Deboli, svantaggiati - Deboli, svantaggiati -  Alceste Santuari - 22/03/2019

Associazioni: accesso civico e sussidiarietà – Cons. St. 1546/19

Ad un’associazione di rappresentanza a livello nazionale era stato negato l’accesso civico previsto dal d. lgs. 33/2013 e il Tar Lazio, sez. III, con sentenza breve n. 0294/2018, aveva respinto le doglianze dell’associazione.

Il Consiglio di Stato, sez. III, con sentenza 6 marzo 2019, n. 1546, ha accolto l’appello dell’associazione, censurando quanto statuito dal giudice di prime cure.

La Sezione ha confermato che sia l’accesso documentale ex l. n. 241/1990 sia il nuovo istituto dell’accesso civico generalizzato hanno lo scopo di “assicurare l’imparzialità e la trasparenza dell’attività amministrativa e di favorire la partecipazione dei privati”. Avuto riguardo nello specifico all’acceso civico, il diritto correlato è esteso a qualunque soggetto, singolo o associato, che anche non dimostri un interesse qualificato a richiedere gli atti o le informazioni.

Tra i soggetti legittimati a presentare istanze rientrano le associazioni. Una “speciale” funzione di (talune) associazioni attiene alla loro legittimazione di agire per la difesa di interessi in esse versati e da loro tutelati, in casi specifici (si pensi alle associazioni dei consumatori) quale peculiare mission associativa. Invero, le associazioni non riconosciute, al pari di quelle riconosciute e dei comitati, in quanto portatori di interessi diffusi cui possa derivare un pregiudizio da un provvedimento amministrativo intervenire nel procedimento amministrativo.

Tuttavia, mentre tale diritto nel sistema delineato dalla l. 241/1990 è stato considerato limitato dalla giurisprudenza amministrativa (cfr. Cons. St., sez. IV, 15.9.2010, n. 6899; Sez. IV, 5.10.2001, n. 5291; Sez. VI, n. 2314 del 2007; TAR Lazio, sez. III Quater, 7.4.2011, n. 3102), nell’ambito della normativa anticorruzione l’accesso in parola, al netto di talune esclusioni in relazione alla necessità di tutelare interessi pubblici e privati (sicurezza nazionale, difesa, relazioni internazionali), deve considerarsi libero e azionabile da chiunque.

I giudici di Palazzo Spada hanno voluto ricondurre questo diritto di accesso, riconosciuto in capo ad un’associazione che rappresenta la maggioranza degli operatori economici in un determinato settore, al principio di sussidiarietà. Invero la Sezione ha affermato che il diritto di conoscibilità generalizzata degli atti e delle informazioni in possesso della P.A. è finalizzato, inter alia, a favorire “la autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale” di cui all’art. 118, u.c. Cost.

La Sezione ha dunque ribadito il necessario e funzionale collegamento tra azione dei privati organizzati (rectius: non profit e di terzo settore) e responsabilità della P.A. nella tutela dei diritti fondamentali. Il Consiglio di Stato ripercorre lo sviluppo del principio di sussidiarietà per accreditarlo quale “pilastro” dell’ordinamento giuridico nazionale capace di interpretare accanto al tradizionale modello solidaristico, su cui – come è noto – è fondata la Costituzione, anche un nuovo modello di “cittadinanza attiva”. Solidarietà e cittadinanza attiva, dunque, quali parametri, condizioni, humus per affermare la imprescindibile alleanza e cooperazione tra soggetti privati, in specie non lucrativi e P.A., che si colloca al di fuori delle logiche di mercato e di contendibilità, tipiche di altri contesti e settori economici.

In questo senso, il Consiglio di Stato ha ribadito che “la partecipazione attiva dei cittadini alla vita collettiva può concorrere a migliorare la capacità delle istituzioni di dare risposte più efficaci i bisogni delle persone e alla soddisfazione dei diritti sociali che la Costituzione riconosce e garantisce”.

E’ questo un passaggio che in modo chiaro e inequivocabile, ancorché in modo indiretto, conferma la bontà dell’impianto normativo del Codice del Terzo settore. Gli artt. 55 e seguenti del CTS, infatti, disegnano esattamente un contesto di azione e di interventi in cui enti non profit e P.A. si adoperano insieme, condizione questa ineliminabile e presupposto per la cooperazione medesima, per garantire e assicurare i livelli essenziali delle prestazioni sociali e civili di cui all’art. 117, comma 2, lett. m).

In ultima analisi, la sentenza brevemente analizzata in questo contributo si colloca in parziale antitesi con il parere che il medesimo Consiglio di Stato, nell’adunanza speciale dell’agosto 2018 ha elaborato e che tanto ha e fa discutere. La giurisprudenza amministrativa che, nel percorso evolutivo pluridecennale degli enti non profit ha giocato un ruolo non marginale, può contribuire a rafforzarne la piena legittimità di agire in forma autonoma e responsabile.