Deboli, svantaggiati - Generalità, varie -  Redazione P&D - 20/09/2019

“Cos’hai a che fare tu con me?” (Lc 4, 34) somiglianza evangelica, diritto civile e persone con fragilità - Francesca Migliazzo

Relazione al convegno Woodstock 2019, Persone in movimento

Tra le parole che Diritti in Movimento sta esplorando e facendo sue sembra di poter rilevare una certa assonanza con quelle proprie dei testi evangelici. Sfogliando le Scritture ci si accorge che, in effetti, un po’ è così. Voglio condividere con voi, che siete con me in un cammino comune, una pepita preziosa che ho scoperto così che possa diventare una ricchezza per tutti. Ad un certo punto in uno dei Vangeli sinottici, il Vangelo di Luca, troviamo un uomo abbastanza inguaiato, un uomo, diremmo noi, con fragilità, una persona che potrebbe tranquillamente essere destinatario dei beni e servizi che Diritti in Movimento mette a disposizione. Quest’uomo, incontra Gesù Cristo e gli chiede questo: cos’hai a che fare tu con me? La domanda, anzi, l’affermazione che segue la domanda appena indicata è: sei venuto a rovinarci! (Lc 4, 34)

Questo è, secondo me, ciò che molto spesso accade quando ci troviamo davanti una persona con fragilità; credo che Gesù Cristo sia il “primo fragile”… se ci pensiamo, infatti, Gesù è uomo giusto che viene condannato a morte e, pertanto, a mio modo di vedere, l’idea fragilità accanto a questa persona probabilmente non stona.

Ogni volta che abbiamo davanti l’altro, l’altro con tutte le sue fragilità, istintivamente ci viene da chiederci: che vuoi da me? Che c’entri con me? E, probabilmente, ci accade una cosa simile a quella che accade quando ci troviamo davanti ad un testo scritto in una lingua straniera, diversa dalla nostra, che nulla ha a che fare con il nostro modo di parlare e ragionare. Ci troviamo come davanti a questo:

“Maargoed, zoals ik dus al zei: we weten nog niet wat er gaat gebeuren. Niemand. Nu nog niet. En danaro heeft dit boek een open eind. Je kunt alleen maar winner of lener. Falen bestia niet.”

Quello che vedete è un testo olandese e, salvo che qualcuno non conosca l’olandese, non riusciamo a comprendere. Noa Pothoven è una ragazza di 17 anni, olandese, che il 2 giugno 2019 muore in casa sua dopo aver scelto di lasciarsi morire, perché la sua mente era troppo stanca per il dolore provocato da due abusi subiti qualche anno prima, durante la sua adolescenza. Queste frasi sono parte della sua autobiografia scritta da Noa nell’anno 2018, circa un anno prima di morire.

Ci troviamo davanti a qualcosa che non capiamo: le fragilità, soprattutto le fragilità troppo grandi  - che magari ci appartengono - non è un qualcosa che parla “la nostra stessa lingua”, non sono un qualcosa di comprensibile. Troviamo una storia e troviamo un nome. Dalla storia che io vi ho raccontato, non so quanti di noi scommetterebbero su Noa, non so quanti di noi potrebbero pensare che dietro queste frasi olandesi c'è, magari, un messaggio positivo, un messaggio che non tende al risultato che poi è intervenuto nella sua vita.

Fragile vuol dire vero. Ci sono persone che, nel corso della loro vita, hanno preso in considerazione di fare la stessa scelta di Noa, magari per motivi ed esperienze molto simili alle sue ma che, nonostante questo, vedono, accompagnati sapientemente si rendono conto, si accorgono, che la loro vita è piena di gente da servire, è piena di gente da accompagnare e che, loro stessi, sono persone piene di talenti da mettere a servizio della comunità in cui si opera. Le nostre comunità sono luoghi concreti, i tribunali che frequentiamo ogni giorno, gli ospedali, i nostri studi professionali.

Credo che esista un luogo privilegiato dove ognuno è vero: credo che il luogo della verità di ogni persona sia la propria fragilità; il luogo della verità di quella persona che, prima si crede morta, ma che poi si ritrova a spendersi per l’altro, è il luogo della sua fragilità. E’  l’unico luogo in cui ci si riconosce, realmente.

Per noi giuristi, il diritto civile può integrare la sede fisiologica di queste nostre riflessioni, la sede  naturale, quella dove la realtà incontra la sua disciplina e la sua regolamentazione.

La sintonia tra le istanze della debolezza e la tutela di ordine privatistico, è una connessione che il Prof. Cendon, nel suo “I diritti dei più fragili”, mette in luce: ritengo che il diritto civile sia un’opportunità per noi, per intercettare quello con cui, molto spesso e purtroppo, si scontrano le persone con fragilità. Per definizione il diritto civile offre strumenti di prevenzione: in effetti, il momento patologico è straordinario nel diritto civile che, per definizione, è un settore dell’ordinamento giuridico che regola l’esistente. Di questo, noi, dovremmo approfittare.

Un cenno necessario è infine da riferire ai doveri delle persone con fragilità: ritengo che riconoscere le persone con fragilità quali portatrici di doveri se, da un lato, è un qualcosa che crea scandalo, dall’altro, costituisce un elemento imprescindibile per riconoscerne la dignità; per non sentirci ipocriti quando li definiamo come “consociati”. Io non credo che ci sia un’alternativa a questo: o accettiamo che sono meno, senza giudizio qualitativo, oppure accettiamo che esiste un dovere esigibile, commisurato alla condizione personale di ognuno.

E non si tratta di autorità ma di autorevolezza.

Oltre alla fragilità come luogo di verità di ognuno, probabilmente è necessario considerare la fragilità quale categoria comune: una categoria propria di tutti, non nel senso che appartiene a tutti tranne che a me, ma che, in primo luogo, appartiene a me. Ammesso quanto appena detto, potremmo veramente riconoscere in questo un qualcosa per cui vale la pena spendere se stessi, i propri pensieri, fiumi di inchiostro, intelligenza, professionalità. Se non mi riguarda realmente rimarrà lì, estraneo.

Comunque, come ho già detto: non sappiamo ancosa cosa accadrà. Nessuno. Non ancora. E quindi il libro ha una fine aperta. Tu puoi solo vincere o imparare. Il fallimento non esiste”

Questo è quello che Noa scrive, la  traduzione delle frasi olandesi indicate prima.

A me sembra tutto tranne che un messaggio depressivo. Per me qui c'è la verità: nel fatto che una persona di 17 anni, devastata da quello che le è accaduto, riesce a dire che la morte non vince, anche se poi lei sceglie di morire. Diritti in Movimento, secondo me, ha già scelto questo: mi piace pensare nell’Atto costitutivo e nello Statuto di Diritti in movimento ci sia un respiro che ha un gusto di “tutto”, vogliamo cercare di raggiungere tutti i fragili, e di “per sempre”, siamo costituiti a tempo indeterminato, non è un impegno che finisce domani; DM vuole essere una realtà orientata verso quella direzione dove nessuno vuole andare, o dove tutti si scandalizzano o dove tutti offrono solo un assistenzialismo privo di sincerità.

“…ma se tu solo riuscissi a vedere a bellezza che può nascere dalle ceneri…”: questa è una frase che il Direttore Mendez, direttore di un circo, il Circo della Farfalla, dona a Will, uno dei componenti della sua compagnia circense.

Will è una persona con disabilità, con una disabilità evidente, poiché è privo di tutti e quattro gli  arti.

“…ma se tu solo riuscissi a vedere a bellezza che può nascere dalle ceneri…”: Will ha vissuto la sua vita pensando e credendo di essere un maledetto e un disgraziato fino all’incontro con questo buon mentore, il direttore Mendez, che gli apre gli occhi, lo aiuta a vedersi come lui lo vede, lo aiuta a credere che, veramente, dalle ceneri può nascere la bellezza.

Grazie!