Diritto, procedura, esecuzione penale - Punibilità, sanzioni -  Redazione P&D - 26/12/2018

Applicazione della confisca ai sensi dell’art. 322 ter c.p. all’Ads condannato per peculato - Cass. pen. 58237/18 - C.C.

Segnalazione di giurisprudenza.

Nel provvedimento che si riporta la sentenza della Corte di appello veniva impugnata deducendo, fra l’altro, violazione di legge e vizio di motivazione con riguardo alla misura della confisca disposta nei confronti dell’Amministratore di sostegno, condannato per peculato, ai sensi dell’art. 322 ter c.p. .

Tale misura che deve essere disposta, nell’ipotesi di condanna per uno dei delitti contemplati dal menzionato articolo del codice penale (fra cui il peculato), di norma, sui beni che costituiscono il profitto o il prezzo del reato sempre se non appartenenti ad estranei, può, al ricorrere presupposti, essere ordinata sui beni di cui il reo ha la disponibilità per un valore corrispondente a tale profitto o prezzo.

Nel caso di specie la determinazione dell’importo risultava essere corretta e giustificata.


SENTENZA
sul ricorso proposto da omissis, nata a omissis avverso la sentenza in data 07/02/2018 della Corte d'appello di Torino visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Antonio Corbo;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto procuratore generale Ciro Angelillis, che ha concluso per l'inammissibilità del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza emessa in data 7 febbraio 2018, la Corte di appello di Torino ha confermato la sentenza pronunciata dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Torino che, all'esito di giudizio abbreviato, aveva dichiarato la penale responsabilità di omissis per il reato di peculato continuato, le aveva irrogato la pena di tre anni di reclusione, ritenuta la continuazione tra più episodi, con concessione delle circostanze attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti di cui all'art. 61, n. 5 e n. 7, cod. pen., ma con diniego dell'attenuante di cui all'art. 323-bis cod. pen., ed aveva inoltre disposto la confisca per equivalente fino all'ammontare di 60.000,00 euro.
Secondo quanto ricostruito dai giudici di merito, l'imputata, nominata amministratore di sostegno del suocero, nel periodo compreso tra il novembre 2013 e l'ottobre 2014, si sarebbe appropriata di non meno di 60.000,00 euro presenti su conti correnti intestati al suocero, prelevandoli con bonifici, assegni circolari, operazioni bancomat e pagamenti vari.
2. Ha presentato ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di appello indicata in epigrafe l'avvocato M., quale difensore di ufficio dell'imputata, articolando quattro motivi.
2.1. Con il primo motivo, si denuncia vizio di motivazione, a norma dell'art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen., avendo riguardo alla configurabilità del reato di peculato, con particolare riferimento all'elemento soggettivo.
Si deduce che è manifestamente illogica la motivazione escludente la buona fede dell'imputata. Si osserva che la sentenza valorizza l'iniziativa della ricorrente di richiedere la nomina ad amministratore di sostegno del suocero, ma trascura di considerare che alla donna sarebbe convenuto continuare ad avvalersi delle deleghe ad operare sui conti correnti come già aveva fatto per circa un anno, e che certamente è incompatibile con l'ipotesi della mala fede dell’imputata l'adozione, da parte della stessa, di bonifici immediatamente diretti a favore di conti correnti a lei intestati.
2.2. Con il secondo motivo, si denuncia violazione di legge, in riferimento all'art. 323-bis cod. pen., nonché vizio di motivazione, a norma dell'art. 606, comma 1, lett. b) ed e), cod. proc. pen., avendo riguardo al mancato riconoscimento dell'attenuante della particolare tenuità.
Si deduce che la sentenza impugnata considera solo l'entità della somma oggetto del reato, ma non anche le gravi condizioni psico-fisiche dell'imputata, vedova, malata e con due figlie appena maggiorenni a carico, ed omette, quindi, di valutare il fatto nella sua globalità, ivi compresi i motivi a delinquere.
2.3. Con il terzo motivo, si denuncia violazione di legge, in riferimento all'art. 322-ter cod. pen., nonché vizio di motivazione, a norma dell'art. 606, comma 1, lett. b) ed e), cod. proc. pen., avendo riguardo alla misura della confisca.
Si deduce che l'ammontare dell'appropriazione non è precisato, tanto che lo stesso capo di imputazione lo quantifica in 60.000,00 euro «circa», che nulla di preciso è emerso dalla consulenza tecnica disposta dal Pubblico ministero, e che l'affermazione della sentenza impugnata, secondo cui la somma di 60.000,00 euro risponde ad una valutazione «in via prudenziale», è priva di qualunque supporto probatorio.
2.4. Con il quarto motivo, si denuncia violazione di legge, in riferimento agli artt. 69 e 62-bis cod. pen., nonché vizio di motivazione, a norma dell'art. 606, comma 1, lett. b) ed e), cod. proc. pen., avendo riguardo al mancato giudizio di prevalenza delle circostanze attenuanti generiche sulle aggravanti.
Si deduce che la Corte d'appello ha omesso completamente di valutare tale richiesta, formulata valorizzandosi la sostanziale incensuratezza dell'imputata, il suo atteggiamento collaborativo e le gravi condizioni di salute sofferte.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è complessivamente infondato per le ragioni di seguito precisate.
2. Il primo motivo, che contesta la manifesta illogicità e la carenza della motivazione, con particolare riferimento alla sussistenza dell'elemento soggettivo, è manifestamente infondato.
2.1. La sentenza impugnata rappresenta, innanzitutto, che l'imputata, la quale ha detto di aver effettuato su indicazione della persona offesa, il suocero, le operazioni bancarie attraverso cui è avvenuta l'appropriazione del denaro, era pienamente consapevole delle condizioni di assoluta debolezza mentale dell'uomo. A tal proposito, infatti, la Corte d'appello evidenzia che la ricorrente ha ammesso di aver preso l'iniziativa di far ricoverare il suocero presso una casa di riposo e di far nominare allo stesso un amministratore di sostegno dall'Autorità giudiziaria, dopo che l'uomo si era recato da lei per chiederle del figlio, già morto da due anni.
I giudici di secondo grado, poi, segnalano che il conto corrente esistente presso la omissis, intestato alla persona offesa, acceso il 14 novembre 2013, alimentato anche con due versamenti del giugno 2014 di importo complessivo pari a 60.000,00 euro provenienti dallo smobilizzo di una polizza, anch'essa intestata al suocero, era stato "svuotato" dall'imputata con varie operazioni, tra cui alcuni bonifici in suo favore per circa 30.000,00 euro, effettuati tutti in data 30 settembre 2014; lo stesso conto, segnatamente, presentava una giacenza finale residua pari a 14.399,00 euro, all'esito di una movimentazione in cui i prelievi avevano superato le entrate di circa 45.000,00 euro. La Corte d'appello, inoltre, precisa che l'imputata aveva potuto effettuare le operazioni in questione perché si era avvalsa di una copia alterata del provvedimento del giudice tutelare del 19 luglio 2014, il quale autorizzava un prelievo pari a 10.000,00 euro per il pagamento di rette arretrate in favore della casa di cura presso la quale era ricoverato il suocero: presso la omissis, infatti, era stata rinvenuta una copia dell'atto in questione, nella quale il prelievo autorizzato era modificato da 10.000,00 a 30.000,00 euro, ed era soppressa la negazione «non» prima delle  parole «autorizza il rimborso alla tutrice della richiesta somma di euro 48.840».
La sentenza impugnata, ancora, analizza la movimentazione su tutti i rapporti bancari intestati alla persona offesa, e, sulla base dei convergenti risultati della consulenza tecnica disposta dal Pubblico ministero e della relazione del tutore subentrato all'imputata, rileva che, pur tenendo conto delle spese per il pagamento delle rette dovute alla casa di riposo, a partire dal febbraio 2012, risultano ammanchi ingiustificati pari a 234.000,00 euro, di cui oltre 70.000,00 euro concentrati nel periodo indicato nell'imputazione (da novembre 2013 ad ottobre 2014).
La Corte d'appello, quindi, esclude la buona fede dell'imputata, osservando, in particolare, che la nomina quale amministratrice di sostegno aveva consentito alla donna di poter gestire in modo incontrastato i residui beni dell'incapace e di poter ripianare la sua difficile situazione debitoria verso terzi.
2.2. Questi essendo gli elementi di fatto esposti dalla sentenza impugnata, incontestate anche per l'assenza di apprezzabili censure di travisamento della prova, le conclusioni dei giudici di merito risultano immuni da vizi logici o giuridici.
Fuori discussione è la configurabilità di una condotta appropriativa, in considerazione delle operazioni di prelievo, a mezzo bonifico o altrimenti, delle somme esistenti sul conto della persona offesa.
Fuori discussione è anche la configurabilità del delitto di peculato, posto che l'imputata aveva la disponibilità delle somme oggetto di appropriazione in quanto amministratrice di sostegno nominata dal giudice tutelare, e quindi, a causa dell'esercizio di una funzione pubblica (cfr., esattamente in questo senso, Sez. 6, n. 29617 del 19/05/2016, Piermarini, Rv. 267795/01, e Sez. 6, n. 50754 del 12/11/2014, Insolera, Rv. 261418/01).
Incensurabile, ancora, è la conclusione in ordine alla sussistenza del dolo: è sufficiente ricordare, semplicemente, che le plurime operazioni di prelievo presso la omissis sono state compiute avvalendosi di una copia artificiosamente alterata di un provvedimento giudiziario emesso dal giudice tutelare.
3. Infondato è il secondo motivo, che contesta la mancata concessione della circostanza attenuante della particolare tenuità del fatto di cui all'art. 323-bis cod. pen., osservando che non è stato dato alcun rilievo alle gravi condizioni psico-fisiche dell'imputata, e che, quindi non è stato valutato il fatto nella sua globalità.
3.1. Effettivamente, secondo la giurisprudenza di legittimità, le cui indicazioni sono condivise dal Collegio, ai fini della concessione della circostanza attenuanti di cui all'art. 323-bis cod. pen., occorre valutare il fatto nella sua globalità (cfr., per tutte Sez. 6, n. 14825 del 26/02/2014, Di Marzio, Rv. 259501/01), sicché rileva ogni caratteristica della condotta, ivi compreso
l'atteggiamento soggettivo dell'agente (Sez. 6, n. 199 del 19/12/2011, dep. 2012, Lia, Rv. 251567/01), e persino le ragioni ispiratrici del comportamento criminoso (Sez. 6, n. 1894 del 09/01/1997, Raimondo, Rv. 207524/01).
3.2. La sentenza impugnata ha escluso la concessione dell'attenuante di cui all'art. 323-bis cod. pen., rilevando che le condotte hanno avuto ad oggetto una somma ingente, si sono tradotte nella sostanziale spoliazione dell'incapace, compiuta con altissimo senso di impunità, ed hanno messo in pericolo la stessa cura dei bisogni primari della persona offesa, stante il mancato pagamento delle rette in favore della casa di riposo presso la quale quest'ultima era ricoverata. Ha inoltre aggiunto che non sono state poste in essere iniziative risarcitorie nemmeno parziali.
Si tratta di una valutazione correttamente motivata: il discorso giustificativo, pur non soffermandosi sulle condizioni dell'imputata, la quale allega di essere vedova, malata e con due figlie appena maggiorenni, indica analiticamente le ragioni poste a fondamento del diniego dell'attenuante richiesta.
4. Manifestamente infondato è il terzo motivo, il quale contesta la determinazione dell'importo per il quale è stata disposta la confisca, osservando che non risulta alcuna precisa quantificazione della somma oggetto di appropriazione.
La sentenza impugnata, infatti, come si è rilevato più analiticamente in precedenza (§ 2.1.), ha evidenziato che, sulla base dei convergenti risultati della consulenza tecnica disposta dal Pubblico ministero e della relazione del tutore subentrato all'imputata, deve ritenersi accertata, nel solo periodo compreso nella contestazione, ossia da novembre 2013 ad ottobre 2014, l'esistenza di ammanchi ingiustificati per oltre 70.000,00 euro, determinati da prelievi sui conti correnti e rapporti finanziari dell'imputato.
Tenendo conto di ciò, la quantificazione della somma da confiscare in 60.000,00 euro risulta correttamente ed ampiamente giustificata.
5. Infondato, infine, è il quarto motivo, che denuncia l'omesso esame del motivo di appello in ordine al mancato giudizio di prevalenza delle circostanze attenuanti generiche rispetto alle aggravanti.
In effetti, la sentenza impugnata, sia pur sinteticamente, rileva che le circostanze attenuanti generiche sono state «benevolmente concesse» e che la pena è stata correttamente determinata nel rispetto dei criteri oggettivi e soggettivi di graduazione di cui all'art. 133 cod. pen.
Deve ritenersi che questa motivazione risponde validamente al motivo di appello in ordine al mancato giudizio di prevalenza delle circostanze attenuanti generiche rispetto alle aggravanti. Invero, il giudizio di bilanciamento tra circostanze di segno diverso, secondo l'orientamento consolidato della giurisprudenza, deve essere effettuato proprio alla luce dei criteri di cui all'art. 133 cod. pen. (cfr., sul punto, per tutte, Sez. 2, n. 3610 del 15/01/2014, Manzari, Rv. 260415/01).
6. Alla complessiva infondatezza dei motivi seguono il rigetto del ricorso e la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in data 21 novembre 2018