Amministrazione di sostegno - Generalità, varie -  Redazione P&D - 29/03/2019

Amministrazione di sostegno - "Il manifesto, 29 marzo 2019" - Alberto Olivetti conversa con Paolo Cendon

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Sono con Paolo Cendon, docente universitario e avvocato, che ha fatto del “diritto dei più fragili” ( è il titolo di un suo volume uscito da Rizzoli nel 2018) il tema centrale del suo impegno professionale e civile.

Dai suoi lavori scientifici, e dalla ‘bozza Cendon’ del 1986, ha tratto ispirazione la legge sulla amministrazione di sostegno approvata dal Parlamento nel 2004, che intende fornire protezione a quanti colpiti da forti menomazioni fisiche o mentali hanno bisogno di aiuto nella gestione e nella tutela dei propri interessi.

L’ispirazione, soprattutto nelle intenzioni del prof. Cendon, è eroica perché vuole fare prevalere la logica e le ragioni della vita anche nelle situazioni più difficili e compromesse.

Le interpretazioni e le applicazioni della legge, tuttavia, non sempre si mantengono all’altezza di questo principio. A proposito di questi non infrequenti décalages tra spirito e interpretazione della legge sottopongo alcuni punti alla riflessione del prof. Cendon, anche a nome di una cerchia più vasta di amici, assai preoccupata di uno specifico caso concreto.

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# 1 - Lo scopo della legge è quello di conferire priorità assoluta ai bisogni della persona beneficiaria. Nei fatti accade di frequente, per fini molto spesso non dichiarabili, che prenda il sopravvento il calcolo economico e la logica della preservazione dei beni.
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La ’qualità della vita’ - del beneficiario, come realtà da preservare/recuperare - è il criterio base dell’Amministrazione di Sostegno (AdS). 
Il legislatore del 2004 sottolinea ciò in maniera quasi ossessiva: agio, pulizia, ascolto, sempre il meglio che si può, igiene, confort, tepore, gradevolezza, ogni articolo, dal 404 c.c. in poi, ripropone quel motivo in varie salse. 
Ciò che conviene esistenzialmente all’assistito è quanto occorrerà (a) apprestare giudizialmente, (b) realizzare praticamente; ciò che frustra o delude la persona, fisicamente o psichicamente, è per definizione sbagliato, illecito. 
Dominano per il diritto i ‘bisogni’ del fragile, come fatto oggettivo e uniforme (mangiare bere dormire respirare), contano poi le ‘aspirazioni’, i desideri, come passaggio individuale, magari strambo o idiosincratico (dire fare baciare lettera testamento); se occorre bisognerà armonizzarli. 
Fra il livello dei sogni, irreali o esagerati, e quello del patrimonio, non proprio da Rockfeller, c’è un conflitto? In tal caso andranno abbassate le pretese: antipsichiatria e dissipazione no grazie. 
Per l’Autorità, la prima cosa da fare entrando nella vita altrui rimane, in ogni caso, l’inventario delle necessità giornaliere, delle concrete esigenze; dopodiché avranno le mani legate sia il magistrato sia il vicario. Il beneficiando è anziano, centenario? Non cambia niente, sarà il suo ‘best interest’ a orientare tutti, a comandare: quel che si può si deve fare.

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# 2 - La legge conferisce di fatto all’amministrazione di sostegno un potere sulla vita del beneficiario, essendo unico responsabile sia dei suoi beni che della gestione della sua salute. Ritieni che l’approssimativo controllo ex post del giudice tutelare sia sufficiente a impedire abusi o anche più semplicemente forme di disinteresse burocratico dei bisogni più autentici del beneficiario?
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Non è proprio così.
Chi conferisce all’Amministratore i poteri è non tanto la Legge, bensi il Giudice tutelare. 
E il giudice non può essere un despota: dovrà allestire un decreto che tratteggi la ricerca e il presidio della miglior qualità di vita, per ‘quel’ beneficiario; oggi, subito, puntigliosamente, altrimenti il provvedimento sarà impugnabile. 
Il soggetto fragile, se è uno che ci sta con la testa, manterrrà intatta la propria sovranità; avrà semplicemente - per le cose che stenta a fare da solo (carrozzina, cecità) - qualcuno accanto, in grado di farle in sua vece: volendo se le farà lui comunque, da solo. 
Se invece è uno che sbanda mentalmente, che rischia di combinare guai (droghe, alcol, gioco, Alzheimer), allora il giudice gli toglierà un po’ di sovranità, momentaneamente. 
Sempre un vestito su misura comunque; tagliato in funzione della più ampia ‘fragranza quotidiana’ per lui: cyclette, tipo di badante, materasso adatto, scuola, domotica, bagno attrezzato, sky, vacanze, tempo libero, ascensore. “Come stai, cosa ti serve, sei contento così?”, ecco la chiave, sempre quella, fin che possibile.

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# 3 - La legge riconosce giuridicamente solo i parenti del beneficiario, escludendo da qualsiasi possibilità di partecipazione e controllo persone a vario titolo a lui affettivamente legate. Essendo molto spesso il parente del beneficiario anche suo erede, si finisce in questo modo per facilitare, soprattutto nel caso di un consistente asse patrimoniale, una gestione dell’istituto profondamente difforme dallo spirito originario del legislatore.
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Non sono essenziali I familiari nell’AdS. ‘Fratelli coltelli’, ‘parenti serpenti’, il legislatore lo sa bene, un po’ diffida. E’ nel focolare che andrà cercato, in prima battuta, l’amministratore; ok, ma se ci sono motivi per fare diversamente il giudice pescherà altrove; e comunque il familiare-amministratore dovrà fare giorno per giorno ‘the best’ per il congiunto. Altrimenti, se ragiona da futuro erede, con spirito taccagno, in comprovato conflitto d’interessi, andrà rimosso.
Vero, gli amici del beneficiario sono stati un po’ trascurati dal legislatore; ma i principi generali restano dalla loro parte. L’amico caro, se vede che le cose non funzionano, può avvertire il Giudice tutelare, oppure il Pubblico ministero, oppure i Servizi sociali: i quali dovranno poi controllare, intervenire. Spesso va così, l’amministratore trucido finisce rimosso. Anche se questo è, in effetti, un punto su cui occorre ancora lavorare, nel territorio, organizzando meglio la vigilanza; troppo spesso le cose vanno per le lunghe, assurdamente …

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# 4 - Nel caso in cui si arrivi all’accertamento di abusi per quale strada il beneficiario può ottenere un risarcimento per i danni subiti.
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Una volta sostituito l’amministratore ‘sordo e cieco’, il nuovo amministratore potrà/dovrà (autorizzato dal giudice) citare quello precedente per danni.
Quando al beneficiario non sia stato tolto un grammo di sovranità (comunque non il potere di agire in giudizio) potrà pensarci lui stesso; si rivolgerà all’avvocato, come e quando vuole, non ha bisogno del permesso di nessuno.
Più complicato citare per danni il Giudice tutelare o il Pubblico ministero, i quali si siano dimostrati, dopo segnalazioni varie, sordi e ciechi a loro volta (una sorta di complici oggettivi).
La cosa è in teoria possibile, pur se non esistono ad oggi precedenti. 
È vero però che giudici e p.m. ogni tanto se ne infischiano, clamorosamente; sarà bene allora perseguirli civilmente, ove ci siano gli estremi: dimostrando che entrambi potevano, senza proprio spolmonarsi, fare meglio. 
Anche il Servizio sociale inefficiente sarà, se del caso, “responsabiizzabile” ex post.
Danni poi - ricordiamolo - significa sia danni patrimoniali sia non patrimoniali: ossia ‘biologici’ (per colpa vostra mi sono ammalato, sono piombato nella depressione), ‘esistenziali’ (mi avete fatto fare una vita da cani), ‘morali’ (umiliazioni, sofferenze, lacrime).

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