Amministrazione di sostegno - Amministrazione di sostegno -  Valeria Cianciolo - 18/05/2019

Amministrazione di sostegno. Il beneficiario può donare, salvo che gli sia espressamente vietato. Nota a Corte Costituzionale, 10 maggio 2019 n. 114

Con la sentenza del 10 maggio 2019 n. 114, la Consulta ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 774, 1 co., primo periodo, del codice civile, sollevate dal Giudice tutelare del Tribunale ordinario di Vercelli, in riferimento agli artt. 2 e 3, 1° e 2° comma, della Costituzione.

Il caso sottoposto all'attenzione del G.T. Di Vercelli, riguardava una donna, che a seguito degli esiti di una emorragia cerebrale, era divenuta incapace di provvedere ai propri interessi in modo autonomo. Le veniva pertanto, nominato un amministratore di sostegno il cui ufficio era ricoperto dalla sorella, con l’incarico di compiere, in nome e per conto della beneficiaria, tutti gli atti di ordinaria e di straordinaria amministrazione. L’amministratore di sostegno “facendosi interprete della volontà della beneficiaria”, chiedeva successivamente al Giudice tutelare di ottenere l’autorizzazione a concludere, in nome e per conto della beneficiaria, una donazione di modico valore, in denaro, a favore della figlia della beneficiaria stessa, prossima al matrimonio.

L'ordinanza del 19 febbraio 2018 affermava che: “Ritenere che i beneficiari di amministrazione di sostegno non possano porre in essere valide donazioni, neppure con le forme abilitative previste dal panorama normativo, confligge con gli artt. 2 e 3, primo e secondo comma della Costituzione.” Pertanto, l’assoluta incapacità di donare in capo al beneficiario di amministrazione di sostegno, che discende dall' applicazione dell’art. 774, co. 1, c.c. rappresenta un ostacolo di ordine sociale che svilisce lo sviluppo della personalità umana. Il G.T. Di Vercelli conclude ritenendo essere rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 774, comma 1, c.c. per contrasto con gli artt. 2 e 3, commi 1 e 2, Cost., nella parte in cui non prevede che siano consentite, con le forme abilitative richieste, le donazioni da parte del beneficiario di amministrazione di sostegno.

E'  cosa incontestata che la L. 9 gennaio 2004, n. 6 non abbia disciplinato, in modo espresso, la capacità di donare del beneficiario, lasciando, sulla questione, molte ombre mai dissipate dalla giurisprudenza. La legge in verità – e la Corte Costituzionale lo rammenta - non contiene alcun raccordo con le disposizioni in materia di atti personalissimi, come la donazione, il testamento e il matrimonio, atti dei quali, invece, le norme dello stesso codice civile relative a minori, interdetti e inabilitati si occupano con chiere e apposite norme. Come è noto, l'art. 774, 1 co., primo periodo, del codice civile dispone che “Non possono fare donazione coloro che non hanno la piena capacità di disporre dei propri beni.” La natura della donazione e la sua peculiarità di contratto con il quale il disponente si depaupera a fronte dell’arricchimento della controparte per spirito di liberalità ben spiegano, da un lato, come la norma disponga che può validamente donare solo colui che abbia la piena capacità di disporre dei propri beni; dall’altro, la peculiarità della disciplina della capacità di donare, improntata alla tutela del donante1.

È innegabile, che il beneficiario subisca, attraverso il decreto del Giudice tutelare, una modificazione della capacità d’agire2 - ed è la premessa da cui muoveva l'ordinanza del G.T. Di Vercelli – ma è anche vero che rispetto all'interdizione e all'inabilitazione, l'ambito di applicazione dell'amministrazione di sostegno va individuato con riguardo non già al diverso, e meno intenso, grado di infermità o di impossibilità di attendere ai propri interessi del soggetto carente di autonomia, ma alla maggiore idoneità di tale strumento ad adeguarsi alle esigenze di detto soggetto, in relazione alla sua flessibilità ed alla maggiore agilità della relativa procedura applicativa. Quindi, tutto ciò che il giudice tutelare, nell’atto di nomina o successivamente, non affida all’amministratore di sostegno, resta nella piena disponibilità del beneficiario. La disciplina della L. n. 6 del 2004 delinea una generale capacità di agire del beneficiario dell'amministrazione di sostegno, con esclusione di quei soli atti espressamente menzionati nel decreto con il quale viene istituita l'amministrazione medesima. Ne consegue che il giudice - che, non casualmente, è il giudice tutelare, e cioè una figura cui sono normalmente affidate funzioni riconducibili all'amministrazione di interessi ed alla vigilanza ed al controllo (più che alla soluzione di controversie tra parti che contendano su di un diritto) - si limita, in via di principio, ad individuare gli atti in relazione ai quali ritiene necessario l'intervento dell'AdS, senza peraltro determinare una limitazione generale della capacità di agire del beneficiario.

Centrale diventa la portata dell'art. 411 c.c., secondo la Consulta: il richiamo agli artt. 374 e 375 c.c., espresso dall'art. 411, 1° co., c.c., pone l'attenzione sulle autorizzazioni che l'amministratore di sostegno deve richiedere, per il compimento degli atti individuati in tali articoli. Nel decreto di nomina sono espressamente indicati gli atti che l’amministratore ha il potere compiere in nome e per conto del beneficiario, nonché quelli che quest’ultimo può compiere solo con l’assistenza dell’amministratore (405, cod. civ.). Ne consegue che la misura presuppone una residua capacità di agire del beneficiario per tutti gli atti che non richiedono la rappresentanza esclusiva o l’assistenza necessaria dell’amministratore, potendo egli compiere in ogni caso gli atti necessari a soddisfare le esigenze della propria vita quotidiana (art. 409, comma 1, cod. civ.).

La riduzione della capacità di agire implica l’applicazione al beneficiario di amministrazione di sostegno, secondo il disposto dell’art. 411, co. 1, c.c., di alcune norme in materia di tutela, e, tra queste, per espresso richiamo, rientra l’art. 375 c.c., che racchiude una norma imperativa che impone l’autorizzazione giudiziale relativamente agli atti di amministrazione straordinaria, ritenuti atti di disposizione.

La dottrina pone una distinzione, in tema di autorizzazioni: laddove il potere dell'amministratore di sostegno, con riferimento all'atto da compiere, sia precisamente determinato, non si vede che utilità abbia la dipendenza del compimento di quell'atto alla richiesta di un'autorizzazione. Al contrario, qualora l'oggetto dell'incarico, attribuito all'amministratore di sostegno, sia previsto nel decreto istitutivo, mediante il riferimento, generico, ad una o più categorie di atti, vi sarà necessità dell'autorizzazione del giudice tutelare, al fine di procedere al perfezionamento dell'atto non specificamente disciplinato dal decreto istitutivo.

L’incapacità di donare, nondimeno, potrà discendere dall’estensione dell’art. 774 c.c., che abbia deciso, nei suoi riguardi, il giudice tutelare, che potrà essere disposta prudentemente, e adeguatamente motivata. La giurisprudenza di legittimità ha d'altro canto, recentemente affermato che il giudice tutelare potrebbe d’ufficio escludere la capacità di donare solo in presenza di situazioni di eccezionale gravità, tali da indurre a ritenere che il processo di formazione e manifestazione della volontà possa andare incontro a turbamenti per l’incidenza di fattori endogeni o di agenti esterni3.

1Bonilini, Manuale di diritto ereditario e delle donazioni, 5ª ed., Torino, 2010, 392.

2Cfr. S. Delle Monache, Prime note sulla figura dell’amministrazione di sostegno: profili di diritto sostanziale, in Nuova giur. civ. comm., 2004, II, 38.

3Cass. civ., sez. I, ordinanza 21 maggio 2018, n. 12460.