Cultura, società - Intersezioni -  Sabrina Peron - 29/12/2020

Un esame fuori linea

Mi iscrissi al corso di laurea di Filosofia dell’Università Statale di Milano, dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza (presso la medesima università).
Avevo da poco superato l’esame d’avvocato e muovevo i miei primi passi in un prestigioso studio in via Montenapoleone. Il titolare dello studio era (è) ordinario di Diritto Privato a Pavia e credo d’aver superato un’agguerrita e durissima selezione solo perché durante il colloquio mi persi a discettare di filosofia scolastica (ero fresca di studi di filosofia medioevale) e candidamente confessai di non saper scrivere un contratto.
Insomma – carica di ottimismo (infondato) – credevo d’avere davanti un algido futuro professionale ed ero pressoché certa che la laurea in filosofia l’avrebbe reso ancora più algido.
I miei studi in filosofia, però, arrancavano faticosamente: mi era impossibile seguire le lezioni e mi riducevo a studiare la mattina sul tram, a casa di notte e nei fine settimana.
L’esame di filosofia della scienza non fece eccezione a tale prassi consolidata.
Non posso quindi testimoniare nulla sull’insegnamento e sulle lezioni del prof. Giorello.
Ricordo, però, che il programma d’esame prevedeva – oltre alla parte istituzionale – una parte monografica di approfondimento su una sfilza di libri di Popper, Kuhn, Feyerabend e, da ultimo, un libro dal titolo Paura della fisica, della collana “Scienze e Idee” diretta dal prof. Giorello. Quest’ultimo libro l’avevo soprannominato la “Mucca cosmica” per via della bellissima copertina rossa su cui spiccava una mucca posta all’interno di tre orbite ellittiche.
Mi appassionai subito dei libri di Popper e, soprattutto, di Kuhn. Rimasi alquanto perplessa sulla testimonianza di Feyerabend sulla guerra in Jugoslavia descritta in Ammazzando il tempo e, ancora di più, rimasi basita a leggere, in Addio alla ragione, il giudizio di Feyerabend su Galileo (definito come un fortunato – in comparazione al mio grande eroe Giordano Bruno – ansioso, imbroglione). Ma il vero ostacolo (per me) insormontabile mi si parò innanzi con la “Mucca cosmica”: non mi entrava in testa, lo studiavo e lo ristudiavo, ma mi scivolava sempre via come se fosse acqua fresca.
Il giorno dell’esame cadde in un periodo infausto: avevo un atto da scrivere in scadenza per il giorno dopo l’esame e il professore (non Giorello, l’altro, il capo per cui lavoravo), l’aveva già cestinato una dozzina di volte. Pure quell’atto, come il libro della “Mucca cosmica” mi scivolava addosso: lo scrivevo e lo riscrivevo, ma alla fine – sempre e inesorabilmente – era da buttare.
Proprio per poter dare l’esame “in fretta” e altrettanto “in fretta” tornare in studio, mi ero previdentemente iscritta tra i primi della lista. Diversamente dal solito, l’esame si teneva in una di quelle grandi aule, dove normalmente in via Festa del Perdono, si tengono le lezioni e gli esami di giurisprudenza. Chissà perché poi, in attesa dell’esame, improvvidamente (come amaramente constatai in seguito), avevo preso posto tra i banchi in alto.
Quella mattina il prof. Giorello, in pieno spirito anarchico, come primo gesto contro l’ordine costituito, decise di stracciare la lista degli iscritti.
Seguì un silenzio (nostro) carico di stupore:
«E adesso?» vociava il nostro silenzio.
– Adesso – ci spiegò entusiasta il professore – come secondo gesto contro
l’ordine costituito, non saremmo stati noi a “scendere” fino a lui per sostenere l’esame, ma che sarebbe stato lui ad “ascendere” fino a noi. Per interrogarci.
E così iniziò l’ascesa. Era però un’ascesa anarchica: il professore saltava da un banco all’altro, da un esaminando all’altro, senza alcuna linea o criterio, ma solo secondo il suo estro. Ma, nondimeno, senza neppure “avventurarsi” troppo in alto. E così fino al mio posto non ascendeva mai.
Volat irreparabile tempus.
La mattina volgeva al termine e anche il termine perentorio per il deposito dell’atto mi inseguiva come un’Erinni, sempre più vicina.
Prima che in studio iniziassero a squillare le trombe dell’Apocalisse, decisi quindi che era giunto il momento di iniziare la mia discesa. Cercando di non farmi troppo notare, scesi e mi appostai alle spalle del prof. Giorello che stava finendo di esaminare uno studente. Non appena ebbe finito si voltò per cercare un altro esaminando, ma io mi era piazzata giusto di fronte e gli sfoderai subito un gran sorriso. E allora – con mio grande sollievo – finalmente mi interrogò.
Durante l’esame me la cavai bene con Popper, fui (leggermente) critica con Feyreband e raggiunsi l’apoteosi con Kuhn, il mio beniamino. Insomma, procedevo a gonfie vele verso le acque tranquille del 30 e, speravo io, anche della lode.
Quando compiaciuta di me stessa pensavo di aver finito, e il prof. Giorello aveva già in mano il mio libretto per scrivere il voto, con una piroetta improvvisa iniziò a interrogarmi anche sull’ultimo libro. Quello che non c’era stato modo di farmi entrare in testa. Farfugliai precipitosamente una risposta vaga sperando che si accontentasse. Ma Giorello fiutò subito la mia totale impreparazione e, con pazienza certosina, iniziò a misurare la mia ignoranza (che era abissale) con domande sempre più stringenti.
Io ne sapevo sempre meno, sudavo, sbirciavo l’orologio e friggevo sulla sedia, sempre più preoccupata non tanto per l’esame ma per la redde rationem che mi attendeva in studio.
Insomma finì anche quell’esame, il prof. Giorello, tra il deluso e il magnanimo, mi affibbiò un 28+. Ossia un ventotto più una reprimenda sul fatto che i libri d’esame si devono studiare tutti (ma proprio tutti, eh).
Respirando di sollievo, accettai il voto incredula, inforcai la bici e mi precipitai in studio.
Lì, il capo mi aspettava al varco con in mano una bozza del mio atto (piena di segni rossi) e un’aria luciferina. Ma per prima cosa mi chiese com’era andato l’esame.
«28», sussurrai omettendo il più.
Apriti cielo. Mi piovve subito addosso una seconda reprimenda che può così sintetizzarsi: prendere meno di 30 ad un esame di filosofia, costituiva un’onta che non avrebbe dovuto ripetersi, soprattutto se – a cagione di ciò – si rischiava di veder perento un termine processuale.
Insomma fu una giornataccia che si concluse scrivendo e riscrivendo furiosamente fino a sera tardi. Imparai la lezione (i libri si studiano tutti) e persi ogni velleità di chiedere la tesi al prof. Giorello (non avrei ma trovato il coraggio di ripresentarmici davanti). Ma forse alla fine fu un bene, perché vado fiera della mia tesi in Filosofia morale su la Shoah: testimoniare l’indicibile, con la prof. Boella come relatore e il prof. Scaramuzza come correlatore, e che mi ha anche aperto la possibilità di collaborare con questa Rivista.

Articolo già pubblicato sulla rivista Materiali di Estetica N. 7.2:2020