Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Francesca Migliazzo - 31/07/2019

“Perchè cercate tra i morti colui che è vivo?” (LC 24, 5): sepolcri vuoti e vita possibile.

PRIMI – E NON ULTIMI –

BREVI CENNI E RIFLESSIONI TRA DIRITTI E DOVERI

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Da un punto di vista molto generale, forse senza pensarci troppo su, si è abituati a ritenere che la fragilità escluda - per definizione - ogni dovere; si è abituati a ritenere che dalla persona con fragilità non si possa pretendere nulla e, tale “difetto di pretesa”, probabilmente, sottende un’assenza di aspettativa: io, forte, da te, fragile, non posso aspettarmi nulla e, quindi, per una paradossale forma di rispetto nulla pretendo da te, neanche quello che potresti anzi - questo è il punto - avresti il dovere di darmi.

Tale modo di pensare, compromette fortemente la possibilità delle persone con fragilità di partecipare attivamente al vivere sociale e di contribuire alla realizzazione del bene comune; relega le persone con fragilità in un pezzo di “terra di nessuno”, dove loro non devono nulla, ma tutti devono a loro.
Non esiste un noi e loro.
Esiste una comunità civile che tende al bene comune e persegue la pace e l’equilibrio tra i consociati.
Tale comunità è ben consapevole che vi è, tra i suoi membri, qualcuno più fragile di qualcun altro, ma, allo stesso tempo, vuole riconoscere e garantire a tutti i consociati, indipendentemente dalla condizione personale in cui si trovano, il godimento dei diritti e l’adempimento dei doveri.

“La vostra vita non è un ‘nel frattempo’ ” questo il grido rivolto ai giovani da Papa Francesco nella sua “Christus vivit” (Christus vivit, n.178) e che, noi, potremmo indossare tenendo a mente Pamela, tenendo a mente Noa, avendo a mente tutte le persone da cui a volte, ingiustamente e superficialmente, si ritiene che non possa venir nulla di buono e “utile” e che, invece, ci insegnano la vita.
La buona notizia, l’evangelo, è che tutti possono e tutti devono, secondo la misura libera di ognuno.

Se la tua condizione personale – per dirla come la dice l’art. 3 della nostra Costituzione – è connotata da una particolare fragilità, sei per me un maestro perché la tua particolare fragilità, la tua fatica, m’insegna cose che io non so e, tu, sei responsabile (cioè: abile - a - dare - una - risposta) di questo. Non puoi, non hai diritto di recesso, non puoi abbandonarmi. Sei vivo, ci sei, non posso ignorarlo.

“Figlio, per quanto ti è possibile, trattati bene” (Sir 14,11). Ritenere di non avere doveri nei confronti dell’altro, equivale a non trattarsi bene, a ignorarsi.
È questione non di abilità, ma di disponibilità: essere disponibile a pronunciare quell’ “avvenga per me” (Lc 1), quel Si, quell’accettazione della nostra fragilità che tante volte ci inchioda, quell’accogliersi, nonostante ciò che siamo, sentiamo e soffriamo e convincersi pazientemente, di tutto cuore e di tutta mente, che “le difficoltà non [sono] un motivo per dire ‘no’” (Christus vivit, n. 44).

Escludere dall’adempimento dei doveri le persone con fragilità, equivale a rendere fittizio il loro potere negoziale; equivale a ritenere che tali soggetti di diritto siano titolari di posizioni giuridiche “affievolite”, manchevoli del lato passivo. Invece no, le persone con fragilità hanno il dovere di perseverare a ritenersi soggetti di diritti a pieno titolo: le persone con fragilità sono “capaci di sinallagma”, di rapporti giuridici equiordinati, di reciproco scambio, non sempre sono solo beneficiari e destinatari di adempimenti altrui.

“Capaci” - in senso tecnico - di essere destinatari di pretese altrui e quel quid pluris, quell’effetto giuridico, che deriva dall’adempimento dell’obbligazione contribuisce a realizzare – oltre che soddisfare - la persona con fragilità e, con lei, il bene comune.

La misura dell’adempimento sarà certamente definita dalla condizione personale di ognuno, ma mai può venir meno tout court, almeno a livello di pensiero.
Non posso, non ho il diritto di pensare di non dover nulla alla persona con fragilità ma, al contempo, non posso neanche arrogarmi il diritto di ritenere che lei non debba nulla a me. In primo luogo, difatti, la sua fragilità richiama la mia, mi riguarda e mi appartiene; in secondo luogo, quale consociato – “sorella”, per dirla “alla Gesù Cristo” o alla Francesco d’Assisi – il suo adempimento non è privo di effetti, non è irrilevante, migliora la vita sociale.

Ritengo necessario riflettere in ordine alle circostanze che potrebbero agevolare e rendere possibile l’adempimento altrui: certamente un approccio non violento, certamente il riconoscimento delle fragilità e l’offerta di percorsi adeguati e appropriati; certamente la tutela e la protezione da abusi, da violenza, da minacce, da angherie e prepotenze; certamente il non essere stritolato da una pratica burocratica e tiranna; certamente il diritto a soffrire, ma anche quello a non soffrire.

Certamente il diritto alla partecipazione e alla realizzazione personale. Certamente un Giudice Tutelare pronto all’ascolto, ma anche alla penna. Certamente una rete di alleati, medici, amici, psicologi, assistenti sociali, avvocati, giudici, familiari. Un mazzo di carte mischiate, ove ognuno faccia la sua parte.

Certamente alleanza e non assistenza. Certamente doveri e non solo diritti. Certamente il Progetto Esistenziale di Vita.

Certamente il ‘contratto di rifioritura’, dove io e te ci mettiamo d’accordo e decidiamo che devi tornare a vivere, decidiamo che devi tornare a portare frutto e, allora, contrattiamo che, se stai troppo male, sarò io a fermarti mentre stai per strappare i fiori: mi permetti di essere la tua serra.
Un po’ come dice Francesco “è la capacità di individuare percorsi dove altri vedono solo muri, è il saper riconoscere possibilità dove altri vedono solo pericoli.” (Christus vivit, n. 67).

Un po’ come se fossimo sepolcri vuoti che ricordano la fatica, il dolore e la perdita ma che, al contempo, gridano e annunciano a gran voce la Vita, la Vita possibile.

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