Danni - Danni -  Giovanni Catellani - 11/11/2018

10 anni dopo: la notte è passata

Era l’11 novembre, il giorno di San Martino dell'anno 2008. Con un linguaggio quasi infastidito, lontano discendente del manzoniano “Questo matrimonio non s’ha da fare”, le Sezioni Unite della Cassazione civile, con la sentenza n. 26972 del 2008 non riconobbero l’autonomia del danno esistenziale, del danno biologico e del danno morale, e arrivarono in particolare ad affermare che “di danno esistenziale come autonoma categoria di danno non è più dato discorrere”.

La sentenza delle Sezioni Unite non metteva in discussione il riconoscimento di pregiudizi di carattere esistenziale, ma sanciva che questi devono essere unicamente descritti e provati al fine del risarcimento del danno non patrimoniale complessivamente inteso, senza la possibilità di configurarne autonome sotto specie.

La sentenza provocò una prima reazione del Prof. Paolo Cendon con un articolo su Persona & Danno reso celebre dal titolo “Ha da passà a nuttata”.

Così scriveva Cendon: "Due le cose buone della recente sentenza Sez.U. 26972/2008 sul danno esistenziale/non patrimoniale: (a) aver ricordato a tutti quali sono i pilastri del risarcimento in tema di danno non patrimoniale, e cioè il principio del “risarcimento integrale”, e la necessità dunque (ad es. in tema di famiglia, di lavoro, un po’ ovunque) di tener conto degli “aspetti relazionali” della persona; (b) aver rimarcato che, ai fini della condanna risarcitoria, occorrerà sia stato colpito a monte un bene della persona di rango costituzionale, con un deciso no quindi ai danni c.d. bagatellari (contro i quali, va detto, quando davvero bagatellari, gli esistenzialisti si sono sempre battuti; per quel che mi concerne, nel saggio “Esistere e non esistere”, del 2000, esemplificavo a un certo punto: “ .. nessuna protezione .. per attività quali l’invio sistematico di lettere anonime, la frequentazione giornaliera della sala-corse, il voyeurismo rispetto alla casa di fronte, le ubriacature del sabato sera, le scorribande da hooligan, la collezione di trofei amorosi, i bagni d’inverno nel mare ghiacciato, l’attaccare bottoni con tutti, il canticchiare sottovoce ai concerti sinfonici, l’appostamento a qualche Vip, le richieste di elemosina per strada, i travestimenti fuori carnevale, le ostentazioni aristocratiche, la coltivazione di società segrete”). Allo stesso tempo, l’Autore sottolineava gli aspetti negativi della sentenza:ci sono poi, in quel testo delle Sez.U., scompostezze varie, crociate da streghe di Salem (povero danno esistenziale, quando mai, nel pensiero di chi l’ha concepito, ha preteso di essere risarcito sempre e comunque, oltre i confini dell’antigiuridicità!), contraddizioni, indulgenze eccessive per una locuzione che, fondata com’è su un “non” puro e semplice, più di tanto non può dire all’interprete, antianimalismi estremi, semplificazioni, confusioni continue fra piano del danno e piano del contra ius, ossessività da litania - dovute verosimilmente alla pressione di qualche assicuratore, a un po’ di arroganza da ermellini, soprattutto al fastidio per l’idea che, in tempi in cui più di una famiglia non arriva alla quarta settimana, qualche anima blandula possa ottenere il risarcimento per futilità e capricci vari - ma questo non deve farci perdere di vista il buono che c’è in quella pronuncia."

Ebbene, cosa dicevano le sentenze di San Martino? Vediamone in sintesi alcuni passaggi.

"Secondo una tesi elaborata in dottrina nei primi anni '90 il danno esistenziale era inteso come pregiudizio non patrimoniale, distinto dal danno biologico (all'epoca risarcito nell'ambito dell'art. 2043 c.c., in collegamento con l'art. 32 Cost.), in assenza di lesione dell'integrità psicofisica, e dal c.d. danno morale soggettivo (unico danno non patrimoniale risarcibile, in presenza di reato, secondo la tradizionale lettura restrittiva dell'art. 2059 c.c., in collegamento all'art. 185 c.p.), in quanto non attinente alla sfera interiore del sentire, ma alla sfera del fare non reddituale del soggetto…Si affermava che, nel caso in cui il fatto illecito limita le attività realizzatrici della persona umana, obbligandola ad adottare nella vita di tutti i giorni comportamenti diversi da quelli passati, si realizza un nuovo tipo di danno (rispetto al danno morale soggettivo ed al danno biologico) definito con l'espressione "danno esistenziale". Il pregiudizio era individuato nella alterazione della vita di relazione, nella perdita della qualità della vita, nella compromissione della dimensione esistenziale della persona..."

Fin qui nulla di strano, ma poi la sentenza rivelava perché al danno esistenziale occorre porre un freno.

"Al danno esistenziale era dato ampio spazio dai giudici di pace, in relazione alle più fantasiose, ed a volte risibili, prospettazioni di pregiudizi suscettivi di alterare il modo di esistere delle persone: la rottura del tacco di una scarpa da sposa, l'errato taglio di capelli, l'attesa stressante in aeroporto, il disservizio di un ufficio pubblico, l'invio di contravvenzioni illegittime, la morte dell'animale di affezione, il maltrattamento di animali, il mancato godimento della partita di calcio per televisione determinato dal black-out elettrico. In tal modo si risarcivano pregiudizi di dubbia serietà, a prescindere dall'individuazione dell'interesse leso, e quindi del requisito dell'ingiustizia.[...]Così, dopo che le sentenze n. 8827 e n. 8828/2003 hanno fissato il principio, condiviso da queste Sezioni unite, secondo cui, in virtù di una lettura costituzionalmente orientata dell'art. 2059 c.c., unica norma disciplinante il risarcimento del danno non patrimoniale, la tutela risarcitoria di questo danno è data, oltre che nei casi determinati dalla legge, solo nel caso di lesione di specifici diritti inviolabili della persona, e cioè in presenza di una ingiustizia costituzionalmente qualificata, di danno esistenziale come autonoma categoria di danno non è più dato discorrere."

In realtà nulla di nuovo, se non il fastidio, più o meno legittimo legittimo, per una serie di sentenze che avevano riconosciuto il danno esistenziale per lesioni che non avevano colpito interessi costituzionalmente protetti.

Sul punto così continuava la sentenza n. 26972 del 2008: "Come si è ricordato, la figura del danno esistenziale era stata proposta nel dichiarato intento di supplire ad un vuoto di tutela, che ormai più non sussiste… In assenza di reato, e al di fuori dei casi determinati dalla legge, pregiudizi di tipo esistenziale sono risarcibili purché conseguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona." 

Perché allora tanto fastidio rispetto alla autonomia di una categoria di danno comunque rientrante nella più generale definizione di danno non patrimoniale? Una risposta, comunque non soddisfacente, veniva data nella parte finale della motivazione, che peraltro travolgeva la singola autonomia anche delle altre voci del danno non patrimoniale, il danno biologico e il danno morale: "In conclusione, deve ribadirsi che il danno non patrimoniale è categoria generale non suscettiva di suddivisione in sottocategorie variamente etichettate. In particolare, non può farsi riferimento ad una generica sottocategoria denominata "danno esistenziale”, perché attraverso questa si finisce per portare anche il danno non patrimoniale nell'atipicità, sia pure attraverso l'individuazione della apparente tipica figura categoriale del danno esistenziale, in cui tuttavia confluiscono fattispecie non necessariamente previste dalla norma ai fini della risarcibilità di tale tipo di danno, mentre tale situazione non è voluta dal legislatore ordinario né è necessitata dall'interpretazione costituzionale dell'art. 2059 c.c., che rimane soddisfatta dalla tutela risarcitoria di specifici valori della persona presidiati da diritti inviolabili secondo Costituzione (principi enunciati dalle sentenze n. 15022/2005, n. 11761/2006, n. 23918/2006, che queste Sezioni unite fanno propri)."

Pietra tombale allora sull’autonoma categoria del danno esistenziale? Così non è stato, anche perché le sentenze di San Martino avvaloravano ipotesi di riconoscimento di pregiudizi esistenziali costituzionalmente caratterizzati. Inevitabilmente, la giurisprudenza successiva alle sentenze delle Sezioni unite del 2008 ha riconosciuto la rilevanza del pregiudizio esistenziale. Non solo, si può pacificamente sostenere che in realtà non si è arrestato il processo giurisprudenziale di riconoscimento del danno esistenziale anche quale autonoma categoria. Da allora tante, quasi quotidiane, le sentenze che hanno riconosciuto il danno esistenziale, tanto che proprio Paolo Cendon nel 2014, dopo che “a nuttata” era passata, ha potuto così introdurre il suo “Il danno esistenziale nell’attuale panorama giurisprudenziale”: "Dopo l'apparente battuta d'arresto che alla figura del danno esistenziale, come posta risarcitoria a sé rispetto alle altre voci di pregiudizio non patrimoniale, pareva esser stata inferta dalle pronunce cc.dd. di San Martino, in questi ultimi anni la stessa Suprema Corte, seguendo un percorso non sempre lineare, è giunta ad affermare l'autonomia del danno esistenziale rispetto alle altre sub-voci di pregiudizio non patrimoniale.[…] L'indicazione emersa, nell'ultimo lustro e poco più, dalle più recenti sentenze di legittimità e di merito, è nel senso di evitare, non solo duplicazioni risarcitorie, ma anche vuoti di tutela. Il trend è verso la sempre maggiore "personalizzazione" della responsabilità civile e l'avanzata dei nuovi danni nei più diversi aspetti della vita quotidiana, che, al di là di questioni più terminologiche che sostanziali, meritano e sempre più trovano riconoscimento nelle aule di giustizia."

Tante, nel tempo trascorso in questi dieci anni, le sentenze che hanno riconosciuto il danno esistenziale. Per necessità di sintesi, ne citiamo solo due. La prima è la sentenza 22585/2013, ed è molto esplicita: del danno che riguarda gli aspetti relazionali dell’esistenza non solo si può “discorrere”, ma addirittura si deve “discorrere”, perché il dettato normativo lo richiede. In tal senso la Cassazione ricorda come nella gerarchia delle fonti normative si debba privilegiare la disposizione normativa rispetto alla produzione giurisprudenziale: "[…] Le norme di cui agli artt. 138 e 139 del codice delle assicurazioni private (D.Lgs. n. 209 del 2005), calate in tale realtà interpretativa, non consentivano (né tuttora consentono), pertanto, una lettura diversa da quella che predicava la separazione tra i criteri di liquidazione del danno biologico in esse codificati e quelli funzionali al riconoscimento del danno morale: in altri termini, la “non continenza”, non soltanto ontologica, nel sintagma danno biologico” anche del danno morale. Nella fattispecie del danno biologico, invero, il legislatore del 2005, alla luce dell’incontrastato diritto allora vivente, ebbe a ricomprendere quella categoria di pregiudizio non patrimoniale – oggi circoscritta alla dimensione di mera voce descrittiva dalle sezioni unite di questa Corte con le. sentenze c.d. di S. Martino – che, per voce della stessa Corte costituzionale, era stata riconosciuta e definita come danno esistenziale: è lo stesso Codice delle assicurazioni private a discorrere, difatti, di quegli aspetti “dinamico relazionali” dell’esistenza che costituiscono danno ulteriore rectius, conseguenza dannosa ulteriormente risarcibile) rispetto al danno biologico strettamente inteso come compromissione psico-fisica da lesione medicalmente accertabile."

La seconda è la sentenza n. 9380 del 2017 con la quale la Suprema Corte ha respinto una richiesta di risarcimento danni da dequalificazione, mobbing e retribuzione per il lavoro straordinario svolto. Nel negare la fondatezza del ricorso per una sostanziale mancanza di prove, che era stata rilevata correttamente dai giudici del merito, la Cassazione ha sintetizzato in modo significativo l’ambito del danno non patrimoniale, citando le sentenze di San Martino e, al contempo, specificando quando va riconosciuto il danno esistenziale, anche in virtù dei principi sanciti dalle Sezioni Unite nel 2006. Questo il significativo passaggio della motivazione: "Quanto, poi, alla dequalificazione va soprattutto ricordato l'insegnamento delle Sezioni unite di questa Corte (sentenza n. 6572 del 24/03/2006), secondo cui in tema di demansionamento, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, che asseritamente ne deriva - non ricorrendo automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale - non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, sulla natura e sulle caratteristiche del pregiudizio medesimo; mentre il risarcimento del danno biologico è subordinato all'esistenza di una lesione dell'integrità psicofisica medicalmente accertabile, il danno esistenziale - da intendere come ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare areddittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno - va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall'ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni."

Insomma, la nottata è passata, qualcuno non ha dormito, vigilando sul riconoscimento del danno alla persona, e lo statuto del danno non patrimoniale si è arricchito di nuove voci. D’altra parte, il processo di riconoscimento dei pregiudizi esistenziali, anche autonomamente considerati, non poteva essere arrestato dalla stessa giurisprudenza che ne ha affermato la validità. Il motivo è semplice ed è magistralmente riassunto da una delle tante sentenze della Cassazione successive a quel San Martino, la n.11851 del 2015: "[…] E va in proposito ulteriormente precisato che, al di là e a prescindere dal formalismo delle categoria giuridiche, troppo spesso il mondo del diritto, intriso di inevitabili limiti sovrastrutturali che ne caratterizzano la stessa essenza, ha trascurato l’analisi fenomenologica del danno alla persona, che altro non è che indagine sulla fenomenologia della sofferenza. Il semplice confronto con ben più attente e competenti discipline (psicologiche, psichiatriche, psicoanalitiche) consente (consentirebbe) anche al giurista di ripensare il principio secondo il quale la persona umana, pur considerata nella sua “interezza”, è al tempo stesso dialogo interiore con se stesso, ed ancora relazione con tutto ciò che è altro da se. In questa semplice realtà naturalistica si cela la risposta (e la conseguente, corretta costruzione di categorie) all’interrogativo circa la reale natura e la vera essenza del danno alla persona: la sofferenza interiore, le dinamiche relazionali di una vita che cambia. Ecco, allora, che se è lecito ipotizzare, come talvolta si è scritto, che la categoria del danno “esistenziale” risulti “indefinita e atipica”, ciò appare la probabile conseguenza dell’essere la stessa dimensione della sofferenza umana, a sua volta, “indefinita e atipica”.

Dieci anni non sono passati invano.