Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Marco Faccioli - 17/03/2019

#jewsdid911

Partiamo dall'ovvio: il razzismo e l’antisemitismo non sono sono un'invenzione di internet e dei social network. La Rete, e gli spazi che questa offre, restano per molti un luogo di condivisione, di conoscenza e di convivialità, ma per molti altri rappresentano il luogo dove fare proseliti per la propria campagna di odio e di suprematismo. Robert Bowers, l'attentatore di Pittsburgh dello scorso 28 ottobre, aveva un profilo su GAB (il social network diventato punto di riferimento virtuale degli antisemiti negli Stati Uniti) dove non nascondeva affatto le sue idee, nel di lui profilo scriveva infatti che “gli ebrei sono figli di Satana”, né tantomeno l’intenzione di passare presto all’azione. “Vado!” è stata la sola parola del suo ultimo post, messo in Rete poco prima di recarsi armato in una sinagoga e uccidere undici persone. GAB non è più accessibile dal giorno dopo l'eccidio, quando il provider ha “staccato la spina”, abbandonandolo nella Rete. Tuttavia il suo fondatore, Andrew Torba, ha promesso di tornare presto, il tutto in nome della libertà di espressione. GAB era un social politicamente schierato, ma di certo non è il solo. In un'inchiesta del New York Times è emerso che, digitando l'hastagh #jewsdid911 (l'11 settembre l'hanno fatto gli ebrei), appaiono su Instagram circa undicimila post di persone convinte che gli ebrei abbiano compiuto l'attentato alle torri gemelle. Altri utenti si identificano pubblicamente con il numero “88”, che per i nazisti in Rete significa “Heil Hitler”. Negli USA, lo sappiamo, esiste il primo emendamento, che garantisce la libertà di parola senza alcun tipo di limite ...invece da noi, in Europa, come stanno le cose? Nonostante le leggi vigenti nel vecchio continente, notoriamente più restrittive, non bisogna di certo fare troppa fatica per trovare sui social post razzisti, antisemiti o omofobi (a volte tutte e tre le cose insieme). Basta una nemmeno tanto approfondita ricerca su YouTube per trovare filmati classificati come “pedagogici” che inneggiano al regime nazista. La Rete ha lasciato prosperare questo tipo di fenomeno (nemmeno troppo sotterraneo) perché crea traffico di utenti (quindi click, quindi pubblicità, quindi soldi), prima di rendersi conto di essere ora incapace di arginarlo. Internet è difficile da controllare, e quasi tutti gli attivisti antisemiti sui social hanno creato profili paralleli, per premunirsi in caso di censura. I social network, come dicevamo prima, non hanno inventato nulla, ma hanno fornito ai seminatori di odio una cassa di risonanza potenzialmente illimitata e, soprattutto, la sensazione di non essere soli. Spesso emarginati dalla società, costoro si sentono potenti grazie all’effetto branco e incitano all’azione il loro pubblico. Come nel caso di Cesar Sayoc, accusato di aver inviato i pacchi bomba negli Stati Uniti, o del terrorista di Pittsburgh Robert Bowers di cui ci siamo occupati prima. Siamo davanti a uno dei problemi principali della società nell’era digitale, e né le piattaforme né i governi hanno trovato, almeno al momento, una soluzione.