni modo rende risibile definire dilettanti simili campionesse, ma anche e soprattutto di tutele. Con l’attuale situazione infatti, molti atleti formalmente dilettanti per vedere tutelati i propri dirittisono costretti a rivolgersi alla giustizia ordinaria ed in particolare al giudice del lavoro il quale ha affermato che “il rapporto di lavoro degli sportivi dilettanti, non potendosi applicare in via analogica la Legge 91/81, deve essere qualificato di volta in volta, tenendo conto degli indici rivelatori di elaborazione giurisprudenziale, che consentono di ritenere subordinato il rapporto anche a prescindere dalla qualificazione formale contenuta nel contratto d’ingaggio”. Si ricorda l’importantissima vittoria ottenuta nel 2007 da alcune giocatrici di calcio femminile, alle quali è stato riconosciuto dal giudice del lavoro il rapporto di lavoro subordinato con la società A.D. Decimum Lazio femminile, sulla base “dell’assoggettamento delle ricorrenti al potere direttivo e disciplinare del datore di lavoro, l’inserimento nell’organizzazione dell’associazione, l’obbligo di rispetto degli orari di lavoro e la continuità delle prestazioni.” (Sentenza n.13406/2007).Ma forse, per evitare di seguire la via giurisprudenziale, servirebbero regole chiare e precise.
Tali disparità di trattamento non possono ritenersi tollerabili. Per le donne, a causa delle decisioni di Coni e Federazioni, non è possibile usufruire di una legge dello Stato (…) non è forse questo incostituzionale?
Lo sport nazionale potrebbe essere un mezzo per diffondere a tutti i livelli un messaggio di parità di genere, ancora assai debole nel nostro Paese. Lo sport è un’attività che va oltre il campo da gioco; lo sport ha a che fare con la cultura, con la trasmissione di valori, con il sistema dei diritti.
Le statistiche dimostrano come dagli anni ’80 la partecipazione delle donne nello sport sia cresciuta notevolmente. Molte donne praticano regolarmente sport o sono atlete di alto livello, ma si rileva un ampio abbandono nella fascia tra i 25 ed i 50 anni perché per loro è assai difficile conciliare lo sport con i ruoli che nel corso della vita assumono…sono madri, mogli e lavoratrici. Le atlete di alto livello hanno problematiche differenti, connesse principalmente al loro desiderio di maternità e conciliazione con i tempi di allenamento, mancando politiche di aiuto e sostegno a livello federale. Non è dunque vero che le donne nello sport non riescono ad arrivare ai vertici a causa delle loro inclinazioni naturali; le donne non ci arrivano perché dei regolamenti sessisti lo impediscono. Le donne abbandonano presto lo sport, anche e soprattutto per mancanza di tutele.
In tale contesto si riconosce che esiste certamente, rispetto al passato, maggiore informazione e consapevolezza da parte delle atlete, ma per l’effettivo riconoscimento delle pari opportunità tra uomo e donna nello sport occorre procedere in forma congiunta con le società sportive, con maggiore impegno e reale volontà. Le società sportive sono ancora strutturate secondo una mentalità maschile in termini di struttura e di tempo. Donne e uomini devono avere le stesse opportunità di partecipare ai processi decisionali a tutti i livelli e nell’intero sistema sportivo, devono essere rappresentati in maniera equa nei diversi organismi dirigenziali ed in tutte le posizioni di potere. Devono essere prese misure concrete per assicurare un’equa rappresentazione delle donne e degli uomini in posizioni apicali nelle organizzazioni sportive e nelle amministrazioni correlate allo sport.
Non è tollerabile che nella Giunta Nazionale del Coni su 19 membri, le donne siano solo tre. Nel Consiglio Nazionale, su 78 membri, le donne sono quattro. Il medesimo modello si ripete nelle Federazioni. Nella Federazione Italiana Tennis la quota di donne è pari a zero. Nel Consiglio FIN, nonostante il volto del nuoto in casa e fuori casa sia da anni quello di Federica Pellegrini, nelle stanze del potere, la presenza femminile è residuale: c’è solo una donna in quota atleti e solo perché, come suesposto, lo prevede lo statuto. Una sola consigliera donna si trova anche nella Federazione Italiana Pallavolo ed in quella di Scherma. “L’uguaglianza è possibile, è etica e legittima, ed è la cosa giusta da fare”, denuncia così Hope Amelia Solo, an American soccer goalkeeper, two-time Olympic gold medalist, and World Cup Champion.
Ritengo che, per iniziare un fattivo cambiamento, si dovrebbe raccogliere e diffondere i dati sulla persistenza delle ineguaglianze, incoraggiare studi sulle ragioni dell’ineguaglianza di genere nei diversi sport e sull’efficacia di misure, diffondere informazioni sul reale impatto degli interventi. Sarebbe doveroso poi creare riunioni che incoraggino la creazione di reti di donne. Ancor prima, l’Unione Europea dovrebbe riconoscere e sostenere finanziariamente quelle Associazioni sportive ed Istituzioni che agiscono in conformità con le politiche di genere in tutte le aree ed in tutti i livelli dello sport, nonché valorizzare le donne che sono in una posizione dirigenziale. Le Federazioni poi, oltre a prevedere norme statutarie che favoriscano l’equa rappresentanza di uomini e donne in posizioni apicali, dovrebbero riservare un certo numero di posizioni dirigenziali per le donne all’interno delle Federazioni, Società sportive ed Associazioni sportive, come avviene con successo in Francia. Dovrebbero favorire la creazione di coordinamenti di donne con il ruolo di promuovere e sostenere la partecipazione delle donne nei comitati direttivi ed organizzare programmi formativi che permettano alle donne di lavorare nelle diverse aree di dirigenza al fine di migliorare l’equilibrio di genere all’interno del gruppo dirigente.
E’ poi doveroso che le atlete abbiano pari opportunità di essere rappresentate dai mass media in considerazione del forte impatto che i questi hanno nello sviluppo culturale. Ad oggi, invece, le donne sono ancora percepite come un fatto residuale nello sport, solo per completare alcune pagine del giornalismo sportivo.
Lo sport è considerato il fenomeno sociale che ha maggiormente caratterizzato il secolo scorso. Consideriamo che più della metà della popolazione mondiale ha assistito in televisione alla cerimonia inaugurale dell’ultima edizione dei giochi olimpici, nessun altro evento conosce una simile platea. Il simbolo olimpico dei cinque cerchi è il più conosciuto al mondo dopo la croce cristiana. E’ nello sport che si deve garantire l’uguaglianza.
Lo sviluppo pieno e completo di un paese ed il benessere del mondo, esigono la massima partecipazione delle donne, in condizioni di parità con gli uomini in tutti i campi.
E’ certamente necessaria una profonda riforma dello sport italiano. E’ necessaria una legge che disciplini la situazione reale, che è evidentemente diversa dal contesto in cui è stata emanata la legge 91/1981.
Vero che alcune iniziative si sono attuate negli ultimi anni. Si ricorda nel 2011 l’On. Manuela di Centa la quale ha presentato una proposta di legge tesa a garantire una tutela a livello previdenziale per gli atleti e le atlete che praticano discipline sportive a livello non professionistico e a riconoscere a loro un’indennità di maternità. Anche le giocatrici della femminile “All Reds Rugby Roma” nel 2015, squadra che promuove lo sport come aggregazione antirazzismo ad antisessimo, hanno chiesto al CONI attraverso una petizione online, di mettere fine alle disuguaglianze nel mondo dello sport. Il Presidente Malagò concorda con le richieste, ma non si prende la responsabilità del cambiamento.
Tentativi notevoli che però non hanno cambiato la situazione; lo Stato è a conoscenza del problema, ma sembra non lo ritenga così importante.
Piacevolmente si rende noto che nella legge di bilancio 2018, tra le “Misure in favore dello sport” si prevedono una serie di disposizioni dedicate esclusivamente al potenziamento del movimento sportivo italiano e per la prima volta, tre queste, vi è l’istituzione di un fondo ad hoc destinato a sostenere la maternità delle atlete non professioniste.
Il Ministero dello Sport guidato da Luca Lotti, con il sostegno della Presidenza del Consiglio e del Dipartimento Pari Opportunità, ha permesso che, grazie al voto parlamentare, oggi le atlete italiane potranno contare su un’indennità che copra i mancati introiti dell’attività sportiva. Una norma di civiltà divenuta legge, per la quale si attendono i decreti attuativi che definiscano le modalità di accesso.
Un risultato storico per il nostro paese. Un riconoscimento del palese e doveroso cambiamento, nonostante a mio avviso decisamente ancora insufficiente.
Credo davvero che lo sport femminile debba ricevere il rispetto che merita.
Silence will not change the world