Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 26/07/2019

Andrea Tarabbia Il peso del legno - Niccolò Nisivoccia

“Portare la croce”, si dice. Cioè farsi carico di un peso, di un dolore, di una sofferenza; sentirne la responsabilità, anche, e dunque assumersi il compito di provare a porvi riparo, prendersene cura. Prima ancora, saper riconoscere un'invocazione di aiuto, intercettare uno sguardo che ci chiede un gesto, stringere una mano che cerca conforto. Saper dare una carezza, prestare ascolto; essere presenti, a noi stessi in primo luogo. Essere vigili, e pronti. Cosa significa, vivere, se non questo? Come sarebbe possibile, vivere in mezzo e vicino agli altri, fuori da questa disponibilità a condividerne le storie? A portare la croce, appunto, insieme a loro? Occorrono forza e coraggio, naturalmente, ed è lecito domandarsi: ne sarò capace, avrò le spalle abbastanza larghe, saprò sopportare le conseguenze di un fallimento, lo strazio di una morte, il vuoto della solitudine? Ma non è dato scegliere, comunque sia: la vita chiama a queste responsabilità anche se non le si vuole, anche se vi si sfugge, anche se e quando si crede di averla fatta franca.
Sono questi i temi, espliciti o sottotraccia, al centro del libro di Andrea Tarabbia “Il peso del legno”, pubblicato da Enne Enne Editore (pp. 205, € 14). Ed è un libro bellissimo: terso, nella forma quanto nei contenuti, e perfino emozionante nelle suggestioni di molti generi che vi risuonano, sovrapponendosi le une alle altre. In realtà il centro del libro, inteso come il suo punto di partenza, è l’episodio evangelico nel quale Simone di Cirene aiuta Gesù a portare la croce, o meglio il patibulum (che della croce è il legno orizzontale), verso il Golgota, dove Gesù verrà crocifisso e dove lo stipes (il legno verticale) è stato già conficcato nel terreno. L’episodio ha narrazioni diverse in ciascuno dei vangeli, e “Il peso del legno” è innanzitutto un'indagine su alcune delle sue possibili interpretazioni alla luce delle differenze, piccole e grandi, fra l’una e l'altra narrazione. Solo nel Vangelo di Luca, ad esempio, Simone sembra prendere la croce senza esservi costretto dai centurioni bruscamente, e forse non a caso José Saramago scelse proprio un passo di Luca come epigrafe del suo “Vangelo secondo Gesù Cristo”, nel quale addirittura il gesto dei centurioni di chiamare Simone assume un valore di gentilezza e pietà verso Gesù; ed è sempre solo Luca a far camminare Simone dietro Gesù anziché davanti a lui, quasi come una “prefigurazione del dolore e della fatica dei cristiani che si faranno carico del lascito di Cristo”.
Quasi subito, però, sull’episodio evangelico Tarabbia innesta episodi che riguardano la sua storia personale, la sua intimità, ed è a partire da qui che l’indagine si allarga, che il libro prende anche altre strade. È il padre, in particolare, l’elemento intorno al quale le riflessioni si intrecciano: quella intorno a Simone di Cirene e al significato del suo gesto, da un lato, e quella intorno al gesto di portare la croce in una prospettiva laica e più generale, da un altro lato.
Quando suo padre aveva avuto un infarto, dopo il quale non sarebbe stato mai più lo stesso di prima, Tarabbia non era corso da lui. A quell’epoca era ancora un ragazzo, faceva il supplente in una scuola e si trovava in classe, dove aveva appena distribuito i fogli per una verifica. Al telefono, era stato immediatamente tranquillizzato: il padre era fuori pericolo, e con lui c’era la madre. Da parte sua riuscì a dire solo queste parole: “Ma io non posso venire, ho la verifica”. In quelle ore, a prendersi cura di suo padre erano stati altri: l’amico che l’aveva avvisato e tranquillizzato, e la madre. “Io”, scrive Tarabbia, “mentre tutto questo succedeva, sedevo in una classe e pensavo che, per un paio d’ore ancora, la mia vita non sarebbe cambiata e rinviavo il momento in cui mi sarei caricato sulle spalle questa croce. Recentemente, qualcuno mi ha detto che, tra qualche anno, saprò essere più indulgente con la debolezza che il me di diciassette anni fa dimostrò: ma fino ad allora, papà, continuerò a pensare che in quelle ore, e solo in quelle, io non sia stato abbastanza figlio”.
Ognuno è destinato, prima o poi, nella vita, a portare la propria croce, leggera o pesante che sia, che lo voglia o non lo voglia. Forse non è giusto, perché un uomo è solo un uomo, “non un dio o un Figlio che muore inchiodato ma che, morendo, conosce già il proprio riscatto e il proprio regno”; e tuttavia è inevitabile. È questo che sembra voler dire Tarabbia. Riuscendo davvero ad assolvere a quel compito che secondo Giorgio Caproni spetta, o dovrebbe spettare, ai poeti: “portare al giorno quei nodi di luce che non sono soltanto dell’io ma di tutta la tribù”.