Deboli, svantaggiati - Generalità, varie -  Paolo Cendon - 07/02/2019

Anniversario della morte di Pamela

Pamela è morta un anno fa, nelle tragiche circostanze che tutti ricordiamo,  e ritengo utile riproporre ai lettori un mio scritto – laborioso e tormentato, probabilmente da aggiustare e limare in qualche punto  -  che avevo formulato nei mesi successivi.
 Il tema è  sicuramente  delicato, va affrontato con prudenza e saggezza, ma certo è assurdo far finta di niente, come fanno purtroppo tanti struzzi/ponzipilati in Italia, oggigiorno, equalmente distribuiti fra giuristi e   psichiatri.
Anche se è vero  - va detto - che il diritto non è certamente onnipotente e soprattutto che rischia, con risposte poco equlibrate, di fare più male che bene.

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Fragilità ‘borderline’, rischi esistenziali, come fronteggiarli? -

#1 -     introduzione  

 Ci occupiamo qui soprattutto   di una fascia  antropologica in cui rientrano, non senza azzardi e  pericoli,  creature portatrici di fragilità,  vittime di  “inadeguatezza gestionale”,  esseri che accusano scarsa autonomia quotidiana   -   storie di di disagio,   insidie destinate a  mettere in gioco, ecco la  caratteristica,  i  livelli  non strettamente psichiatrici della persona:
 (I) vicende cioè di abbandono, semi-catatonie, ombre profonde, ingenuità patologiche, solitudini rabbiose,  schiantamenti biografici, rotture e frigidità familiari, autolesionismi,  frange di arretratezza culturale,  atteggiamenti rinunciatari, riottosità croniche, inettitudini a prendere decisioni;
 (II)  figure di disadattamento,  sventatezze, dipendenze, orrori di quartiere,  marginalizzazioni, rapporti sghembi con la nutrizione e con il cibo, disabilità, plagi sentimentali o scolastici,  aggressività cronicizzate, ribellioni esagerate o puerili, arrendevolezze, tentazioni suicidarie;  
 (III) ipotesi di inselvatichimento e regressione, patimento di abusi, malinconie ambientali, sindromi da obbedienza al branco, ingenuità sessuali, distacchi dalla realtà, rincretinimenti da cellulare o da video-giochi, rannicchiamenti, scelte eremitiche, vuoti momentanei, malinconie.

# 2 -       fantasmi, saracinesche

      Talora entrano in gioco, nell’agenda di  individui del genere,  momenti di  crisi,  cadute di  socialità, appannamenti o aggravamenti  sul piano emotivo e cognitivo: il tutto per effetto di qualche scontro  familiare,  di incidenti sul lavoro, di stress sentimentali, di gesti di bullismo,  di  sgarbi o a  molestie dall’esterno.
 Ecco l’interessato “quasi-lucido e normale-ma-non-del-tutto” rivelarsi, allora, ancor più del consueto,  non  (più) in grado di compiere  le  scelte quotidiane che sono/sarebbero  consigliabili, in concreto,   onde sventare  rischi   per la sua  diretta incolumità  - fisica, psichica, antropologica -  o per quella di chi gli sta accanto o che dipende da lui.
 Il ‘nostro’ fragile si dimostra, in particolare, contrario a fare lui in via diretta o a che venga fatto   da altri nei suoi confronti,   hic et nunc, ciò che la ragione, la coscienza, la rete di servizi,   il buon senso, la carità, l’istinto materno,  consiglierebbero.   
 I problemi  tecnici non sono da poco,  anche per il diritto privato; una via d’uscita andrà tuttavia cercata.
 Le  presenti note  mirano a fornire qualche spunto di discussione.

# 3 - Risposte  da   “ponzio pilato”

 Dagli interpreti e dai giudici  -  sul terreno dell’amministrazione di sostegno,  per tipologie siffatte, allorquando si oltrepassino  certe soglie di buio, di inettitudine   -  sono giunte negli ultimi anni risposte    di varia natura, spesso insufficienti,  frustratorie nella sostanza,  in cui:
   (i) si è rimarcata l’inapplicabilità,  al caso specifico,  delle norme sul ‘Trattamento sanitario  obbligatorio’  di cui alla  legge 180/78 (l. Basaglia):  disposizioni  concepite, è stato detto,  soltanto per casi di  effettiva sofferenza  psichiatrica;   previsioni  “eccezionali”, non suscettibili come tali di applicazione analogica,  oltre quell’ambito;
  (ii)   si è al contempo rilevata l’inesistenza,   entro il  nostro sistema,   di regole  similari per quanto concerna  soggetti affetti da vulnerabilità-ostinazioni meno classiche, meno visibili o  canoniche, di stampo non strettamente psichiatrico;
  (iii)  non si è in definitiva, per quel certo individuo in difficoltà,   ‘fatto alcunché’  a livello preventivo/gestionale;  ci  si è affidati alla speranza che l’interessato -     lasciato  a se stesso, in ossequio alla sua sovranità, di cittadino maggiorenne libero (?) -  saprà trovare  da solo la forza per uscire dall’arduo frangente: “Non sei matto, non possiamo obbligarti, sei adulto e vaccinato, fa un po’  quello che ti pare”;  
 (iiii) si è aggiunto   magari che,   non appena egli dovesse entrare  in zona ‘stato di necessità’, ex art. 54 c.p., con spade di Damocle ormai estreme, allarmanti,  sarebbe  sempre  possibile  - “Sperando  di arrivare in tempo” -  fare intervenire qualche medico, qualche ospedale:  con una flebo, con una puntura,  con un tentativo di salvataggio in extremis.

# 4–  tartufo non è solo quello  di molière
 
 L’argomento della sovranità decisionale  dei singoli  - come  bene giuridico  da rispettare “a tutti i costi”  - diventa così una sorta di giustificazione  per l’abbandono del sofferente riottoso (“Un caso come il tuo non è previsto, colpa di chi ha fatto il regolamento”);  il pretesto per gesti di indifferenza istituzionale (“Arrangiati, nel nome di Voltaire, sei tu a volere così”).
 Spesso il cavallo di Troia  della non solidarietà, della non accoglienza (“Non dipende da noi”), del non accudimento (“Hai sbagliato stanza, non siamo competenti, non c’entriamo,  prova semmai al terzo piano”):  un  fatalismo  metà cieco e metà ipocrita.
 Il paradiso per  tentazioni  vecchie  e nuove    di ‘noncuranza sociale’, per pratiche di incanaglimento;  un salvacondotto  per l’irresponsabilità e  per il ‘nulla protettivo’, magari a tinte ‘poetiche’: “Sei come un uccellino, disobbediente, fuggitivo, la Provvidenza avrà  certo   in serbo per te qualche briciola; ti invidiamo quasi, per il tuo spirito ribelle, avventuroso: come fa a spaventarti così poco la morte, la solitudine, la cattiveria umana circostante?”.

 # 5 - Risposte  tali da non scongiurare pratiche  “abusive”

 Qualche decreto giudiziale evita di prendere posizione  direttamente,  nulla dice di concreto, sembra affidarsi  alla misercordia di  Allah:  lasciando in sostanza  il ‘beneficiario discorde’ nelle mani dell’amministratore di sostegno, quando ci sia, o di un curatore;  il quale  si sentirà autorizzato a fare o a non fare così,   genericamente, tutto ciò che riterrà comodo e  utile.  
 Col rischio  (va sottolineato) che  il gestore  stesso – magari un parente poco amoroso, un vicario/killer di passaggio, un avvocato con 40 fascicoli da gestire in contemporanea  - intervenga  o si assenti poi  in modo disinvolto,  arbitrario, innescando o legittimando rituali di violenza silenziosa,  da parte di chissà-chi, oppure esiti di sopraffazione invisibile,  presso terzi:  abusi clandestini, contenzioni sproporzionate, recupero di terapie medievaleggianti, eccessi farmacologici, senza riguardi o garanzie per l’assistito.

# 6 - Non si puo’ stare a guardare sino all’ultimo momento

  I meriti di un richiamo all’art. 54 c.p.  come norma ‘salvavita’ ( non punibilità di chi abbia "commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile”)   appaiono evidenti nei casi di incidenti stradali, di infortuni sul lavoro, di break-down ospedalieri repentini, di tentativi di suicidio, di analoghe fattispecie di emergenza fisica.
  Lo sono assai meno, ecco il punto,  nei casi non  sia stata ancora varcata, dalla persona, la frontiera   - appena vista sopra  - del pericolo  davvero grave e imminente (quindi  niente ‘stato di necessità’);  e sia  già  palese tuttavia l’opportunità  di “fare qualcosa”,  di tentare  il possibile, onde arginare le ombre  funeste  che si annunciano, che    incombono nel tempo e nello spazio.

# 7 - Casistica del male

  Nei casi di ragazze che  rifiutano di mangiare, ad esempio, ove  ‘chi di dovere’ aspetti eccessivamente per intervenire (resterà da vedere come: con la chiamata in causa di una Comunità specializzata, con il coinvolgimento di  psicologi  esperti …), lasciando  permanere troppo  a  lungo  situazioni di sottopeso, senza reagire in alcun modo, non è raro   che  si determinino nella vittima momenti di  debolezza / lesione / compromissione  ossea irreversibile.
 In altri tipi di dipendenze, quando niente di irreparabile è ancora successo, e sia  ormai chiara però  nel soggetto la forte probabilità di iniziative o di passività sconsiderate, a breve termine, compiute in danno a  se  stessi o a terzi,  potrebbe essere  quantomai propizio  un intervento che  miri a scongiurare  esiti infausti.
 Che fare   quando, a bere troppo o a drogarsi pesantemente,  sia una donna la quale  aspetta un bambino?   Occorrerebbe   in casi simili – ecco il nodo -  poter  intervenire “prima dell’ultimo chilometro”, già a monte, con un progetto lungimirante, con un ‘piano esistenziale’ a tutto campo, non appena i segnali negativi si manifestino:  con una presa in carico articolata intorno ai momenti spirituali, economici, scolastici, medici, patrimoniali, affettivi,  lavorativi, psicoterapeutici, sanitari, familiari, del tempo libero.

# 8 - Piano di trattamento vincolante

 In passato era stato messo a punto, a cura di P. Cendon e R.Rossi,  pure con riguardo all’area delle malattie mentali, un progetto legislativo intitolato alla figura del  c.d. ‘Piano di trattamento vincolante’,   meccanismo fondato su vari  momenti e passaggi formali: (1)  ruolo centrale del Giudice tutelare,  (2) ascolto dell’interessato,  (3) facoltà del soggetto  di  nominarsi  un difensore, (4) emanazione di un decreto del G.T. idoneo a  limitare  la sovranità anche  sanitaria del singolo, (5) possibilità di impugnativa, (6) obblighi di  controllo e vigilanza accurata dell’amministratore di sostegno, è così via.
 Sarà da prendere in considerazione, nell’immediato futuro,  l’ipotesi di  una riproposizione in Parlamento di quel testo, eventualmente aggiornato,  debitamente migliorato; occorre chiedersi qui,  però, cosa sia possibile fare nel frattempo.

 # 9 - scelte  ‘personali’

  L’istituto dell’AdSostegno è stato pensato, fin dal primo inizio (1986),  in chiave essenzialmente patrimonialistica: risparmi, conti, pagamenti, spese, acquisti, mutui,  banca,  borsa, immobili, assicurazioni, affitti, indennità, rateazioni, cedole, utili, bollette, imposte  etc.
 Un amministratore chiamato cioè ad affiancare o a sostituire l’interessato, nel  compimento di uno di quegli atti:  in via congiuntiva o esclusiva, a seconda dei casi, alla stregua delle specifiche  indicazioni fornite dal  GT.

 Successivamente, già a partire dal 2004,  l’arco dei possibili interventi giudiziali – ecco il dato da rimarcare - è venuto dilatatandosi  sempre più  nella prassi: in direzione, all’occorrenza,  di scelte di carattere strettamente personale.   
 Ciò sia con riguardo al caso di un beneficiario concorde oppure   assente;  sia, con maggior prudenza,  rispetto un beneficiario contrario  al compimento di quel certo atto;  sia in situazioni intermedie.  
 Si è ammesso ad esempio,  dai Tribunali, che l’amministratore di sostegno potrà, in sostituzione dell’interessato,  venir incaricato dal GT di stipulare il ‘contratto alberghiero’ con  una  casa di riposo: sostanzialmente,   pilotando lui  un passaggio-chiave come quello della residenzialità.
 La ‘sessualità dei disabili’ è un  altro punto.
 Sono entrati  nel raggio  dell’Istituto,  successivamente,  momenti come la ‘separazione fra coniugi’, il ‘divorzio’, l’’accettazione di eredità’, la ‘rinuncia’, l’’adozione o l’affido’ di un minore (mai nel casi di un soggetto a rischio), la ‘partecipazione’ a un’associazione.
 Si è riconosciuto che il decreto giudiziale potrà contenere-immaginare  blocchi o sospensioni per quanto concerne la possibilità di contrarre  ‘matrimonio’,  di redigere  un ’testamento’, di effettutare una ‘donazione’.
 E’ prevalsa insomma  l’idea che i filamenti antipsichiatrici, autodistruttivi,  di pericolosa inerzia, vadano combattuti,  fin che possibile,  anche sul piano personale, in nome del best interest dell’interessato: “Oggi  vorresti  fare o non fare questo, quest’altro, è  ben chiaro però come,  al di là delle lusinghe contingenti,  tale decisione ti possa nuocere; domani saresti il primo a riconoscerlo: ci ringrazierai  allora  per averti impedito  oggi, al di là dei soldi, una  conclusione fatale, per te o per chi dipende da te”. 

# 10 - coerenza  applicativa

  Tale  nuova identità extrapatrimoniale dell’AdS -    ogni anno più complessa  come numero di ipotesi, sempre più estesa qualitativamente -  induce   a chiedersi   se non sia diventata   incongrua, oggigiorno, una linea che escluda dal raggio dell’Istituto, pure in casi drammatici,  scelte e indicazioni  operative  (pressioni, insistenze ammonitrici, esplicazioni di scenari minacciati dal malessere maniglie bloccate, procedure di trattenimento, dissuasioni …) di ordine prettamente sanitario o para-sanitario, accuditivo, organizzativo nel tempo e nello spazio.
 Nell’ottica di  non spezzare in due la persona (di qua la salute in senso stretto, di là tutto il resto, per quanto concerne le possibilità di  dissuasione/intervento), gli interrogativi  figurano molteplici.
 Posto  che,   come  livello di ‘invasività esistenziale’, indicazioni  quali un divieto  pur momentaneo di sposarsi,  o  una sostituzione nella scelta di separarsi dal coniuge figurano,  per molti versi,  ben più  marcate e  ficcanti che non un intervento di media importanza  sul terreno sanitario/ambulatoriale/farmacologico, non sarebbe – ecco il quesito -  tempo  di considerare la normativa dell’AdS, su tutti i versanti possibili, quello medico compreso,  quantomeno per le decisioni meno gravi e cruente, come qualcosa di coerente con l’art. 32 della Costituzione?

# 11 - Momenti  quotidiani  

 Ove si  accolga poi,  per quanto concerne la salute,   un‘impostazione di ampio respiro -   secondo il modello caldeggiato dall’Organizzazione mondiale della Sanità (salute = benessere) -  si dovrà ammettere la  rilevanza,  anche ai fini dell’AdSostegno, di vari  “momenti esistenziali”, distinti dagli atti medici in senso stretto.
 Costituisce ad esempio presidio della   salute,   anche sul terreno dell’Amministrazione di Sostegno:
  (x)    il  far andare  una persona in casa di riposo, o alle terme,  il  puntare  sul suo miglior tono psicofisico, l’adottare per lei il servo scala, l’optare per un certa dieta, per lo yoga, per la palestra, ammodernare  il bagno,  riorganizzare il giardino,  regalargli un gatto bianco, non farla sposare malamente;  
 (y)  il cambiare  la caldaia, il frigo, il giungere alla denuncia dei  nemici-stalker-persecutori, l’esaltare i momenti di bellezza e di confort individuale, il far allestire una rampa, il punire i condomini rumorosi, l’organizzare l’assistenza a domicilio, l’insegnare  a usare il cellulare, il fare innovazioni domotiche;
 (z)  lo scegliere  mobili  più adatti agli anziani, il trovare  la badante giusta, il donare alla persona  un  profumo,  l’optare per un lifting,  il deumidificare/igienizzare la casa,   l’incidere su altri momenti di tipo sportivo, musicale, gastronomico, fisioterapeutico, climatico, ludico.

# 12 – no alla   monopsichiatria,  al  panmedicalismo

 Spesso la vecchia psichiatria (para-manicomiale, in certi casi anche post-manicomiale) mostra di  guardare solo   a se stessa,  come autorità disciplinare;  si erige a Moloch pan-assemblatore, pervasivo, avvolgente.
 Ingloba per intero il disagio esteriore, mondano, inter-relazionale del soggetto  nella cornice della malattia, della sindrome, della cartella clinica,  compresi i profili penali (gi unici di cui la psichiatria si accorga, di solito);   riporta  ogni filamento e ogni gesto  al dato dell’infiammazione, della cura, della ricetta, della diagnosi, della radiologia, della chirurgia. Vede  il momento mondano-esistenziale come parte sottostante e ancillare,  destinato a  rientrare sempre  nel gesto sanitario,  a scomparirvi: tutto è cura, tutto diventa patologia, pressione arteriosa, febbre, acciacco, benzodiazepine.

# 13 – l’impostazione esistenziale

 L’impostazione esistenziale tende invece a  demedicalizzare, a rovesciare quelle gerarchie, a mettere    malattia e cura dentro la relazionalità;   li scioglie nella funzionalità, guarda alla vita, alla quotidianità e alla normalità reticolare.  
Vede i passaggi medici, fisici o psichici,  come altrettanti  spicchi (sia pur fondamentali) di un insieme in cui operano  giornalmente ulteriori  filamenti, oltre ai lassativi, agli analgesici, agli ipnotici   e alle siringhe: e cioè affettività, lavoro, scuola, pensione, socialità, partecipazione, famiglia, creatività, tempo libero.
 
  Non ama i momenti impositivi/auotoritari, e,  se proprio  deve  prenderli in considerazione, pensa subito ai diritti di ascolto, di  informazione, alle garanzie, per l’interesdsato;   alle possibili impugnative, alle decadenze automatiche, ai controlli, alle ispezioni, ai soppesamenti, agli obblighi di forma per l’operatore.  
 Qualora  vi si debba ricorrere,  non dovrà esserci  troppa differenza  - si sottolinea - fra i passaggi sanitari  stricto sensu e tutti gli altri: “Se, come oggi accade, io giudice  tutelare ti posso impedire di dilapidare i tuoi beni, con le slot machine e con le finanziarie strozzatrici;  se, come il sistema  ormai consente,  posso trattenerti dallo sposare un malato di aids  pedofilo, venale  e pluriassassino:  beh, potrò forse coerentemente suggerirti o impedirti qualcos’altro,  sul piano medico …”.

# 14 – limiti    del  modello  di tso psichiatrico

  I  limiti    del T.s.o.  della l. 180/78 –  non è un caso che F.Basaglia non  amasse  troppo  questa parte della legge, che fu in effetti scritta da altri  –   sono  più  d’uno.
 In sostanza, il percorso della coattività  ha, in quel contesto,  un’impostazione troppo lontana dallo spirito della A.d.Sostegno (26 anni di separazione):  rivela  un’impostazione troppo rigida, burocratica, riduttiva, appare pensata per tempi in cui c’era  nel cod.civ. solo l’interdizione.
  Un’ispirazione lontana  insomma dalla filigrana morbida, delicata, personalizzata, ariosa   e non segregata  dell’AdSostegno:   istituto  - qeust’utimo - che va visto e prospettato  oggigiorno, invece,   come modello di riferimento  (trasparente, incruento, sindacabile, bilanciato, non affannato) per la  gestione di tutta l’area della fragilità.

# 15 – passaggi invecchiati
 
 In sintesi:
 - Non c’è esplicitamente  come  perno e presupposto necessario, dietro il T.s.o. del 1978,   il ‘Progetto della persona’ ad ampio raggio;  che è quello su cui già poggia l’AdS e su cui ancor più occorre puntare  oggigiorno.
-  Il tempo  della  cura è  troppo breve lì, i  7 giorni sono insufficienti in tanti casi; il fatto che sia possibile   raddoppiarli   non toglie a quel dato il risvolto impaurito, difensivo,  emergenziale.
 -  Non va bene il Sindaco come figura istituzionale di riferimento, si tratta di una soluzione burocratica,  catastale, vuota di contenuto nel 99% dei casi; che nella prassi non funziona, è come se non ci fosse.
 -  Il ruolo del Giudice tutelare  è in quel testo  troppo debole,   marginale, successivo; deve diventare invece il centro  e il governo dell’intero tragitto, fin dall’inizio.
 - La scelta della  duplicità  di medici  è eccessiva, nella prassi tutto  in realtà si automatizza, si sclerotizza (“Cane non mangia cane”);  ne basterà uno solo di medico,   purchè responsabile, sanzionabile se sbaglia:   penserà il GT a pretendere semmai, se glielo si chiede, ma anche d’ufficio,  una conferma da altri medici.
 - Il motivo della ricerca del consenso  del paziente  ha lì  un sapore  di casualità residua, di  astrattezza;  di fatto diventa  un quid evanescente, comunque la negoziazione non si nutre di quella linfa di pervasività esistenzial/metropolitana, articolata in una sequenza di voci sostanziali, di tasselli  quotidiani, cittadini, funzionali,  di cui si dirà più sotto.
  - Manca  nella 180 la previsione di un  controllo forte, effettivo, pugnace, capillare,  come quello che dovrà-potrebbe-dovrebbe assicurare l’amministratore di sostegno, o un curatore-guardiano apposito, magari attraverso gli assistenti sociali.
 - C’è in sede di t.s.o. una sostanziale   indifferenza per gli aspetti civili (che non siano puramente economici, che non siano urgenti)   della vita del paziente sequestrato in ospedale; manca cioè ogni riferimento alla liquidità, al focolare, alla quotidianità lavorativa, alla famiglia, all’affettività, alla socialità, alla cultura:  proprio cioè  le cose più importante.
 - Non si comminano esplicitamente  sanzioni rispetto all’eventualità di abusi, per  eccesso o per difetto, da parte degli operatori.

 E’ una normativa che  diventa poi  un blocco ingombrante,  perchè costringe ogni trattamento vincolante, di tipo esistenziale/sanitario, a  prescindere dalla parte  strettamente medica: cosicché le Pamele potranno morire.  Un sorta  di corpo sempre più estraneo  dalla  normativa tendenziale  della  fragilità, che è cresciuta  via via, nel corso degli ultimi decenni  in  direzioni sempre più  realistiche, garantistiche, di  attenzione alle prerogative, alla cittadinanza, alla responsabilità,  .
  Oltre tutto un testo  che – salvo che in certe zone d’Italia, dove esiste a monte  un ‘territorio preparato’, in grado di svolgere i vari compiti di contorno    – non  vale a sventare  possibilità di oblio, di sparizioni, di sadismi, che spesso in effetti si verificano:  con risultati di frequente macelleria, al buio e nella solitudine,  per gli sventurati utenti.


16 - linee della nuova gestione

La  nuove linee    istituzionali  per l’universo della vulnerabilità/rischiosità,  dovranno comportare, allora,    un percorso complesso e pluriarticolato.
 
     -   ‘Presa  in  carico’ a livello comunale, presso l’Assessorato alle Politiche Sociali (inteso come Soggetto aggregatore/organizzatore  di tutte le Autorità, pubbliche e private, di tutte le Risorse, Associazioni private, Agenzie, Onlus, Centri sociali, Ordine pubblico, Fondazioni, Gruppi, Comunità, Ordini professionali, Caritas, Acli, Enti esponenziali, Agglomerati spontanei   . competenti  della città), per tutti i fragili di una certa gravità

   -   Concezione esistenziale della ‘Salute’,  individuale e collettiva; nozione promozionale, affluente, realizzatrice, della ‘Fragilità’ e della risocializzazione

   -   ‘Progetto di vita’ / Identikit pulsionale-dinamico  per l’interessato

   -   ‘Negoziazione-Consenso’ come passaggio secolarizzato, centrale, che lega sia pur orientativamente tutti gli stipulanti

   -    Eventuale  introduzione nel caso singolo  dell’ ‘Amministrazione di sostegno’

   -    Possibili momenti   di ‘Impositività-Vincolatività’, previsti nel progetti, se possibile approvati a monte dalla persona fragile;   all’occorrenza fatti valere in concreto, sempre nel rispetto della dignità dell’individuo.

# 17 - Progetto di vita: Chi gestisce la fragilita’  a rischio?

 La regia nella gestione dei soggetti  fragili, in un’ottica esistenziale e ‘non lombrosiana’ del disagio,   non potrà che essere affidata, come s’è detto, all’Assessorato alle Politiche sociali del Comune in cui vive la persona: a tale fulcro  farà capo il cordinamento generale dei Servizi, del terzo settore, del volontariato metropolitano;  la collaborazione poi con l’ufficio dell’Anagrafe; tutto  il resto infine, ossia risorse, banche-dati,  sportelli, formazione, albi,  comunicazione con la popolazione,  eventi informativi, indirizzi, professionisti disponibili, artigiani, sinergie,  protocolli con le banche, ausilio agli amministratori di sostegno in carica.
 Il modello  orientativo sarà dunque = sempre   Assessorato welfare  + (integrato, accompagnato, coadiuvato, dalle)  autorità e realtà cittadine inerenti ai  settori  volta a volta messi in gioco:
  (a) + giudice ad esempio
  (b) + sanità
  (c) + scuola
  (d) + lavoro
  (e)  + carcere
  (f)  + tempo libero, arte, cultura
  (g)   …….

#18  -  Negoziazione  e consenso

 Il consenso va atteggiato in questa piattaforma  come descrizione  e accettazione, da parte del fragile,  di un  “suo”specifico  piano esistenziale a lungo respiro;  un pacchetto identitario progettuale a 360°:   budget exist,  comunità affidabili, recuperi scolastici, residenzialità, psicoterapie, sostegno economico, ginnastica, biblioteche, viaggi, concerti, sky,  social,  scuola, formazione,  master, supporti familiari, aiuto legale, laboratori,  start up, ecologia personale, borse, lavori, artigianato, cucina, prospettazione di tutti gli scenari possibili.
 Altre voci significative: spingere verso il bene, esaltazione del  senso comune,  riabilitazione fisica,  terapie di fitness, asili, doposcuola,  verde, mercatini, erasmus,  occupazioni, birdwatching, arte,  festival, mostre,  danza, teatro, video, coinvolgimento famiglia, degli amici, tecnologie,  abbonamenti, sport.  
 Ancora: assunzione di compiti  precisi da parte dell’assistito, solidarietà a doppio senso,   responsabilità del fragile per i danni,  pagamento delle bollette, austerità, forza contrattuale, serietà, pressioni dolci, spiritualità, persuasione, mitezza, comprensione, lievità, riconciliazione, pacificazione familiare,  gioco leggero di sanzioni in casi di disobbedienza, maturità, dimensione adulta, alleanza, diligenza, garbo, professionalità.  


# 19 –livelli  di trattamento vincolante

 Sui terreni  in parte de iure condito, in parte de iure condendo,  occorre avviarsi   quindi alla messa a punto -  per quanto concerne i momenti dell’impositività,  rispetto a soggetti “contrari a fare o non fare quanto sarebbe loro  indispensabile” - di un protocollo per buona parte unitario,  articolato in  due fasce distinte d’intervento possibile.

Fascia dei “momenti esistenzial-sanitari”:  nei confronti cioè di soggetti che, pur a rischio, come Pamela,  non appaiono in effetti  bisognosi  di  trattamenti sanitari (imposti):     sarà il Gt a decidere qui  il da farsi, minuziosamente, per l’assistito non collaborativo, dopo una consultazione  con  esperti non necessariamente medici, versati semmai sul terreno psicologico o sociologico

Fascia dei “momenti sanitari in senso stretto”,  nei confronti cioè di soggetti a rischio  bisognosi di  veri e propri trattamenti  medici:  Il Gt si appoggerà qui, per le sue decisioni, in caso di riottosità,  sull’operato di un sanitario o di un istituto o di un ente specializzato, pubblico o sotto il controllo pubblico

Gli  elementi in comune, per le Pamele del futuro e per chiunque ‘non ce la faccia completamente da solo’,  resteranno allora, tra le due fasce suindicate:  la presa in carico iniziale: il Progetto esistenziale di partenza, eventualmente iscritto nella Carta d’identità; il ruolo organizzativo di fondo affidato all’Assessorato alle politiche sociali del Comune; la Negoziazione con la persona, nel senso pervasivo-realistico sopra indicato; la nomina eventuale di un Amministratore di sostegno; un decreto giudiziale minuzioso, capillare, preciso;  la previsione di una Responsabilità per gli operatori, sul piano civile  e amministrativo,  in caso di mancanze.  Tempo del vincolo massimo,  comunque rinnovabile,  da stabilire (un mese, due …);  ogni grammo di ‘impositività  in più’ bilanciato, sapientemente,  con un ‘corrispondente aumento’ sul piatto  delle  garanzie,  Controlli sempre forti, quotidiani o periodici, personale tecnico organizzato, telecamere, privacy,  riscontri, verifiche, rendiconti;   spazi effettivi di reclamo, di  dialogo, di possibile protesta deburocratizzata,  per l’assistito, anche su facebook, su instagram, filo diretto col Comune e  col Tribunale. Decadenze automatiche senza una conferma  circa i  buoni risultati raggiunti.