Deboli, svantaggiati - Malati fisici, psichici -  Annalisa Gasparre - 03/05/2019

Alzheimer e capacità di stare in giudizio penale - Cass. pen. 11574/17

L’imputato condannato per violenza sessuale sosteneva non essere stato accertata la capacità di stare in giudizio a causa, che sarebbe deficitaria in ragione della sussistenza di una “demenza di Alzheimer con disturbi del comportamento”. Secondo i giudici «le intemperanze umorali dell’imputato erano sufficientemente compensate dal trattamento farmacologico ed erano notevolmente diminuite».
Come noto, ai sensi dell’art. 70 c.p.p., il giudice può disporre una perizia, anche d’ufficio, al fine di accertare la capacità del soggetto di partecipare coscientemente al processo. La capacità di stare in giudizio (partecipazione cosciente al processo) è una valutazione che prescinde dalla presenza di una patologia psichiatrica, anche se grave, bensì è necessario che la persona risulti «in condizioni tali da non comprendere quanto avviene e da non potersi difendere».
Il giudice, secondo valutazioni discrezionali, può decidere di non approfondire la situazione ma deve valutare «se gli elementi dei quali dispone siano sufficienti, o non, ai fini dell’accertamento dello stato mentale dell’imputato». Pertanto, se si convinca autonomamente dello stato di incapacità non disporrà perizia, mentre, a fronte di un fumus di incapacità, il giudice dovrà disporre l’indagine peritale.
Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto la capacità dell’imputato sulla base di alcuni accertamenti, di cui non è specificata in motivazione la natura e le modalità. Infatti, pur dando atto della circostanza che l’imputato risulterebbe affetto da una forma di Alzheimer, ha valutato positivamente la compensazione farmacologica delle “intemperanze umorali” e la loro diminuzione, facendo quindi riferimento a condizioni che, in mancanza di ulteriori specificazioni, paiono riferite più al comportamento che alla capacità di partecipare coscientemente al processo.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 2 febbraio – 10 marzo 2017, n. 11574 - Presidente Savani – Relatore Ramacci
Ritenuto in fatto
1. La Corte di appello di Milano, con sentenza del 26/6/2015 ha parzialmente riformato, riconoscendo all’imputato le circostanze attenuanti generiche e rideterminando la pena originariamente inflitta, la decisione con la quale, in data 14/7/2009, il Tribunale di Pavia aveva affermato la responsabilità penale di C.G. in ordine al reato di cui all’art. 609-bis, comma 2, n. 1 cod. pen. (in omissis).
Avverso tale pronuncia il predetto propone ricorso per cassazione tramite il proprio difensore di fiducia, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, ai sensi dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen.
2. Con un unico motivo di ricorso deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione in relazione al mancato accertamento della capacità di stare in giudizio dell’imputato.
Osserva, a tale proposito, che la difesa aveva documentato, nel corso del giudizio di appello, la sussistenza di una "demenza di Alzheimer con disturbi del comportamento" producendo documentazione medica che induceva la Corte territoriale a rinviare l’udienza la fine di accertare le condizioni dell’imputato.
Lamenta, però, che, alla successiva udienza, la Corte del merito avrebbe deciso di procedere in assenza dell’imputato sulla base del fatto che, dagli accertamenti espletati, "le intemperanze umorali dell’imputato erano sufficientemente compensate dal trattamento farmacologico ed erano notevolmente diminuite", senza tuttavia specificare quali accertamenti sarebbero stati effettuati, non essendo presente agli atti altra documentazione medica oltre a quella depositata dalla difesa.
I giudici dell’appello avrebbero dunque fondato la loro decisione sulla base di una mera presunzione.
Insiste, pertanto, per l’accoglimento del ricorso.
Considerato in diritto
1. Il ricorso è fondato nei termini di seguito specificati.
L’articolo 70 cod. proc. pen. dispone che, quando non deve essere pronunciata sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere e vi è ragione di ritenere che, per infermità mentale, l’imputato non sia in grado di partecipare coscientemente al processo, il giudice, se occorre, dispone, anche di ufficio, una perizia. Se la necessità di provvedere risulta durante le indagini preliminari, detta perizia è disposta dal giudice a richiesta di parte e con le forme previste per l’incidente probatorio, restando sospesi i termini per le indagini preliminari e consentendosi al pubblico ministero il solo compimento di atti che non richiedono la partecipazione cosciente della persona sottoposta alle indagini. Se vi è pericolo nel ritardo possono anche essere assunte le prove nei casi previsti dall’articolo 392 cod. proc. pen.
La disposizione è stata interpretata dalla giurisprudenza di questa Corte nel senso che, per escludere la possibilità di una cosciente partecipazione dell’imputato al processo, non è sufficiente la presenza di una patologia psichiatrica, anche grave, essendo necessario che egli risulti in condizioni tali da non comprendere quanto avviene e da non potersi difendere e ciò in quanto risulterebbe altrimenti impossibile procedere al giudizio nei confronti di soggetti infermi o seminfermi di mente (Sez. 6, n. 25939 del 17/3/2015, Zanetti, Rv. 26380701; Sez. 1, n. 14803 del 7/3/2012, Condello, Rv. 25226701; Sez. 6, n. 2419 del 23/10/2009 (dep.2010), Baldi, Rv. 24583001; Sez. 1, n. 19338 del 11/5/2006, Santapaola, Rv. 23422301).
Quanto all’accertamento dell’incapacità, si è ulteriormente specificato come il giudice possa non procedere ad un approfondimento specialistico, poiché l’espletamento di tale attività rientra nel potere discrezionale del giudice, il quale deve a tal fine valutare se gli elementi dei quali dispone siano sufficienti, o non, ai fini dell’accertamento dello stato mentale dell’imputato (cfr. Sez. 6, n. 31662 del 26/2/2008, Nereo e altri, Rv. 24110501; Sez. 5, n. 13088 del 07/12/2007 (dep.2008), PG. in proc. Boccaccini e altri, Rv. 24000901; Sez. 2, n. 44624 del 8/7/2004, Alcamo ed altri, Rv. 23024601; Sez. 6, n. 3886 del 23/1/1997, P.M. in proc. Tolone, Rv. 20891701), affermando, in altra occasione, che alla luce di un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’espressione "se occorre", contenuta nella previsione dell’art. 70, comma primo, cod. proc. pen., il giudice può non procedere ad approfondimento specialistico se si convinca autonomamente dello stato di incapacità, mentre, a fronte di un "fumus" di incapacità, non può negare l’indagine peritale senza rendere idonea e convincente motivazione (Sez. 5, n. 29906 del 8/4/2008, Notaro, Rv. 24044301).
2. Nel caso di specie la Corte territoriale ha ritenuto la capacità dell’imputato sulla base degli accertamenti disposti - come la citata giurisprudenza, assolutamente prevalente, gli avrebbe consentito - ma la motivazione posta a sostegno della decisione non appare al Collegio sufficiente, in quanto non fornisce alcuna indicazione sulla natura e le modalità dei non meglio precisati accertamenti che avrebbe disposto e, pur dando atto della circostanza che l’imputato risulterebbe affetto da "una forma di Alzheimer", valuta positivamente la compensazione farmacologica delle "intemperanze umorali" e la loro diminuzione, facendo quindi riferimento a condizioni che, in mancanza, anche questa volta, di ulteriori specificazioni, paiono riferite più al comportamento che alla capacità di partecipare coscientemente al processo.
Un simile apparato argomentativo è del tutto inadeguato ed impone pertanto l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio ad altra Sezione della Corte di appello affinché venga posto rimedio alla lacuna motivazionale rilevata.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra Sezione della Corte di appello di Milano.