Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Paolo Cendon - 04/02/2020

ANTONIO ARMANO E PAOLO CENDON - RECENSIONE A LUCA PONTI, “ALL'AVVOCATO SI DICE SEMPRE TUTTO”, ED. ARAGNO, 2019

In un racconto ambientato a Varsavia Isaac B. Singer ricorda quando era un ragazzino e faceva finta di leggere un libro mentre ascoltava le vicende che venivano discusse alla corte rabbinica del padre: casi di bigamia e persino trigamia e altri casini combinati da quella fonte perenne di problemi che è l'essere umano con tutte le sue debolezze e ambizioni, menzogne e autoinganni.

I racconti di ambientazione legale di Luca Ponti non hanno niente in comune con la letteratura che pesca storie e trame dall'infinito e ribollente calderone dei casi giudiziari.

La realtà esterna con le sue sfide e sfighe è solo il punto di partenza, a volte minimo se non pretestuoso, per un viaggio compiuto quasi esclusivamente nei confini della teca cranica. Si veda per esempio “La matita” dove il meccanismo narrativo viene messo in moto dalla perdita dell'oggetto che laconicamente compare nel titolo.

Uscita da pochi mesi con l'editore Aragno, “All'avvocato si dice sempre tutto” è una raccolta di racconti brevi dove l'avventura che va in scena è soprattutto mentale.

L'autore è un professionista di successo a Udine, ma mille miglia lontano dallo stereotipo aggressivo e rampante alla quale ci hanno abituati film e romanzi.

Luca Ponti si è creato un alter ego letterario, Càstano Dittongo, il quale, a partire dal nome surreale, rientra nella categoria dei pazzi gogoliani seppure di una pazzia sottile, implosiva più che esplosiva.

Nel racconto “Il nonno dell'avvocato” Càstano ricorda i viaggi compiuti dal nonno, gli unici che si concedesse staccandosi dal lavoro, alle terme di Montecatini per regolarizzare l'intestino con ferrea disciplina dietetica.

Lo stitico è portato a guardarsi dentro e non muoversi troppo, restando a tiro di ritirata. Alte storie sono più corali e meno orientate verso l'interiorità. In un racconto, “Il maestro”, Càstano è un praticante, un “portaborse” e sente gli avvocati più esperti buttare lì a una coppia in fase di separazione apprezzamenti e complimenti pecorecci, o forse solo goliardici, dopo una disfida a base di citazioni latine: “Ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit”, “Sì però Negativa non sunt probanda”, e così' via.

Il titolo manzoniano del libro ci riporta diritto al prototipo del più noto degli incontri tra un avvocato e un potenziale cliente e cioè l'incontro tra Renzo Tramaglino e Azzeccagarbugli con il fraintendimento di quest'ultimo che pensa di trovarsi di fronte a un bravo e non alla vittima.

Avrebbe potuto essere un racconto di Ponti, al netto della impareggiabile maestria del Manzoni, nel tratteggiare la subalternità al potere dell'avvocato e l'uso truffaldino e involontariamente comico del latinorum.

Le cause sociali non sono la tazza di tè dell'autore e al massimo Càstano si toglie qualche soddisfazione sconfiggendo agguerriti avvocati milanesi con tutta la spocchia dei divi del foro in trasferta, fregati dalla loro stessa supponenza.

Da personaggio buffo qual è – secondo la declinazione palazzeschiana del termine, come afferma Fabio Finotti nella prefazione – Càstano non può non avere una moglie imbarazzante.

Si chiama Vacua e mentre il marito cerca di accaparrarsi un cliente convincendolo di essere un duro lei lo chiama dalla finestra mandando il piano a vuoto: “Ciocci sei pronto? Amorino hai finito?” (vedi racconto La scelta dell'avvocato”).

Più sottile della vergogna del maschio ridicolizzato da una donna davanti a un altro maschio è il desiderio impossibile di assaporare al termine della maratona di New York una mozzarella di bufala, una ricompensa destinata a essere frustrata dopo quarantadue chilometri di corsa sul cemento per l'impossibilità di programmare il futuro, vale a dire di godersi il presente ovvero il futuro quando arriva.

Se la letteratura contemporanea abbonda di alter ego narrativi che si atteggiano a vittime e sono sempre nel giusto – mai che lo scrittore racconti di essere una persona spregevole, ha scritto Magris in Microcosmi – Càstano si presenta come un antieroe, un perdente nella quotidiana lotta per la vita, ma di un genere particolare. Il tentativo di togliersi il dentifricio dalla cravatta lo vede soccombere. Sorprendentemente l'udienza gli va bene.

Secondo Finotti, siamo “nell’universo postmoderno delle identità fluide dove persino i nomi propri giocano a negare se stessi e le proprie immaginarie etimologie ('Casta'/'no'), o a svilupparsi verso sensi divergenti (nel primo libro di racconti il cognome del personaggio è non a caso 'Dittongo'). In questo senso Ponti recupera generi diversi. Nei suoi racconti si sente anche la leggerezza funambolica del fumetto e del cartoon americano, dove i personaggi possono sfracellarsi da un dirupo e un momento dopo correre a perdifiato, incarnandosi continuamente in episodi, in luoghi e persino in epoche diverse.