Diritto commerciale - Impresa, società, fallimento -  Riccardo Riccò - 29/11/2019

Accordo sul sovraindebitamento e falcidia dell'i.v.a. - Corte cost. 245/2019

L'I.v.a. costituisce risorsa propria della U.E..

Questa la vulgata.

Le cose, in realtà, non stanno proprio così.

La posta attiva in discorso non è rappresentata dall'i.v.a. esatta o da esigersi da parte dei singoli Stati membri né da quanto da questi effettivamente incassato (a tale titolo); la sua formazione, nel bilancio dell'Unione, segue infatti l'applicazione di una "aliquota forfetizzata sulla base imponibile determinata in modo uniforme secondo le regole comunitarie" (D'AGOSTO e CRISCUOLO, Il problema ecc., Il caso, 2017; ma v. anche, ad es., STASI, La transazione fiscale, Fall., 2008, 736; TOSI, idem, Riv. trib., 2006, 1322).

Per la giurisprudenza, sia nazionale che "comunitaria", le cose stanno invece cosà, anzi così (secondo vulgata).

Ma, va be', il vero punto è un altro.

Del fatto che la rinuncia al credito i.v.a. (sia quest'ultima risorsa propria dell'Unione o meno) da parte dello Stato membro (creditore diretto ed immediato) costituisca, ex se, inadempimento agli obblighi derivanti dai trattati ... può senz'altro dubitarsi.

Vero che gli Stati membri sono tenuti ad adottare tutte le misure amministrative e legislative atte garantire il prelievo integrale dell'I.v.a. dovuta intra moenia dai vari soggetti passivi.

In caso però d'insolvenza o sovraindebitamento (in caso ovvero di concordato o accordo di composizione della crisi), quando cioè l'esazione del credito i.v.a. è almeno in parte impossibile (per incapienza), il divieto cieco, aprioristico, della relativa rinuncia (per pretesa indisponibilità) può compromettere, in ultima analisi, il raggiungimento degli obiettivi di revenue fissati.

Quando, almeno, il debitore propone un piano-accordo per cui il credito i.v.a. è soddisfatto solo in parte, grazie magari ad un apporto di finanza c. d. esterna e/o ai flussi di cassa che l'approvazione e poi l'esecuzione del dato piano-accordo appare consentire, l'inammissibilità di questo, per pretesa intangibilità dell'iva, può risultare oltre che dannosa beffarda.

Dannosa perché all'inammissibilità del piano-accordo segue con statistica frequenza il fallimento o morte civile/gius-economica del proponente, il quale deve cessare e dismettere l'impresa e/o comunque entrare nel limbo dei "segnalati" (che davvero raramente si impegnano nella produzione di ricchezza anzi di reddito, imponibile).

Beffarda perché, impedita la soluzione concordataria, allora, va iniziata o proseguita l'esecuzione forzata, i cui frutti, ove mai conseguiti, difficilmente portano moneta migliore rispetto quella ritraibile in sede di concordato, specie se questo prevede la continuità d'impresa e/o finanza esterna.

L'infalcidiabilità del credito i.v.a., presa come dogma, è per quanto detto incompatibile con le stesse norme pubbliche europee, perché contraria/contrastante, possibilmente, quoad effecta, con gli obiettivi da queste prefissati.

La Corte di Giustizia U.E. ha infatti stabilito che le norme dell'Unione non impediscono la falcidibilità in concordato dell'IVA, pur ritenuta risorsa propria della U.E., nei limiti in cui il trattamento concorsuale previsto (dalla legge fallimentare italiana) non sia per il Fisco creditore (per i.v.a. dovuta e non versata) deteriore rispetto alle alternative di liquidazione praticabili (C.G.U.E., sent. 7 aprile 2016, C-546/14).

Il legislatore italiano è dunque intervenuto in ricezione, con legge 11 dicembre 2016, n. 232, per emendare l'art. 182-ter, l. f., che prevedeva l'infalcidiabilità assoluta inter alia dei crediti i.v.a., dimenticandosi tuttavia di correggere il consimile disposto di cui all'art. 7 della legge 3 2012, di disciplina della/e procedure di c. d. sovraindebitamento.

Cionondimeno, grazie all'opera dei giudici di merito, la lacuna-aporia testé riferita è stata già da tempo colmata (Trib. Pistoia 26 apr. 2017; Trib. Torino 7 ago. 2017; Trib. La Spezia 10 sett. 2018; ad es.).

Oggi la Corte costituzionale nostra, nero su bianco, avalla l'ermeneusi dei succitati giudici e, alla luce dell'art. 3 Cost. (assorbita la censura sollevata in riferimento anche all'art. 97), dichiara la illegittimità costituzionale dell’art. 7, comma 1, terzo periodo, della legge 27 gennaio 2012, n. 3, limitatamente alle parole: all’imposta sul valore aggiunto.

La falcidia de qua, dice la Corte, oltre a non essere ex se contraria al diritto dell'Unione, rappresenta spesso, nei fatti, il male minore...!

Le precedenti contrarie norme di legge, sia consentito insinuare, più che di una meditata disamina del diritto obiettivo europeo, erano forse verosimilmente conseguenza - scomposta - della condanna dell'Italia per l'infrazione commessa con l'approvazione della legge 27 dic. 2002, n. 289, introduttiva del c. d. condono tombale, in quanto esteso indiscriminatamente ai debiti I.v.a..  




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