Interessi protetti - Professionista -  Alessio Anceschi - 17/04/2018

Ancora interpretazioni fuorvianti in tema di recupero del credito professionale forense - Cass. civ. sez. U. 23.2.2018 n. 4485

Le sezioni unite della Cassazione si sono recentemente pronunciate in materia di compenso professionale forense che ha portato all'affermazione del seguente principio di diritto: "A seguito dell'introduzione dell'art. 14, d.lgs. 150/2011 la controversia di cui all'art. 28, l. 794/1942 come sostituito dal citato decreto, può essere introdotta o con ricorso ai sensi dell'art. 702 bis c.p.c. che dà luogo ad un procedimento speciale sommario, disciplinato dal combinato disposto dell'art. 14 e degli artt. 3 e 4, d.lgs. 150/2011 e dunque dalle norme degli artt. 702 bis c.p.c. e ss. salve le deroghe previste da dette disposizioni o con procedimento per decreto ingiuntivo ai sensi dell'art. 633 c.p.c. e ss., l'opposizione avverso il quale si propone con ricorso ai sensi dell'art. 702 bis c.p.c. e ss. ed è disciplinato come sopra, ferma restando l'applicazione delle norme speciali che dopo l'opposizione esprimono la permanenza della tutela privilegiata del creditore e segnatamente gli artt. 648, 649 e 653 c.p.c.
Resta invece esclusa la possibilità di introdurre l'azione sia con rito di cognizione ordinaria e sia con quello del procedimento sommario ordinario codicistico di cui agli artt. 702 bis c.p.c. e ss."

Dalla pronuncia delle sezioni unite appare quindi evidente che l'azione di recupero del credito professionale forense per attività giudiziale civile possa essere esperita esclusivamente con ricorso speciale sommario o con decreto ingiuntivo.
La conclusione di principio alla quale addiviene la pronuncia non appare tuttavia condivisibile laddove esclude categoricamente la possibilità di introdurre il procedimento mediante atto di citazione ordinario od (addirittura) ricorso sommario ordinario.
Và innanzi tutto evidenziato, per evitare eventuali confusioni che il tema della materia affrontata attiene esclusivamente il recupero per via giudiziale dei compensi professionali dovuti per l'attività giudiziale civile (e per quella stragiudiziale connessa) rimanendovi escluse tutte le altre ipotesi in cui il thema decidendum originario sia diverso (compensi penali od esclusivamente stragiudiziali …) o comunque più ampio (casi in cui l'avvocato eserciti anche altre azioni), posto che la disciplina speciale si applica esclusivamente all'ambito disciplinato dall'art. 28, l. 794/1942 che attiene appunto, esclusivamente ai compensi dovuti per l'attività giudiziale civile.
Che la disciplina speciale si applicasse sia ai procedimenti direttamente introdotti in forma sommario che alle opposizioni ai decreti ingiuntivi aventi ad oggetto la materia dei compensi professionali per l'attività giudiziale civile è un principio che trovava applicazione già nel regime previgente alla riforma del 2011, ancorchè talvolta disapplicata.
La vera novità della riforma risiede piuttosto nel rendere tale procedimento, nella materia trattata, obbligatorio, escludendosi la possibilità di esperire il rito ordinario come era invece in precedenza.
la riforma della materia è infatti inserita nel d.lgs. 1.9.2011 n. 150 riguardante la riduzione e la semplificazione dei riti, finalizzata a ridurre i riti applicabili speciali a quelli generali già esistenti ovvero al rito del lavoro ed al rito sommario di cognizione.

Diversamente da prima, pertanto, non è più possibile seguire il rito ordinario, se così attivato dall'avvocato, al fine di ottenere la liquidazione dei compensi professionali forensi per l'attività giudiziale civile.
La sentenza in commento risulta tuttavia particolarmente miope nella sua conclusione finale, laddove pare (parrebbe) escludere categoricamente la possibilità di introdurre il procedimento mediante il rito ordinario oppure (addirittura) mediante il rito sommario di cognizione ordinario.
Tale conclusione risulta infatti illogica e contraddittoria nel limite in cui ignora completamente il disposto di cui all'art. 4, d.lgs. 150/2011 (che pure richiama) che impone al Giudice l'obbligo di conversione del rito in quello disciplinato dalla norma (art 14, d.lgs. 150/2011) qualora il procedimento sia stato introdotto in forma diversa.  
L'art. 4, d.lgs. 150/2011 costituisce peraltro l'espressione del principio di conservazione degli atti giuridici che risulta totalmente in linea con le finalità della riforma tesa, a semplificare, piuttosto che aggravare, la procedura giudiziaria.
Ne consegue che, il vero senso logico dell'impianto riformista del d.lgs. 1.9.2011 n. 150 non è l'esclusione di una tipologia di atto introduttivo piuttosto che un altro (con conseguente declaratoria di inammissibilità od improcedibilità) bensì l'imposizione di un rito specifico, ovverosia quello "sommario" derivante dalla materia della controversia, imponendone una trattazione rigorosamente sommaria i virtù della "tutela privilegiata del creditore".
Peraltro, non si spiegherebbe perché l'art. 4, d.lgs. 150/2011 consenta la conversione del rito se l'azione introduttiva non potesse astrattamente essere introdotta mediante atto di citazione.
Diversamente da quanto apparirebbe evidenziarsi in virtù della conclusione di principio assunta dalle sezioni unite, deve quindi ritenersi che l'azione in esame possa legittimamente essere introdotta mediante atto di citazione, spettando poi al Giudice del merito, l'onere di convertire il rito, entro la prima udienza, in ragione della materia ontologicamente  "sommaria" e necessariamente da trattarsi come tale.
Molto più illogico risulta altresì l'esclusione del ricorso sommario di cognizione posto che quello "speciale" disciplinato dal combinato disposto di cui agli artt. 3, 4 e 14, d.lgs. 150/2011 costituisce semplicemente una species di quello previsto dall'art. 702 bis c.p.c.
Il discrimine non deve quindi essere effettuato in ragione dell'atto introduttivo (ricorso ex art. 28, l. 7934/1942, ricorso ex art. 702 bis c.p.c., atto di citazione o decreto ingiuntivo) bensì in ragione della materia, alla quale consegue necessariamente un rito speciale sommario.
Occorre quindi nuovamente evitare una lettura distorta e rigorosa della pronuncia giudiziale, come già fatto in passato con altre pronunce.
Leggendo la sentenza delle sezioni unite in commento appare evidente che i Giudici della Cassazione non abbiano letto il mio libro sul credito professionale forense ("Il compenso dell'avvocato", Giuffrè, 2017), cosa di per sé ampiamente scusabile, ma soprattutto non abbiano adeguatamente considerato il disposto di cui all'art. 4, d.lgs. 150/2011 che pure viene citato nella sentenza, cosa che, trattandosi di una norma giuridica, appare molto meno giustificabile.
Nelle motivazioni della sentenza, le sezioni unite fanno riferimento al mutamento del disposto dell'art. 28, l. 79471942 ("procede") interpretandolo in modo imperativo e facendone derivare l'interpretazione dal mutato contesto processuale della riforma.
"L'utilizzo dell'attuale art. 28, l. 79471942 di una forma verbale imperativa è ora avvenuto in un contesto di evoluzione dell'ordinamento tendente a semplificare le forme processuali con esclusione dell'osmosi tra quella speciale di cui al procedimento sommario e quella ordinaria ed in secondo luogo ed in stretta correlazione che, come sottolineato da parte della dottrina, il procedimento sommario, a differenza dellantico procedimento camerale di cui all'art. 737 c.p.c. e ss. presenta un corredo di norme negli artt. 702 bis c.p.c. e ss. e negli artt. 3 e 4, d.lgs. 150/2011, che formalizzano le regole del suo svolgimento".
Da tale assunto le sezioni unite giungono ad ipotizzare la menzionata declaratoria di principio in virtù del quale il procedimento sommario speciale abbia carattere esclusivo.
Come già detto, la conclusione appare condivisibile esclusivamente nel limite in cui si riferisce al procedimento di trattazione che deve necessariamente seguire il rito sommario speciale.
Tale ragionamento non risulta invece condivisibile e merita invece di essere ampiamente censurato laddove, invece, impone uno specifico atto introduttivo, escludendone altri (citazione).
In primo luogo, la riforma sulla semplificazione dei riti era finalizzata a semplificare i tempi del giudizio e non ad escludere delle forme di atti introduttivi la cui sopravvivenza era già garantita dal principio di conservazione degli atti, espresso da diverse norme processuali generali.
Risulta tuttavia decisivo il disposto di cui all'art. 4 co. 1°, d.lgs. 150/2011 in virtù del quale " Quando una controversia  viene  promossa  in  forme  diverse  da quelle previste dal presente decreto, il giudice dispone il mutamento del rito con ordinanza".
Tale disposizione, che impone al Giudice di convertire il rito in quello sommario speciale entro la prima udienza, non esclude ed anzi presuppone implicitamente la possibilità di introdurre il procedimento in forma diversa da quella del ricorso sommario speciale, limitandosi ad imporne la conversione.
Contrariamente a quanto potrebbe dedursi dalla declaratoria di principio espressa dalla sezioni unite, il rito sommario speciale è obbligatorio ma non certo la forma dell'atto introduttivo il quale, così come in passato, può continuare sia un ricorso che un atto di citazione.
Ne consegue che il procedimento per il recupero del credito professionale dovuto per l'assitenza legale in sede giudiziaria civile può tranqueillamente essere introdotto con atto di citazione, così come con ricorso sommario nominalmente denominato "ex art. 702 bis c.p.c.", senza che ciò comporti declaratoria di inammissibilità od improcedibilità, con l'unica conseguenza che il rito dovrà essere convertito entro la prima udienza, anche d'ufficio ("il Giudice deve …")  in quello sommario di cognizione speciale.
Risulta più opportuno porre l'accento sulle continue resistente della giurisprudenza ad applicare  adeguatamente il rito speciale che la stessa Cassazione assicura essere espressione di "una tutela creditoria privilegiata", che molto spesso non è ancora tale nella pratica del diritto.
Molto spesso la giurisprudenza continua infatti a non disporre il mutamento del rito, continuando a trattare in forma ordinaria un rito di per sé stesso ontologicamente sommario, con grande pregiudizio dell'esercente della professione forense che si vede in questo modo leso dei suoi diritto fondamentali.
Il caso processuale dal quale la pronuncia delle sezioni unite ha preso le mosse risulta piuttosto interessante sotto il profilo della competenza, dove esistono effettivamente maggiori complessità in relazione all'applicazione necessaria della disciplina prevista dagli artt. 3, 4 e 14, d.lgs. 150/2011.
La problematica attiene all'individuazione della competenza per territorio e per materia in ordine all'ipotesi di recupero del credito professionale forense per attività giudiziale civile prestata in più fori diversi od in più gradi di giudizio.
Problematica questa che non pare essere stata adeguatamente risolta dalla giurisprudenza.
Le norme generali imporrebbero di esperire un unico procedimento verso il medesimo cliente, anche nella suddetta ipotesi della molteplicità di cause eterogenee (innanzi a fori diversi) anche in virtù del divieto di parcellizzazione del credito. La questione merita senz'altro un maggiore approfondimento interpretativo, sia dalla giurisprudenza che dalla dottrina,  rispetto al "falso problema" dell'atto introduttivo.