Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Mario Iannucci - 29/07/2019

Agnese Moro, Adriana Faranda e un carabiniere in meno - Gemma Brandi e Mario Iannucci

Il Fatto Quotidiano ci ha informati, nei giorni scorsi(1), che Agnese Moro e Adriana Faranda torneranno a incontrarsi a Bologna alla fine del prossimo settembre, nell’ambito del Festival Francescano e alla presenza del Vescovo della città. L’incontro tra le due donne, ormai ricorrente, è diventato uno degli emblemi della “giustizia riparativa, restaurativa e riconciliativa”.
    Abbiamo già espresso in diverse altre circostanze la nostra diffidenza nei confronti di operazioni di questo tipo, che assumono in ogni caso una altissima funzione simbolica. Molte persone, senza dubbio intelligenti e preparate (Il Fatto cita ad esempio Gustavo Zagrebelsky), si schierano dalla parte della ‘giustizia riparativa’, che sembra disporsi sul versante di una umanizzazione della giustizia. Strana parola, quella di umanizzazione. C’è infatti da chiedersi cosa significhi essere umani. No Beast So Fierce: è questo il titolo di un bellissimo libro di Edward Bunker, uno che di umanità sofferente e trasgressiva se ne intendeva molto, per avere iniziato assai precocemente (fino da fanciullo) la sua carriera criminale ed esserne uscito, ormai ultraquarantenne, solo dopo aver trovato la sua identità artistica, di scrittore di libri illuminanti sull’uomo che soffre e delinque (una identità, quella artistica di Edward Bunker, che potremmo tranquillamente definire di Espiazione, se non altro nel senso indicato dall’omonimo romanzo di McEwan). Che cosa dire dunque di questo uomo, di cui nessuna bestia eguaglia la ferocia? Potremmo dire che è umano? Sì, lo potremmo dire con incontrovertibile certezza. Chiunque si illuda che l’uomo sia ‘naturalmente’ buono, immediatamente comprensivo dell’altrui sofferenza, pronto a porgere l’altra guancia e a perdonare, si allontana radicalmente e pericolosamente dalla realtà psichica dell’uomo e trasmette un messaggio illusorio.
    La legge del taglione è quella che impera nell’inconscio di tutti gli uomini. Questo dominio assoluto delle pulsioni vendicative si esercita a partire da ciò che ha osservato un altro vero interprete dell’uomo, Robert Musil (2) : “se l’umanità potesse fare un sogno collettivo, sognerebbe Moosbrugger”, che era un assassino ‘seriale’ di prostitute. Pretendiamo che l’altro sia punito per avere avuto la sfrontatezza (talora connotata da follia) di compiere ciò che non siamo nemmeno capaci di ammettere che sia nel novero dei nostri desideri.
    Siamo tutti partecipi e giulivi quando familiari instancabili lottano con successo per assicurare alla giustizia (e dunque alla pena) gli assassini dei loro cari. Siamo contenti se un uomo, in carcere da 22 anni perché condannato per lo stupro e l’assassinio di una donna, viene liberato perché la madre della vittima, attraverso una sua indagine privata, trova da sola il vero colpevole(3), che viene assicurato alla giustizia per la condanna e l’esecuzione penale. Egualmente è del tutto lecito, anche per coloro che si battono per “abolire il carcere”, esultare perché la madre di Andrea Rocchelli, fotoreporter di guerra ucciso in Ucraina, si è battuta con successo per ottenere la condanna a ventiquattro anni di carcere di Vitaly Markin, uno degli assassini di suo figlio(4). Appare non solo lecito, ma del tutto condivisibile, plaudire all’operato di magistrati coraggiosi i quali, sfidando l’andazzo generale che è ormai quello di piegarsi all’onda del prevalente consenso al politico di turno che di quell’onda cavalca la cresta, si sforzano di grattare la superficie brillante del consenso per rilevare se, al di sotto, non si nasconda un verminaio. Ci saranno poi coloro che si indignano perché quel politico, magari condannato a diversi anni di carcere perché corrotto, ne esce prestissimo per i benefici previsti dalla legge; ci saranno invece gli “abolizionisti del carcere” che plaudiranno comunque per quella uscita dal carcere che saranno dispostissimi a ritenere lecita; ci saranno poi gli irriducibili antagonisti di quel politico condannato che non mancheranno di sottolineare i cavilli giuridici che renderebbero illecita la decisione di farlo uscire dal carcere.
    Ma perché parliamo di tutte queste cose apparentemente deragliando dal tema di partenza, che riguarda il perdono dei colpevoli da parte delle vittime dei reati (o dei parenti delle vittime, che presumiamo profondamente colpiti dalla morte o dalle “ferite” dei loro cari)? Ne parliamo perché ci domandiamo spesso, ormai da anni, cosa significhi perdonare. Perdonare (le offese) è una delle opere di misericordia spirituale. Il primo significato che il dizionario riporta per perdonare è il seguente: “non tenere più in considerazione una colpa, un’offesa, un danno arrecato da altri […], rinunciando generosamente a ogni possibile rivalsa e reprimendo il proprio naturale risentimento nei riguardi dell’offensore”(5).
    Domandiamoci allora: è forse possibile prescrivere il perdono per legge? Lo Stato può, a certe condizioni, concedere il perdono giudiziale a taluni soggetti minorenni. Ma non può certo prescrivere che anche le vittime dei reati dei minorenni cui è stato concesso il perdono giudiziale perdonino i colpevoli. Il movimento verso l’eventuale perdono è assolutamente individuale e non è detto che necessariamente consegua alla “repressione del naturale risentimento nei riguardi dell’offensore”. Ci sono persone del tutto capaci non solo di reprimere ma di elaborare costruttivamente il loro naturale risentimento, che non hanno alcun desiderio e alcuna volontà di “non tenere più in considerazione una colpa [o] un’offesa”. Ci sono alcune condizioni nelle quali, peraltro, anche i più buoni dei buonisti riterrebbero forse illogico o irragionevole tale perdono (uscendo dall’ottica dell’acritica e fideistica prescrizione religiosa). Pensiamo, ad esempio, alla vittima (o il familiare della vittima) che intendesse perdonare qualcuno che, condannato per l’offesa arrecata, di quell’offesa non si fosse mai pentito, o quell’offesa sostenesse di non avere mai arrecato. Arriveremmo addirittura al paradosso del condannato che rischierebbe di essere “offeso” dal perdono della vittima, che rischierebbe di apparire come l’ennesimo avvallo di un reato del quale egli si proclama innocente.
    La questione del perdono, dunque, non può prescindere dal riconoscimento della colpa da parte del reo e dalla effettiva espiazione di una “pena”. Sebbene il movimento soggettivo della “pena” si discosti sensibilmente -persino nell’etimo-  da quello oggettivo della “punizione”, il valore prescrittivo della Legge (con la L maiuscola) è quello che colloca all’interno del soggetto il faticoso percorso di ritorno che chiamiamo pentimento (la teshuvah dell’ebraismo). E’ questo movimento di interiorizzazione che consente a Lacan un sincretismo altrimenti paradossale: “La responsabilità, cioè la punizione, è una caratteristica essenziale dell’idea di un uomo che prevale in una data società”(6). Ecco a cosa serve la punizione, a rendere gli uomini, in quel momento storico attraversato da una certa società, responsabili delle loro azioni, vale a dire a “rispondere” di queste azioni (responsabilità: dal latino respondeo). Il pentimento, che è una cosa diversa dalla dissociazione e molto diversa dalla “collaborazione di giustizia”, implica il riconoscimento della responsabilità, l’assunzione di tutto il peso della vergogna e, magari, l’umile richiesta di una espiazione. Se una insegnante (una persona che deve rendere capaci i suoi allievi di riconoscere il valore e il senso della responsabilità), con un cinismo e una irresponsabilità “esemplari” commenta in maniera del tutto diseducativa la morte di un uomo(7), irridendo gratuitamente quella vittima innocente, dimostra di essere assolutamente inadatta a ricoprire il ruolo di insegnamento per il quale viene pagata dal corpo sociale. Ecco perché una punizione equa (che potrebbe consistere nella sospensione per un lungo periodo dall’insegnamento; evitando di concederle nel frattempo, per favore, il reddito di cittadinanza) assume un valore “esemplare” per lei e per tutta la società. Senza pretendere che l’insegnante si penta (come pare che, del tutto apparentemente, abbia già fatto). Senza pretendere che i parenti di quella vittima, che aveva uno sguardo così palesemente buono, perdonino non solo gli assassini del loro caro, ma anche chi lo uccide di nuovo con commenti cinici e diseducativi.

1)  http://www.ristretti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=81544:la-giustizia-riparativa-e-il-perdono-agnese-moro-faranda-e-il-vescovo&catid=220:le-notizie-di-ristretti&Itemid=1

2)  Musil Robert, L’uomo senza qualità, Einaudi, Torino, 1974. Moorsbrugger era, nel romanzo, un assassino ‘seriale’ e patologico di prostitute.

3) http://www.ristretti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=81503:stati-unitiinnocente-dopo-22-anni-di-carcerela-madre-della-vittima-trova-da-sola-il-vero-assassino&catid=220:le-notizie-di-ristretti&Itemid=1

4)  Cfr. Manconi L., >la verità è delle donne, su La Repubblica, 18 Luglio 2019.

5)  Battaglia S., Grande dizionario della lingua italiana, UTET, Torino 1984. Il grassetto nel testo è nostro.

6)  Lacan J., Introduzione teorica alle funzioni della psicoanalisi in criminologia (1950), in Ecrits, trad. it. Scritti, Einaudi Torino, Vol. I, p. 131.

 7) https://torino.corriere.it/cronaca/19_luglio_27/carabiniere-ucciso-insegnante-fb-uno-meno-poi-si-scusa-39682498-b056-11e9-b0bb-9549c3899e5c.shtml